Space is hard

Molti anni dopo avrei ricordato quel pomeriggio remoto in cui Cesare, il mio maestro, mi aveva portato Torino a conoscere la grande industria, ovvero il suo amico Bruno, ormai in pensione, uno degli artefici di quel miracolo che era stato BeppoSAX, oltre che una lunga sfilza di satelliti ESA, da Hipparcos in avanti. La prima e forse l’unica cosa che Bruno Strim aveva detto era che space is hard, lo spazio è duro, difficile, spietato. Certo, perché lo spazio è vuoto, freddo, pieno di radiazioni pericolose, ma soprattutto perché una volta che qualcosa vola nello spazio non riesci più a rimetterci le mani sopra. Se hai fatto un errore, se qualche componente si rompe o funziona peggio del previsto, be, non puoi più farci molto. Devi solo sperare che quel componente non sia vitale o non sia unico. Altrimenti, fine dei giochi. Ma a quel tempo non sapevo cosa volesse dire veramente “fine dei giochi”. Cosa vuol dire veramente space is hard, lo capisci solo quando ci passi. Quando ti trovi tuo malgrado protagonista di una serie di film, il genere che cambia di continuo tra fantascientifico, drammatico, horror, commedia degli equivoci, come in un frullatore a potenza massima.

Torino, 24 marzo 2025. Siamo tutti nella sala di controllo ad Altec, o nelle sale accanto. Il primo passaggio del primo satellite di HERMES Pathfinder, H1, è previsto per le 9:04. Sugli schermi scorre il waterfall, i segnali che arrivano dall’antenna UHF di Spino D’Adda in funzione del tempo. C’è anche pubblico dietro le pareti di vetro. E’ la prima volta che Altec segue un passaggio di un satellite. Siamo tutti pronti con gli smartphone per immortalare i primi segnali. Ma il tempo passa e si vede solo rumore. Qualcuno commenta che non è stato ancora confermato il rilascio del satellite. Sospiro di sollievo. Ma poi arriva la conferma, si, il satellite è nello spazio. E allora perché non trasmette, oppure, perché non lo sentiamo? Aspettiamo il prossimo passaggio, e quello dopo. Sempre con gli smartphone pronti. E sempre a guardare solo rumore che scorre inesorabile sugli schermi.

Torino, 25 marzo 2025. Siamo tutti di nuovo nella sala di controllo ad Altec ad aspettare il primo passaggio di H2, il secondo satellite della costellazione. Stessa scena del giorno precedente, stesso risultato. Depressione. Che però è moltiplicata per mille. Un guasto casuale è una cosa, due fallimenti significano un effetto sistematico. Decidiamo di interrompere i rilasci, per capire meglio cosa succede. Ma senza segnali non è che si possa capire molto. Solo congetture. Forse le batterie non hanno funzionato perché troppo fredde, forse i satelliti non si sono accesi. Forse si può fare qualcosa per gli altri quattro satelliti ancora nella pancia di ION, cercando di scaldarli orientando il satellite verso il sole prima di rilasciarli. 

Udine, notte tra il 26 e il 27 marzo 2025. Sono tornato a casa. Avrò dormito quattro ore in due giorni, quindi prendo delle gocce per dormire almeno un poco, e riguadagnare un po’ di lucidità. Verso le 4:30 mi alzo per andare in bagno, il mio problema di prostata. Vedo sul telefono una chiamata alle 3:30 e una marea di messaggi. Stropiccio gli occhi, non riesco a vedere bene, mi lacrimano per l’allergia e pure per l’effetto delle gocce di sonnifero. H2 ha parlato! Un radioamatore ha intercettato il segnale, e lo ha pure decodificato! E’ proprio H2 che trasmette. E sembra abbia eseguito correttamente tutte le procedure previste dopo il rilascio: accensione del computer principale, apertura dei pannelli solari, apertura delle antenne di comunicazione, accensione del sistema di controllo di assetto. Ma cosa più importante, siamo vivi. Non c’è un errore sistematico. C’è una Nuova speranza! George Lukas ,1977.

Trieste, 27 marzo 2025. Seguo dall’ufficio i passaggi su Spino e Katherine, le nostre 2 stazioni di terra. Nessun segnale in ricezione, e nessun successo nell’invio di telecomandi al satellite. L’impero colpisce ancora, Irvin Kershner,1980.

Nei giorni che seguono cerchiamo di capire come mai non riusciamo più a ricevere e soprattutto a inviare messaggi. Coinvolgo nella discussione e negli esperimenti amici e colleghi italiani ma anche francesi e sloveni. Proveranno a ricevere e trasmettere anche con le loro stazioni, per capire se il problema è anche nella nostra attrezzatura di terra. 

Udine, 3 aprile 2025. Sono a casa. Oltre all’insonnia, al groppo allo stomaco, mi ha preso anche un attacco di sciatica. Non sono potuto quindi partire per Torino, e oggi seguo da casa il rilascio del terzo satellite della costellazione, H6. Primo passaggio sulla stazione di Spino alle 11:25. L’attesa è ancora più angosciante dei giorni precedenti, perché non ho la possibilità di vedere in diretta i dati che arrivano dalla stazione, il waterfall, ma seguo quello succede in chat. E non succede niente. Zero segnali, zero successo nell’invio di telecomandi. Il diavolo degli errori sistematici si affaccia di nuovo, e mi paralizza con la sua gelida carezza. L’atmosfera è quella di Settimo Sigillo, Bergman, 1957. Lascio il pc, e lascio pure lo smartphone a casa, vado nell’orto. Non riesco a piegarmi, prendo uno sgabello di legno e comincio a togliere le erbacce dalle fragole. Il prossimo passaggio è molto basso, solo qualche grado di elevazione, quindi non c’è proprio speranza, almeno per oggi. Torno verso casa per preparare il pranzo, e mi accorgo che il cellulare continua a illuminarsi di messaggi. Incredibilmente abbiamo ricevuto i primi messaggi da H6 mentre passava a un’elevazione di 3 gradi… una magia. Il satellite è in buono stato, punta i pannelli verso il sole. Sembra una favola, La bella addormentata nel bosco, Disney, 1959.

Udine, 7 aprile 2025. Ma le favole si sa durano poco. E infatti durante il fine settimana il satellite comincia a comportarsi in maniera bizzarra. Lo vediamo dai segnali raccolti dai radioamatori. Qualcosa non va per il verso giusto con il controllo di assetto, e il satellite comincia a tombolare in maniera incontrollata. Se potessimo comandarlo si potrebbe provare a correggere il problema, ma il satellite non da’ segno di ricevere i segnali che gli mandiamo. La frustrazione cresce esponenzialmente, assistendo impotenti ad un suicidio. Qui siamo in pieno horror scandinavo alla Jo Nesbo.

Torino, 9 aprile 2025. Sono le 22:30, sono appena sbarcato a Caselle e cerco un taxi per andare verso il mio hotel. H5 è stato appena rilasciato e il primo passaggio è per le 22:50. Ricevo i primi messaggi in chat che sono ancora in taxi. Il satellite è vivo e comunica. Ma di nuovo, non riusciamo a inviare telecomandi. 

Torino 10 aprile 2025. H4 è stato rilasciato all’alba, vediamo comunicare anche lui subito. Ne noi ne i nostri colleghi francesi e sloveni riescono però a inviare telecomandi. 

