Sagre e il riscaldamento globale

Abito in un piccolo paese friulano, spaccato dal caldo di questo agosto rovente, là dove la pianura diventa sassi, prima di inchinarsi ai colli orientali.

Nonostante la calura, agosto nel bel paese è sempre periodo di sagre, e lo stesso succede nel piccolo paese, anzi, nelle sue ancora più minute frazioni di Ziracco e Orzano. Dove agguerritissimi gruppi di volontari organizzano la Sagre sot el cocolâr, cioè sotto gli alberi di noci, storicamente presenti nel cortile della canonica di Ziracco, e la Sagre Madone d’avost, al Centro San Luigi Scrosoppi di Orzano, ovvero nel terreno annesso alla casa colonica dove alloggiavano le Suore della Provvidenza. Il piccolo problema per chi che come me abita in zona, è che le due sagre sono organizzate esattamente negli stessi giorni, a cavallo di ferragosto. Se una sera decidi per Orzano, poi sei sicuro che i ziracchesi si ingelosiscono, e viceversa. E bisogna fare attenzione a non confondersi e lodare gli gnocchi di Ziracco con gli orzanesi o gli arrosticini di Orzano con i ziracchesi. Insomma un mal di testa per i locali, ma anche per i foresti! che arrivando in uno dei due posti in realtà cercavano l’altro. E a me, che sono foresto dentro, sorge spontanea la domanda: ma perché mai le due minute frazioni non organizzano le loro belle sagre in due settimane differenti? Avrebbero più ospiti, e soprattutto gli faciliterebbero la vita. Impossibile!!! Improponibile!! Inestricabilmente complesso, neanche si trattasse di far parlare il diavolo con l’acqua santa. A confronto Peppone e Don Camillo erano accondiscendenti collaboratori. Qui si tocca con mano, anzi anche con la lingua il naso e gli occhi la forma concreta del micro-campanilismo italico: Il locale-locale viene prima del locale, neanche a parlare del comune, sia nel senso di ente pubblico che di bene, o addirittura del globale. 

Gli gnocchi della sagra Sagre sot el cocolâr, da Anteprima Sagre
Gli arrosticini della Sagre Madone d’avost, da Facebook

Questo contrasto tra locale e globale lo ho provato letteralmente sulla pelle andando in bicicletta alla sagra di Orzano. Abito vicino al centro del piccolo paese, a un centinaio di metri dalla strada statale che come un’ulcera perenne lo taglia in due. Usciamo tardi, sperando che la calura conceda una tregua serale, ma siamo lo stesso completamente sudati dopo poche pedalate. Usciamo dal paese verso la campagna e succede il miracolo. La temperatura in pochi metri crolla di parecchi gradi, e addirittura ci sembra di stare al fresco. Ci fermiamo, cosa succede? Torniamo indietro verso il paese, e il miracolo si ripete al contrario, un muro tangibile di caldo e umido ci respinge. Continuiamo quindi nel fresco verso Orzano, passando da Mulino Cainero e Casali Battiferro. Sorpassiamo il cimitero, e pedaliamo verso la  piazza. E di nuovo eccolo il muro di caldo e umido. E’ stupefacente come anche i pochi edifici, il cemento e l’asfalto di  una minuta frazione di un piccolo paese possano fare la differenza, riemettendo la sera il calore assorbito durante il giorno, e rendendo la temperatura insopportabile anche dopo il tramonto. Se c’è un problema veramente globale globale, è quello del riscaldamento globale. Un problema esistenziale, oltre che globale. Ma che appunto proprio per essere molto globale è stato dimenticato, o meglio rimosso, a tutti i livelli, anche quando non esplicitamente sconosciuto. Due sono i motivi principali per cui i problemi globali o quelli difficili da risolvere tendono ad essere rimossi e non affrontati. Il primo è la lontananza: che impatto possiamo mai avere noi piccoli stati, piccole o grandi città, piccoli paesi o minute frazioni, su un problema che appunto coinvolge il mondo intero?. Sono altri ad essere i responsabili veri del problema (Cina, USA), che ci pensassero ben loro a risolverlo. Una sorta di benaltrismo al cubo. 

Il secondo motivo è che il problema in questione fino a poco tempo fa era difficile da toccare con mano, almeno per la maggior parte della gente. Una cosa è leggere articoli e statistiche sugli effetti del riscaldamento globale, un altro è viverle. E fino a ieri a vivere le conseguenze fino in fondo era la minoranza dei più deboli nelle nostre società avanzate. La maggioranza non aveva sufficientemente toccato con mano. Oggi la situazione sta cambiando, il 2026 sarà l’anno più caldo in Italia ed in Europa da che si compilano serie storiche, e il caldo lo abbiamo sentito tutti. E gli effetti non sono più tanto a macchia di leopardo sia da un punto di vista geografico che sociologico. Di caldo si muore, certo, ma la strage la subiscono per lo più i poveri e gli anziani, non la vede e non la sente il grosso della società.  Però, i raccolti persi, l’agricoltura, l’itticoltura e la pesca in ginocchio significano aumento dei prezzi della maggior parte dei prodotti alimentari. Attività che si svolgono all’aperto come edilizia, manifattura, artigianato devono essere rallentate, implicando aumento di costi e mancate entrate. Centrali idroelettriche e nucleari chiuse significa aumento del costo dell’energia elettrica. Più condizionatori significa consumi maggiori e costi maggiori. Più eventi estremi significa più danni estesi e non solo molto locali e quindi tra le altre cose aumento del costo delle assicurazioni per tutti. E via dicendo. Si, il riscaldamento globale si sta traducendo in aumento di costi davvero globale per tutti! Si calcola attorno a un punto di PIL, cioè circa l’equivalente di una manovra finanziaria.

Innegabile. Ma stranamente il riscaldamento globale viene vissuto ancora come fatalità. L’equivalente di un terremoto. La differenza è che i terremoti da un lato sono per fortuna abbastanza rari, e dall’altro è possibile solo mettere in campo politiche adeguate per mitigarne le conseguenze, ad esempio costruire in maniera antisismica