Torino, 11 aprile 2025. Rilasciato l’ultimo satellite, H3. Anche lui in buona salute e comunica correttamente. Ma non riceviamo più messaggi da H4. Ha cominciato a tombolare violentemente nella notte, si sono scaricate le batterie e si è probabilmente spento. Abbiamo verificato sperimentalmente che almeno cinque satelliti su sei hanno eseguito correttamente le procedure dopo il rilascio (la LEOP in gergo), hanno comunicato, ma non siamo ancora riusciti a inviare comandi per poterli controllare. E di conseguenza il loro stato si deteriora col tempo. Non riuscendo ad orientare correttamente i pannelli solari verso il sole, le batterie non si caricano, e scese sotto una certa soglia il satellite si spegne automaticamente. Questo azzera ovviamente i consumi, e le batterie lentamente possono ricaricarsi, anche con una scarsa corrente prodotta dai pannelli. Superata una certa soglia il satellite si riaccende, e ricomincia a trasmettere. Così facendo consuma le batterie, portando a un nuovo spegnimento. In un ciclo infernale di dormi-veglia, che ha però un solo esito finale possibile se non si interviene. Siamo in Groundhog Day, Ramis, 1993.

Udine, 12 aprile 2025. Ho dormito pochissimo anche questa notte, tra incubi e il cervello che irrazionalmente esplora nuove idee sul problema telecomandi. Vado in bagno portandomi il cellulare. E la prima cosa che vedo è un messaggio nella chat di Riccardo, sempre il primo a svegliarsi la mattina, che scrive: “H3 responded to telecomands”.. e lo scopro nella mail di aggiornamento di Altec delle 2 di notte”. Salto sulla tazza. Cerco l’aggiornamento, ed effettivamente è così. E’ successo questo. Ultimo passaggio di venerdì 12, prima della chiusura per il fine settimana. E’ anche l’ultimo turno di lavoro di Davide, ingegnere di Altec. Da lunedì non sarà più con noi, perché andrà a lavorare per un’altra azienda. Tra tutti gli ingegneri e gli operatori di Altec è quello con cui avevamo legato di più, sia per affinità professionali, sia perché’ aveva affrontato questo lavoro nella stessa maniera in cui lo affrontiamo noi: non un impegno aziendale per soddisfare un contratto, ma il nostro progetto, da curare, nutrire, educare fino a farlo crescere forte e robusto, il nostro figlioccio a cui abbiamo dedicato se non tutti, sicuramente la maggior parte dei nostri sforzi negli ultimi sei anni. Dopo due settimane di tentativi ed esperimenti tutti miseramente falliti, proprio all’ultimo momento possibile, Davide riceve il primo akcnowledgement a un comando inviato. Il comando è stato ricevuto dal satellite, che ha eseguito l’istruzione e ha risposto. E’ il segnale che il sistema funziona, che il diavolo dell’errore e del problema sistematico è stato ricatapultato all’inferno. E’ il segnale che forse non siamo morti. E subito dopo Davide scompare. E’ stato come il passaggio di un angelo. Che deve essere un parente stretto di quello de La vita è meravigliosa di Frank Capra, 1946. Il lieto fine che premia gli sforzi dei buoni e punisce i cattivi. 

Ma purtroppo la vita per chi lavora nello spazio non è sempre meravigliosa. Subito dopo aver avuto conferma che H3 riceveva telecomandi abbiamo avuto anche evidenza che anche lui aveva perso l’assetto Sun pointinge cominciava a tombolare. Era necessario agire immediatamente per correggere questo comportamento ed evitare il rischio di perdere il satellite. Ma da contratto Altec non copre i passaggi durante i fine settimana, e quindi non era possibile avere accesso alla sala di controllo. E in due ore siamo passati da La Vita e Meravigliosa, a un horror come Dall’Alba al Tramonto di Robert Rodriguez, 1996. 

Due colleghi di Altec, Andrea e Alessandro, hanno dato la loro disponibilità a seguire i passaggi remotamente, e cosi sabato primo pomeriggio e sabato notte è stato possibile inviare comandi al satellite per correggere il comportamento del sistema d’assetto. Quel pomeriggio non immaginavo che questo non sarebbe stato che il primo e neanche il più nauseante giro sulle montagne russe. Il 24 aprile H3 è entrato di nuovo uno stato di dormi-veglia, che però è durato molto più a lungo del precedente, fino al 16 maggio. E quando sembrava che avessimo recuperato il satellite, rimaniamo senza stazioni di terra. Il 2 luglio va a fuoco la stazione di Spino, e poco prima la radio di Katherine aveva smesso di funzionare. Ci appoggiamo ai nostri amici francesi per tutto luglio, ma a fine luglio anche loro devono chiudere la stazione per la pausa estiva. L’ultimo telecomando lo inviamo il 28 luglio e il 7 agosto osserviamo un crollo repentino del voltaggio delle batterie, e il satellite entra nel solito dormi-veglia. Ne uscirà solo il 29 settembre. E poco dopo capiamo che nel frattempo, abbandonato a se stesso, il sistema è regredito, tornando nella modalità LEOP, come un moderno Peter Pan che rifugge diventare adulto. Ci vorranno più di tre settimane per convincerlo ad abbandonare Capitan Uncino e la sua ciurma, e riportarlo in un modo più consono alla sua età. Ma non siamo mai riusciti a stabilizzare veramente il puntamento, per cui il satellite è passato sempre da periodi di buona carica, quando i pannelli erano casualmente orientati verso il sole, a periodi di bassa carica e spegnimento. Durante uno dei periodi più lunghi di alta carica siamo riusciti ad attivare lo strumento a bordo, il nostro rivelatore di raggi X e gamma, che sorprendentemente ha funzionato in maniera nominale. Era il 30 aprile. Ma del 2026, più di un anno dal lancio. Dico sorprendentemente, perché il rivelatore era forse l’unico sistema del satellite a non essere stato mai testato prima nello spazio. Tutti gli altri sistemi, il computer di bordo, le radio, il sistema di assetto, etc. avevano già volato prima. Sapevamo che avrebbero dovuto funzionare nello spazio, a meno di errori. Per il rivelatore era una prima volta, era stato progettato, sviluppato, integrato, testato tutto in casa, tra INAF e Fondazione Bruno Kessler. Se c’era una cosa che non eravamo sicuri avesse funzionato era lui, il rivelatore. E invece. Lo spazio oltre ad essere duro è imprevedibile!

Oggi è il 24 agosto 2026, e i giochi sono davvero finiti. Il progetto è stato definitivamente chiuso e i satelliti lasciati alla loro sorte, che sarà in qualche modo trionfale, dato che tra qualche mese o anno rientreranno nell’atmosfera bruciando completamente in un grande fuoco d’artificio. La nostra di sorte, la mia e quella di qualche altra decina di colleghi e colleghe che hanno dedicato tanti anni e tanti sforzi a questo progetto è non meno pirotecnica. Avevamo avuto l’ambizione di mostrare un modo nuovo di fare progetti scientifici di alto livello,  con molti meno soldi e molto meno tempo rispetto a progetti spaziali tradizionali. E invece abbiamo fallito: space is hard!

Ci sono solo due maniere di rendere lo spazio più morbido, quella tradizionale, e quella  implementata nel così detto New Space. La maniera tradizionale implica utilizzo di componenti qualificate per lo spazio, molto sicure ma anche molto ma molto costose. Per fare un esempio, uno dei computer di bordo più usato ancora oggi dalla NASA è il RAD750, venduto dalla BAE Systems, basato su core PowerPC 750 con un clock massimo di 200 MHz, tecnologia anni 90 del secolo scorso, per un costo di diverse centinaia di migliaia di $.  Più in generale, la qualifica spazio di un intero satellite comporta superare molte migliaia di test di qualità, circa 15000 secondo in manuali ECSS di ESA, con costi e tempi ovviamente molto alti. Nell’approccio tradizionale la maggior parte del tempo di sviluppo di un progetto è passata nel disegno e nello sviluppo di modelli, e si passa allo sviluppo dell’hardware solo quando il disegno è consolidato. Spesso e volentieri l’oggetto che viene prodotto è unico. L’approccio New Space è opposto. Si utilizzano componenti flight proven, cioè che hanno già volato con successo, piuttosto che sviluppare componenti qualificate spazio. Si preferisce testare direttamente nello spazio una componente, verificare il funzionamento, ed eventualmente migliorarla alla prossima iterazione. Il computer del nostro payload HERMES è un Isispace iOBC flight proven, con un core ARM9, clock a 400 MHz, costo 7000 Euro. Il concetto: “test veloce e diretto su hardware e miglioramenti nelle generazioni successive” è esteso anche a livello di sistema, limitando le fasi di disegno e di qualifica e spendendo la maggior parte del tempo nell’integrazione e test dell’hardware. E’ il così detto “iterative development”: sbagliando s’impara. In maniera naturale questo porta a limitare i “pezzi unici”, e a favorire la produzione in serie. Il risultato è un enorme abbattimento di costi e di tempi, al prezzo previsto di qualche fallimento iniziale.  

Il paradosso di HERMES Pathfinder è che pur essendo un progetto di fatto New Space (pochi soldi, tempi stretti, molte unità simili tra loro), è stato realizzato come un progetto tradizionale. Tutti e sei i satelliti sono stati lanciati simultaneamente, mentre un approccio iterativo avrebbe suggerito di arrivare alla realizzazione finale per step: lanciare prima un satellite, magari più semplice di quelli finali, capire se c’erano problemi gravi, errori, e poi procedere con il resto della costellazione. E di problemi gravi ne abbiamo trovati tanti in questi mesi. Grazie all’aiuto fondamentale dei nostri amici francesi di Adrelys e dell’Università di Versailles  siamo riusciti a capire che il più grave di tutti, la incapacità di comandare la maggior parte dei nostri satelliti, è la conseguenza della mancata apertura delle antenne VHF.  Un componente dal costo di poche migliaia di euro e utilizzato centinaia di volte nello spazio ha compromesso l’intera missione. Essendo stato considerato HERMES-PF un pezzo unico, non avremo la possibilità di imparare dai nostri errori: HERMES finisce qui. Una vera beffa. Ma una beffa ancora migliore è che il Pathfinder, come dice la parola stessa, voleva essere il precursore di un osservatorio vero e proprio per transienti di alta energia. Un osservatorio capace di identificare e localizzare transienti su tutto il cielo e in ogni momento. Oggi più che mai necessario dopo che il cavallo di battaglia in questo campo, il satellite Swift della NASA, si avvia a rientrare nell’atmosfera, e dopo che l’ESA ha pensato bene di non selezionare per il suo programma scientifico il successore naturale, Theseus.  La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste. Ovviamente I soliti sospetti, Bryan Singer, 1995. 

Per una politica sociale solidale per l’innovazione in FVG

Nonostante il Friuli Venezia Giulia (FVG) sia una regione ad alto tasso di innovazione e con alta vocazione scientifica e tecnologica, solo una piccola minoranza di imprese è ad alta intensità tecnologica o di conoscenza. Circa la metà dei laureati in FVG ogni anno lascia la regione, e la dimensione del precariato è paragonabile alla media italiana, coinvolgendo fino a un quarto della popolazione. I cospicui investimenti regionali per sviluppo economico e competitività non hanno portato finora un incremento deciso delle aziende ad alta intensità tecnologica, incluse le start-up, e quindi ad aumentare l’occupazione nei ruoli tecnici e tecnologici (occupazione di alto profilo), che potrebbe essere soddisfatta dai giovani formati in FVG. E’ necessario un cambio di approccio, che da un lato sfrutti la specificità di FVG nel campo scientifico e tecnologico come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese e dall’altro aumenti la sicurezza sociale. Occupazione ad alte competenze tecniche e tecnologiche, è da un lato  quella più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, e dall’altro permette di partecipare alle nuove sfide della società, in particolare le transizioni digitale ed ecologica. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe: 1) rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per sviluppo economico aumentando la frazione destinata a ricerca e sviluppo e focalizzando gli interventi su limitate aree strategiche, settori prioritari che possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta; 2) favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica, quelle che nel mondo stanno raccogliendo la maggior parte degli investimenti privati, dotando la Regione di una Fondazione che includendo le  tre Università e i centri di ricerca presenti sul territorio riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. 


Ogni analisi politica deve partire da dati e osservazioni. Due osservazioni, correlate tra loro, sono particolarmente rilevanti per la discussione che segue. La prima è la crescita esponenziale del precariato sia in Italia che in FVG negli ultimi tre decenni. La seconda è l’emigrazione giovanile.

Nel 2024 78.000 giovani hanno lasciato l’Italia e circa 5000 giovani hanno lasciato l’FVG, una frazione maggiore rispetto alla  media italiana. Circa il 40% di questi giovani è laureata, percentuale che cresce fino al  50% –  60% in FVG. Il numero assume una valenza ancora più preoccupante se lo si confronta col numero totale di laureati ogni anno in FVG che è di circa 6500. Ogni anno circa la metà dei laureati lascia la Regione, una emigrazione che rappresenta una doppia sconfitta: la perdita di competenze di alto livello da un lato, e la perdita delle risorse investite nella loro formazione dall’altro. Il dato relativo ad FVG è inaspettato dato che è una regione a forte vocazione scientifica e tecnologica, vedi sotto. Uno dei motivi per i quali i giovani lasciano l’Italia e il FVG è quello di evitare di diventare precari.

Oggi il precariato non riguarda solo chi non ha un contratto a tempo indeterminato, ma tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia e tra il 10 e il 12% in FVG, e circa un quarto di questi sono contratti part-time involontari; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia e in FVG), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto). Le politiche neo liberiste che si sono affermate a partire dagli anni 80 hanno prodotto un aumento enorme della frazione di precari attraverso l’imposizione indiscriminata della flessibilità negli accordi di lavoro e l’uso simultaneo di altrettanta flessibilità nella gestione delle imprese tramite l’esternalizzazione e la dislocazione di posti di lavoro in paesi dove il costo del lavoro è più basso. Queste politiche hanno scaricato sulle categorie più deboli le crisi e le incertezze del mercato, facendo di conseguenza crescere irrefrenabilmente il rapporto PIL/salario medio, cioè ridistribuendo la ricchezza generata non a tutta la società ma solamente tra le élite, aumentando le disuguaglianze.  Questo ha generato un mutamento epocale della struttura della società, riducendo le classi degli impiegati e dei salariati, aumentando esponenzialmente il numero di precari. 

Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Però un partito veramente  “democratico” non può non considerare come suo riferimento anche questa parte crescente di società. Non farlo favorirebbe l’emergere di politiche populiste di sinistra, che come le politiche populiste di destra non mirano tanto alla soluzione dei problemi quanto ad ottenere consenso elettorale. È quindi necessario individuare e mettere in campo politiche per rendere sostenibile nel breve termine e poi superare  il precariato, contrastando così l’emigrazione giovanile , e quella dei giovani laureati in particolare. Si possono identificare due macro-aree di intervento:

  1. La redistribuzione della sicurezza. In questa area gli interventi possono includere:
    1. favorire il reperimento di alloggi a basso costo anche per chi non ha impiego stabile. Affitti vengono spesso negati in assenza di garanzie. Andrebbero istituiti o consolidati fondi stabili regionali e comunali di garanzia per l’affitto e per poter accedere a un mutuo prima casa. E’ possibile aumentare la disponibilità di alloggi in affitto a costi ragionevoli tramite tetti e incentivi agli affitti e riqualificazione di aree dismesse, soprattutto nelle città medio grandi come Udine e Trieste. Il tessuto urbano del FVG è caratterizzato da una miriade di piccoli paesi che nel corso degli anni si sono spopolati, lasciando grandi quantità di edifici e case non utilizzate. In questi paesi è possibile creare  alloggi a basso costo. Per poterli utilizzare è però necessario fornire servizi, quali trasporti efficienti (per raggiungere dai paesi i posti di lavoro); asili e accoglienza scolastica, estesa al pomeriggio, per non penalizzare le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. La ricostruzione del tessuto sociale nei piccoli borghi e paesi sarà poi utile a ricostruire la rete di protezione sociale delle famiglie e delle comunità, e anche a ridare vita a posti abbandonati e quindi degradati;
    2. favorire l’accesso alla sanità pubblica di chi non può permettersi quella privata. Attivare o consolidare la rete delle Case della Comunità e gli ambulatori locali, soprattutto nei paesi sprovvisti di ospedali. Incrementare la telemedicina e l’home care per i pazienti fragili e/o lontani dai centri di assistenza. 
  2. L’incentivazione di nuova occupazione, soprattutto nei ruoli tecnici e tecnologici. Il FVG è una regione ad alta vocazione scientifica e tecnologica. Il Regional Innovation Scorebord[1] colloca FVG al terzo posto in Italia per innovazione, dopo la Provincia Autonoma di Trento e L’Emilia Romagna, in calo rispetto al periodo 2018-2020. I punti di forza sono il numero di pubblicazioni scientifiche, incluse le pubblicazioni prodotte congiuntamente da entità pubbliche e private, l’introduzione di processi innovativi nelle PMI. Le aree di debolezza sono invece la poca spesa per ricerca e sviluppo nel settore privato, il tasso di occupazione nelle aziende più innovative, il basso export di prodotti ad alto tasso tecnologico.  L’area di Trieste è la prima in Italia per densità di ricercatori (37 ogni 1000 abitanti, contro la media italiana di 6 per 1000, e quella europea di 15 per 1000). Questa specificità di FVG può e deve essere sfruttata e utilizzata come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese che possa favorire nuova occupazione tecnica e tecnologica, quella che è la più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, con  lo spostamento della produzione industriale di beni a basso contenuto tecnologico in paesi dove il costo del lavoro è più basso. L’acquisizione di competenze qualificate è il requisito fondamentale per poter partecipare alle nuove sfide della società e del mercato globale, in particolare le transizioni digitale ed ecologica, e per programmare una crescita industriale sostenibile. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe:
    1. rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per ricerca e sviluppo. Nel 2024 FVG ha destinato circa 670 milioni di Euro per programmi di sviluppo economico e competitività di cui circa 378 milioni destinati a PMI e artigianato, circa 44 milioni per ricerca e sviluppo e circa 46 milioni per reti informatiche, telecomunicazioni e servizi. Della quota per programmi di sviluppo per PMI e artigianato circa un terzo è stata destinata a contributi a fondo perduto per nuovi insediamenti produttivi, ampliamenti e riconversioni, e finanziare un fondo regionale che eroga finanziamenti agevolati (FRIE); un terzo è destinata a programmi di sovvenzioni per parchi, consorzi e distretti tecnologici e interventi e interventi in settori specifici (ad esempio legno/arredo); e un terzo per una miriade di piccoli interventi (tra qualche decina di migliaia a pochi milioni di euro). Al confronto, solo circa 7,5 milioni di euro sono destinati al supporto alla ricerca e sviluppo nelle imprese o tramite contributi a fondo perduto o tramite credito d’imposta. Nonostante la forte vocazione scientifica e tecnologica verso l’innovazione di FVG e nonostante l’investimento di fondi cospicui per programmi di sviluppo economico, le imprese manifatturiere ad alta intensità tecnologica in FVG rappresentano solo circa l’1% del totale, e le imprese del settore servizi ad alta intensita’ di conoscenza rappresentano solo il 20% del totale[2]. L’efficacia delle misure per incentivare lo sviluppo economico potrebbe essere aumentata aumentando la frazione destinata a incentivare la ricerca e sviluppo rispetto a sovvenzioni per segmenti a basso contenuto tecnologico, e se le risorse fossero focalizzate su limitate aree strategiche di intervento, settori prioritari che ad esempio possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta;
    2. favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica. Negli ultimi anni il numero di start-up formate come spin-off da Università e centri di ricerca Europei e  che lavorano su temi ad alto tasso tecnologico (Deep Tech e Life Science) è cresciuto molto, raggiungendo nel 2025 il numero di circa 7300 per un valore complessivo di circa 400 miliardi di Euro, con un tasso di crescita di 500 nuovi spin-off l’anno. Circa 170.000 nuovi posti di lavoro altamente qualificati sono stati generati da questo movimento. Alla stessa maniera gli investimenti di Venture Capital (VC) si stanno rivolgendo principalmente a questo tipo di temi (nel 2025 Deep Tech ha assorbito il 60% degli investimenti di VC negli Stati Uniti e il 45% degli investimenti in Europa). L’Italia purtroppo è posizionata male in Europa per valore creato da spin-off Deep Tech e Life Science (solo 80 nuovi spin-off di questo tipo creati dal 2022 contro i 260 della Francia, i 250 del Regno Unito,  170 della Svizzera e  150 della Germania)[3].  In Italia, e in FVG, il numero di start-up è cresciuto tra il 2019 e il 2022 per poi decrescere. A fine 2024 il numero di start-up innovative in Italia e in FVG era simile a quello del 2019 (poco più di 12000 in Italia e tra 200-250 in FVG). Ovviamente il dato tiene conto dell’apertura di nuove start-up e della perdita dello stato di start-up di aziende che o sono fallite o sono divenute società normali a cinque anni dalla fondazione. La densità di start-up in FVG è di circa 170-200 per milione di abitanti, leggermente inferiore alla media nazionale. Le regioni con la densità maggiore sono Lombardia, Lazio e Provincia Autonoma di Trento, con densità tra 270 e 340, cioè con un numero di start-up per milione di abitanti tra il 50% e il 100% maggiore che in FVG. Per confronto la densità di start-up in Israele, la start-up Nation, è di 700-750 per milione di abitanti.  Esiste quindi in FVG un grande margine per crescere, sfruttando meglio il trasferimento tecnologico da Università ed enti di ricerca, che eccellono in FVG rispetto alla media nazionale ed europea come riportato sopra. In FVG esistono almeno 4 maggiori incubatori di start-up ed acceleratori di impresa (Area Science Park e BIC a Trieste, e i tecnopoli di Udine e Pordenone), oltre ad uffici dedicati nelle università e negli enti di ricerca. Queste realtà sono però poco coordinate, e agiscono su una vastissima gamma di temi. Il risultato è che non si riesce a fare sistema, cosa che da un lato impedisce di raggiungere una massa critica su temi strategici e prioritari per FVG e dall’altro non sfrutta al meglio forte densità di ricerca per aumentare la densità di start-up innovative. 

Una proposta per stimolare la crescita del numero di start-up è quella di dotare la Regione di una Fondazione che riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. Temi deep tech come intelligenza artificiale data fusion e data science, applicate non solo all’analisi post facto ma anche alla gestione autonoma di sistemi sulla terra e nello spazio; tecnologie quantistiche, incluso comunicazioni sicure e calcolo quantistico; sviluppo di nuovi materiali; e temi life science come nuovi farmaci e terapie basati su processi chimici o derivati da organismi viventi,  o scoperta di farmaci tramite IA. Questa Fondazione potrebbe includere le tre Università e gli altri centri di ricerca presenti sul territorio ed agire quindi su tre fondamentali canali:

i) formazione, attraverso corsi di dottorato di ricerca dedicati e attraverso corsi di management e di business innovation nei principali curricula nei dipartimenti STEM ;

ii) networking, attraverso la creazione di momenti di incontro tra Università enti di ricerca e imprese;

iii) incubatore di start-up che possano sfruttare al meglio trasferimento tecnologico dalle strutture di ricerca presenti sul territorio.


[1] https://projects.research-and-innovation.ec.europa.eu/en/statistics/performance-indicators/european-innovation-scoreboard/eis#/ris?highlightRegions=ITF1,ITF5,ITF6,ITF3,ITH5,ITH4,ITI4,ITC3,ITC4,ITI3,ITF2,ITC1,ITH1,ITH2,ITF4,ITG2,ITG1,ITI1,ITI2,ITC2,ITH3&year=2025

[2] statistiche Eurostat, OCSE, e documenti di programmazione regionale, Sustenaible Smart Specialization Strategy: https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/fondi-europei-fvg-internazionale/S3_FVG/allegati/17012023_allegato_1_Delibera_1841-2022.pdf

[3] https://dealroom.co/uploaded/2025/11/Dealroom-European-Spinouts-Report-2025.pdf?x94554

Space science & space economy

Sarà possibile in futuro realizzare grandi e complesse missioni spaziali dedicate alla scienza di base come HST, Chandra e JWST? O il loro costo sarà troppo elevato? Lo scenario spaziale di oggi è completamente diverso da quello di cinque anni fa, e certamente da quello di quando HST, Chandra e JWST sono stati concepiti e costruiti. Gli investimenti nel settore spaziale sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni, con investimenti monetari che supereranno il mezzo trilione di dollari nel 2023. Questo boom è in gran parte dovuto all’ascesa della cosiddetta “new space” economy, guidata da finanziamenti commerciali privati, che per la prima volta lo scorso anno hanno superato gli investimenti pubblici nello spazio. L’introduzione di una logica di mercato nelle attività spaziali si traduce in una maggiore concorrenza e in una conseguente drastica riduzione dei costi e dei tempi. Può la scienza spaziale sfruttare i vantaggi della nuova space economy per ridurre i costi e i tempi di sviluppo e allo stesso tempo riuscire a produrre potenti missioni di scienza di base? Questo obiettivo sarebbe raggiungibile se la comunità scientifica riuscisse a sfruttare i tre pilastri alla base dell’innovazione della new space economy: (1) l’innovazione tecnologica, che procede sia attraverso l’innovazione incrementale sia attraverso l’innovazione disruptive, (2) l’innovazione commerciale, attraverso l’integrazione verticale, la produzione su scala e il modello di business orientato ai servizi, e (3) l’innovazione culturale, attraverso l’apertura al rischio e lo sviluppo iterativo.

Tutti questi argomenti sono decisamente controversi e forse proprio per questo a me e al mio amico Martin Elvis e’ venuta voglia di rifletterci sopra, documentarci e cercare delle proposte. Ne e’ venuto fuori un articolo che potete trovare su http://arxiv.org/abs/2502.20922. Qui di seguito un piccolo sunto.

Negli ultimi 10 anni, nello stesso intervallo di tempo in cui è stato lanciato JWST e sono state concepite nuove ambiziose missioni scientifiche spaziali come l’Habitable World Observatory e la missione Mars Sample Return, è emersa prepotentemente la cosiddetta “new space economy”, guidata da finanziamenti privati. L’introduzione di una logica di mercato nelle attività spaziali ha portato a una drastica riduzione dei costi e dei tempi.

La new space economy è stata stimolata dai partenariati pubblico-privati negli anni 2000, grazie alle iniziative della NASA, che ha sperimentato radicali cambiamenti di rotta, come l’acquisto di servizi da aziende private con contratti a prezzo fisso, invece di sviluppare programmi guidati dalla NASA stessa e appaltati all’industria per l’esecuzione con contratti cost-plus (ad esempio i programmi Commercial Orbital Transportation Services, COTS, e Commercial Lunar Payload Services, CLIPS).

Negli ultimi anni, lo stesso approccio è stato seguito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Ad esempio, il National Reconnaissance Office sta sfruttando la catena di assemblaggio Starlink di SpaceX per costruire una rete di satelliti spia in tempi brevissimi e a prezzi contenuti, lo Starshield (https://arstechnica.com/space/2024/04/spacex-working-with-northrop-grumman-on-spy-satellites-for-us-government/). Aziende private come K2 Space sfruttano l’integrazione verticale e la produzione su scala per offrire satelliti per carichi utili di 3 metri per 3 metri a meno di 15 milioni di dollari per satellite, con tempi di consegna di pochi mesi (https://techcrunch.com/2024/12/19/k2-space-will-fly-its-extra-large-satellite-for-the-first-time-in-2026/). Gli scienziati potrebbero sfruttare questo cambiamento di paradigma per realizzare missioni ambiziose a un costo 10 volte o più inferiore a quello delle attuali grandi missioni della NASA e dell’ESA. Lavorare su due questioni principali può favorire questo cambiamento di paradigma:

(1) ampliare la base di finanziamento. Fino ad ora la stragrande maggioranza delle missioni scientifiche e’ stata pagata con fondi governativi attraverso grandi agenzie spaziali come NASA ed ESA.

La figura che segue mostra l’evoluzione dei bilanci della NASA e dell’ESA dal 2000. Il budget della NASA per la scienza, che comprende l’esplorazione del sistema solare, l’esplorazione di Marte, l’astrofisica e l’osservazione della Terra, è variato tra il 25 e il 35% del totale tra il 2000 e il 2025. Il budget dell’ESA per la scienza è diminuito da circa il 15% del totale nel 2006-2008 all’8,5% nel 2020-2025. Questo non include l’osservazione della Terra, che nel sistema ESA comprende sia la scienza che l’applicazione (il programma Copernicus). La figura mostra anche i bilanci scientifici della NASA e dell’ESA in valori assoluti, corretti in base all’inflazione al 2023. Si possono notare i picchi nel bilancio della NASA intorno al 2003-2006 e al 2018-2022. Il secondo è dovuto principalmente alla spesa per JWST. Il primo è dovuto alla spesa per diverse missioni, tra cui Messenger, MRO, New Horizon, Dawn, Stereo e Fermi, testimoniando un periodo di grande diversificazione nelle missioni scientifiche della NASA. Il budget scientifico dell’ESA è rimasto notevolmente costante intorno a un valore di 600-700 milioni di dollari (2023) all’anno per circa 25 anni (il budget del 2003 è stato aumentato di circa 100 milioni di euro per tener conto dello stop dell’Ariane 5, che ha posticipato il lancio di Rosetta). Il budget dell’ESA per l’osservazione della Terra è aumentato costantemente dal 2008 al 2025, passando da 500 milioni di dollari (2023) a 2700 milioni di dollari (2023), grazie all’investimento della Commissione europea nel programma Copernicus.

Il costo delle missioni scientifiche tradizionali e’ guidato da diversi fattori che includono:

  • Spingere i requisiti scientifici all’estremo
  • Minimizzare volume e peso a causa del costo del lancio
  • Uso di componenti e sistemi qualificati per lo spazio
  • Failure is not an option, cioe’ rischiare il meno possibile a causa dei costi alti, introducendo grande numero di controlli di qualita’ che aumentano di nuovo i costi
  • Un quasi monopolio delle grandi aziende che lavorano per lo spazio

L’elevato costo delle missioni spaziali standard dovrebbe essere bilanciato da un elevato ritorno scientifico. Non è facile fornire una misura quantitativa e imparziale del ritorno scientifico di una missione. Una metrica standard per la produttività scientifica è il numero di articoli pubblicati basati sui dati prodotti da una determinata missione, mentre una metrica standard per valutare l’impatto è il numero di citazioni ricevute da questi articoli. Queste metriche hanno il vantaggio di essere relativamente facili da ottenere, ma presentano importanti limitazioni. Le figure che seguono mostrano la produttivita’ e l’impatto di diverse missioni spaziali recenti in funzione della loro massa e del loro costo. La produttività è parametrata come il numero di pubblicazioni per anno dall’inizio dell’operazione (YSO) per M$ di costo totale (bus, payload, lancio), mentre l’impatto è parameterizzato come il Research Impact Quotient (Riq, vedi A. Pepe, M. J. Kurtz, 2012, PLoS ONE 7, 11) diviso per la radice quadrata del costo totale in M$.

Le missioni ottengono punteggi simili nelle due metriche. In base a queste misure, le missioni scientifiche medio-piccole, soprattutto le missioni Explorer della NASA, tendono ad avere una produttività e un impatto migliori per M\$ rispetto alle grandi missioni ammiraglie. Il maggior numero di pubblicazioni e citazioni delle missioni faro non compensa completamente il loro costo molto più elevato. Tra le missioni con costi superiori a circa 1 M$, Gaia si distingue sia per la produttività che per l’impatto, come menzionato anche nella sezione 1. I cubesat possono raggiungere sia il massimo che il minimo della produttività e dell’impatto. Possono avere un successo incredibile ma anche un completo fallimento, e rappresentano bene il concetto di alto rischio/alto guadagno alla base dell’approccio della nuova economia spaziale, enfatizzando il valore di una linea di produzione. Naturalmente, le semplici metriche non possono raccontare l’intera storia. Le missioni grandi e ambiziose hanno maggiori probabilità di produrre risultati trasformativi rispetto alle missioni piccole e limitate. In tutti i casi, il messaggio e’ che sarebbe forse utile applicare l’approccio high-risk/high-gain usato per i cubesat, ma anche per le missioni Explorer NASA a missioni piu’ grandi.

Oltre ai fondi governativi, gli scienziati possono finanziare i loro progetti attraverso fondazioni filantropiche, oppure attraverso partenariati pubblico-privati e investitori privati. La conoscenza è una risorsa spaziale fondamentale, ed è proprio quella che i ricercatori di scienze di base sono in grado di sfruttare al meglio. Position, Navigation, Timing (PNT), il più grande business della space economy di oggi e di domani, che muove centinaia di miliardi di dollari, sono notoriamente impossibili senza le correzioni della relatività generale. Paradossalmente, Albert Einsten (l’inventore della relatività generale più di 100 anni fa) e i suoi eredi non hanno guadagnato un solo dollaro da questa invenzione. Più rilevante per il nuovo spazio è la storia di Riccardo Giacconi, premio Nobel 2002 per la scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X e del fondo cosmico a raggi X. Quando Giacconi si unì a Bruno Rossi al MIT nel 1959 come giovane ricercatore, fu assunto dall’American Science and Engineering (AS&E), una società fondata l’anno prima da Martin Annis e di cui Bruno Rossi era presidente del consiglio di amministrazione. AS&E lavorava su contratti della NASA, ma era anche molto attiva sul mercato. Svilupparono il primo body scanner, poi adottato negli aeroporti di tutto il mondo. Il denaro guadagnato sul mercato permise ad AS&E di permettere a Rossi e Giacconi di sviluppare le strategie e la e strumentazione che hanno portato alla creazione dell’astronomia a raggi X e a una serie di missioni leader a livello mondiale: Uhuru, Einstein Observatory e Chandra. Questo è uno dei tanti scenari possibili che potrebbero collegare scienza e impresa. Oggi la nuova economia spaziale offre probabilmente più opportunità che ai tempi di Rossi e Giacconi. Due grandi aree sembrano oggi particolarmente promettenti e meritano di essere menzionate: le tecnologie quantistiche e la ricerca di risorse sulla Luna, su Marte e sugli asteroidi.

(2) la capacità degli scienziati di tenere il passo con le innovazioni della new space economy. L’innovazione tecnologica procede attraverso fasi alterne di sviluppo incrementale e disruptive. Le imprese innovano attraverso l’integrazione verticale e la produzione su scala, ma anche attraverso un modello di business orientato ai servizi e una cultura dell’innovazione che si manifesta come apertura al rischio e sviluppo iterativo. Giacconi ci viene ancora una volta in aiuto per spiegare questi concetti. Subito dopo la scoperta del fondo cosmico di raggi X, apparentemente uniforme, nel 1962 Giacconi capì che per rilevare le sorgenti responsabili di questo fondo cosmico era necessaria una qualità di immagine dell’ordine di un arcsecondo nei raggi X, diverse migliaia di volte migliore di quella allora disponibile. A quei tempi era difficile, se non impossibile, convincere la NASA a intraprendere direttamente un progetto per sviluppare e lanciare un osservatorio a raggi X con capacità di un arcsecondo. Giacconi immagino’ invece un programma iterativo, volto a consolidare il campo e ad arrivare al telescopio con capacita’ dell’arcsecondo (Chandra) attraverso delle fasi: Uhuru prima, per fornire la prima indagine all-sky di sorgenti luminose di raggi X all’inizio degli anni ’70, Einstein Observatory, per dimostrare nello spazio le capacità delle ottiche a raggi X, e infine l’Advanced X-ray Astrophysics Facility, AXAF, ribattezzato Chandra dopo il lancio nel 1999. La new space economy offre l’opportunità di eseguire programmi di approccio iterativo di questo tipo su tempi molto più brevi e a costi molto inferiori.

Frattali, non frattaglie

Oggi non riesco a dormire. Il sole c’e’, l’ombrellone e l’ombra pure. Addirittura un venticello piacevole invece che l’afa opprimente. Ma niente. Probabilmente il problema e’ il contorno, l’ambiente. Oggi siamo a Bibione, nona fila di ombrelloni, vicino alle docce e ai bagni. Fino a pochi giorni fa Porto Ulisse, quattro famiglie in tutta la spiaggia, mare trasparente tropicale. E’ la prova provata una volta di piu’ di come l’ambiente condizioni gli individui. 

I vicini di ombrellone stanno raccontandosi vicende. Di come la perfida Albione li abbia derubati di un figlio prima e di un nipote dopoi, dato che il figlio e la compagna hanno appena scoperto di essere in dolce attesa, Il figlio era andato oltremanica per imparare l’inglese, poi dato che aveva studiato economia ed era pure bravo gli avevano offerto un lavoro, poco pagato per i loro standard, ma moltissimo per i nostri. E il figlio era rimasto li, dove magari piove (o pioveva) sempre, le citta’ fanno schifo, il cibo neanche a parlarne, ma uno stipendio decente alla fine del mese arriva. Da qui alla generalizzazione: ma quanto costa far studiare un ragazzo? 100-200-300 mila euro? e quando il ragazzo se ne va? tutti questi soldi spesi da stato e famiglie? buttati alle ortiche o appunto rubati. Discussione pure di un certo livello, ma alza il volume del rumore di fondo, non mi fa sentire il mare, e manco la doccia qui accanto. Il che dimostra, come se ce ne fosse bisogno, che l’ambiente viene condizionato dagli individui. 

In termini pomposamente tecnici questa situazione si puo’ descrivere nella seguente maniera: Interazioni al livello “micro”, cioe’ un livello basso, generano un pattern al livello “macro”, un livello piu’ alto, che reagisce all’indietro sulle sotto unita’ del livello “micro”. In biologia evoluzionistica si direbbe: organismi che creano il loro ambiente che influisce sullo sviluppo futuro degli stessi organismi. Siamo nel magico mondo dei sistemi dinamici complessi. In questo mondo un comportamento dinamico ricco e’ generato dalle interazioni tra un grande numero di sotto-unita’. E queste interazioni generano proprieta’ che non possono essere ricondotte al comportamento delle sotto-unita’. O, come ha detto il premio Nobel Phillip Anderson: “more is different”. L’emergenza di queste proprieta’ da livelli bassi e numerosi verso livelli piu’ alti e meno numerosi genera la cosi’ detta invarianza di scala. cioe’ il fatto che non sia possibile determinare la dimensione di un sistema guardandone semplicemente una parte. Un buon esempio e’ il broccolo romanesco. Se ci fate caso, ogni rosetta ha la forma del singolo broccolo, ogni cima ha la forma della rosetta e quindi del broccolo, e cosi’ via. Il broccolo romanesco ha una struttura frattale. Se prendiamo un broccolo, il numero di rosette e’ molto maggiore di uno (un broccolo) e il numero di cime molto maggiore del numero di rosette, e cosi’ via. Cioe’ il numero di strutture piccole e’ sempre molto maggiore di quello delle strutture piu’ grandi. Con piu’ precisione formale, il numero di strutture piccole e’ legato a quello delle strutture piu’ grandi da una legge di potenza del tipo Y=1/X. Non ci sono solamente i broccoli romaneschi che si possono descrivere con leggi di potenza. Queste leggi emergono naturalmente nei sistemi dinamici complessi. Questi sistemi sono formati da tante sotto-unita’ piccole e poche grandi. connesse dalle relazioni di scala descritte sopra. Una incredibile varieta’ di sistemi si comporta in questa maniera, dalle faglie che danno luogo ai terremoti ai neuroni nel mio cervello che sono al lavoro per generare queste parole, ai materiali magnetici, agli insediamenti umani, poche grandi citta’, molte piccole citta’, infiniti villaggi, e cosi’ via. 

E allora, perche’ mai stupirsi del fatto che storicamente la sinistra, o comunque il fronte dei progressisti, e’ composto da una miriade di gruppuscoli, poche aggregazioni medio grandi, una sola organizzazione molto grande? E perche’ stupirsi che ci sia dialettica tra le sotto unita’? che questa dialettica (interazioni) generi un pattern nel livello piu’ alto e piu’ grande, che poi reagisce all’indietro sulle sotto-unita’? Il fronte progressista ha evidentemente una struttura frattale, non e’ una insieme di frattaglie. E il motivo e’ in fondo semplice. Progredire, innovare, e’ complicato, significa rimettersi continuamente in discussione, non dare niente per scontato per inventarsi il futuro. Significa riconoscere l’importanza e la ricchezza della differenza di opinioni. Signifier mettere le forze a fattor comune per far crescere e progredire tutto il sistema, non solo la propria sotto-unita’. Dall’altro lato, conservare e’ piu’ facile, se non altro perche’ si conosce gia’ quello che si vuole conservare (una visione del mondo, soldi, potere, privilegi, poltrone), non c’e’ bisogno di inventarselo.

La frammentazione del fronte progressista e’ vista di solito come uno dei suoi mali incurabili, invece non e’ altro che l’evidenza della complessita’ dinamica di questo sistema. Il problema di questi sistemi e’ proprio che sono dinamici. Cambiano in continuazione, il che rende evidentemente complicato trovare una sintesi duratura. Se la si trova al tempo t0, questa scompare naturalmente al tempo t1.  Possiamo chiamarlo “effetto Turigliatto”. Il problema non e’ eliminare l’effetto Turigliatto, cosa che e’ formalmente e sostanzialmente impossibile, ma compensarlo. Il sistema deve trovare la maniera di convergere verso una auto-organizzazione che ne garantisca sopravvivenza ed evoluzione, fottendo l’effetto Turigliatto. Qui di nuovo viene in aiuto la teoria dei sistemi dinamici complessi, dove si parla di Auto Organizzazione, e Criticità’ auto-organizzata.  In questi sistemi si sviluppano correlazioni a grandi scale grazie all’auto-organizzazione di correlazioni su scale piu’ piccole (feedback). Il feedback e le correlazioni sono l’antidoto alla distruzione del sistema, all’effetto Turigliatto. C’e’ un ulteriore problema pero’. Quello dei tempi scala. Il sistema puo’ convergere verso una criticita’ auto organizzata velocemente o molto lentamente. E se il sistema non e’ isolato ma interagisce con altri sistemi, potrebbe non raggiungere mai l’agognata meta, perche’ nel frattempo le condizioni al contorno sono cambiate. Siccome conservare e’ piu’ facile, i tempi scala con cui i conservatori trovano una sintesi o un compromesso sono in generale molto minori dei tempi scala con cui il sistema complesso progressista puo’ raggiungere l’auto organizzazione. L’unica maniera di accelerare l’operazione e’ far entrare nel gioco un catalizzatore, un evento o una persona, in grado di sintonizzare e accordare velocemente il sistema. Nei sistemi termodinamici ad esempio, qualcuno che regoli la temperatura finemente, così che il sistema riesca a stare sempre vicino ad una transizione di fase. Riusciremo a trovare in tempo questo catalizzatore? 

Il solito formicolio al piede sinistro. Stendo una gamba. Oddio, stavo dormendo? E quindi prima sognavo? Anzi, ero in un sogno dentro un sogno. Accidenti… sarebbe divertente vedere cosa penserebbe Christofer Nolan della situazione onirica del nostro scassato reame..

Sogni

di un pomeriggio di mezza estate

Sento un formicolio al piede sinistro. Che sale verso il polpaccio. Cerco di riattivare la circolazione muovendo le dita impiastrate di sabbia. Non succede niente. Capisco che e’ solo il sole che che sta scottando le gambe, l’ombra si e’ mossa mentre dormicchiavo placidamente, cullato dallo sciabordio delle onde sul bagnasciuga. Di notte dormo poco, invece sulla spiaggia di giorno mi riesce bene, misteri della fisiologia umana. Dormo e sogno.

Faccio un sogno stranissimo. Sogno che un Conte nella sua armatura luccicante sfida il drago che lo tiene prigioniero, ma dopo tutto gli garantisce il desinare tutti i santi giorni, colazione pranzo e cena. Ma il Conte lo fa senza armi vere, solo abbaiando,  giusto per far contenti gli scudieri che lo aizzavano ad azzannare la preda. Non  capisce che dietro di lui c’e una legione di orchi, troll e badanti che non aspettano altro per sguainare lo spadone e trafiggere il drago. Soppiantarlo e provare a creare un Nuovo Ordine. E la Regina Cersette a capo delle orde prima che il drago esali l’ultimo respiro gli chiede consiglio. Il drago, ormai con il sangue che gli ingorga la bocca, biascica: Regina, tu sei potente, ma guardati dai tuoi! Ti tradiranno! ti dico, non buttare a mare tutta la fatica che ho fatto per tenere assieme questo scalcinato reame.. tieniti stretto qualcuno dei miei ciambellani, i tecnici, gli scienziati, che tanto non fanno mai male a nessuno.. il gran ciambellano per la Transizione Ecologica… e poi spira. Mamma mia che cazzate che riesce a generare la mente quando si dorme. 

Poi faccio un sogno ancora piu’ strano.  Sogno che che la Regina in Carrozza si innamora. La principessa e’ sposata da un secolo al Principe regnante Ricerca Applicata, e in questo secolo avevano avuto tante soddisfazioni, tanti bambini assieme agli immancabili problemi che ogni relazione di questo tipo comporta. Il principe che si annoia e fa spesso e volentieri battute fuori luogo, o che peggio cerca conforto sotto altre lenzuola. E questo e’ niente. Che dire dei fratelli perversi o dei figli smidollati, le principesse tristi, i nipoti irriconoscenti. Insomma tutto quello che normalmente succede in ogni famiglia. Ma alla fine si poteva sicuramente dire che le soddisfazioni superavano abbondantemente le delusioni. Irrinunciabile tenere sulle spine e accettare le dimissioni della spocchiosa prima ministra che si credeva lei la Regina! 

E quindi perche’. Perche’ alla sua veneranda eta’ invaghirsi di nuovo. E per di piu’ di uno spiantato, uno di quei Bohemien rimasti nel secolo scorso: Ricerca Fondamentale! Solo il nome suona cosi’ vecchio, cosi’ fuori tempo. Ricerca Fondamentale e’ un tipo che predilige i tempi lunghi o lunghissimi, e’ come il Carrubo, quando pianti un seme poi te ne devi dimenticare, ci possono mettere venti anni prima che germogli. Il frutto del Carrubo poi. Matura in un anno intero, una eternità in confronto alla ciliegia o la pesca. Sulle piante trovi i frutti dell’anno passato maturi assieme a quelli dell’anno in corso ancora acerbi, allappanti. E cosa ci vuole mai fare la Regina in Carrozza coll’umile Carrubo ai tempi di tiktok? Si fosse innamorata di Kabhane Lame si capirebbe. Ma e’ cosi’, nei sogni succedono cose che nella nella realta’ sono sostanzialmente impossibili. E’ come se la funzione d’onda di un qualche processo nella realta’ segua correttamente le probabilita’ e collassi solo nell’evento piu’ probabile, mentre nel sogno le probabilita’ sono tutte uguali e la funzione d’onda collassa a raglio, o, usando una citazione piu’ colta, come se si premesse in maniera spasmodica il pulsantone rosso del motore a improbabilita’ infinta. E in una di queste pigiate la Principessa in Carrozza si innamora del Carrubo Ricerca Fondamentale. E chi diavolo fa ricerca fondamentale nel nostro piccolo e bistrattato regno? C’e’ il Marchese del Piglio Tutto Io: io so’ io e voi non siete un cazzo! e c’e’ il Conte Mascetti-Tafazzi In Su per il Monte, l’astronomo reale. Il primo e’ e sempre resterà uno scapolo d’oro. Il secondo soggetto e’ peculiare anche nel disastrato reame, dove la peculiarità e’ la regola. Di giorno il Conte in Su per il Monte declama massime incomprensibili pure per per se stesso, fa progetti faranoici quanto improbabili (pure nel contesto del sogno, dove appunto il motore e’ quello ad improbabilita’ infinita), di notte si duole perche’ continuamente distrugge quello che di buono pur improbabilmente di giorno e’ riuscito a fare. E’ chiaro che la Regina e’ attratta da questo straordinario essere fuori tempo che e’ il Conte in Su per il Monte. E’ il fascino del perdente nato dopo tutto, niente di nuovo sotto il sole e manco nei sogni. 

La Regina e’ risoluta, vuole il Carrubo in Su per il Monte con tutte le sue, residue, forze. Scrive lettere, apparecchia tavolate imbandite con ogni ben di Dio. Ma soprattutto promette doti favolose. E il Principe Regnante? Rimane li dove e’, la Regina dopo tutto puo’ istituire nello scassato regio la poligamia. Lo aveva fatto pure il re Mormone dopo tutto nel regno d’Oltre Mare. 

Questo matrimonio sa’ da fare! Ma quando? questo e’ il problema. L’uscita scriteriata del Conte nell’armatura luccicante ha provocato il draghicidio, e con questo la possibilita’ di un Nuovo Ordine. La Regina e’ preoccupata, non sara’ mai che nel Nuovo Ordine salta tutto? I denari, non e’ che tutti quei denari promessi per la Ricerca Applicata e pure per la Ricerca Fondamentale evaporano come neve al sole? Ci siamo gia’ passati dopo tutto… riforme dei finanziamenti della Ricerca gettate alle ortiche per trovare 300 milioni per gli AutoFerroTrasportatori… era un altro sogno di un altro Agosto di tanti anni fa.. E quindi… non e’ che sara’ meglio anticipare i tempi? ma come… il rituale prevede un corteggiamento di almeno 12 mesi, e il tempo necessario a che il ciambellano …

Aio!!!!! un bruciore intenso sempre dal piede sinistro. Ma non e’ il sole questa volta, il bruciore e’ piu’ localizzato e intenso. Una vespa dispettosa ha pensato bene si inserire il suo spadone, ops pungioglione nel drago che ha visto nel tallone del mio piede. Mi alzo di scatto e il sogno evapora come neve al sole. Meno male, era troppo strano. E quando i sogni sono troppo strani mi rimane una acidita’ nello stomaco. Non so perche’. Butto via la vesta,  mi massaggio il polpaccio e lo immergo nell’acqua salata. Torno sotto l’ombrellone e apro Dagospia: Meloni preoccupata chiama Draghi: https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/nemici-mi-guardo-io-miei-alleati-mi-guardi-dio-giorgia-meloni-318900.htm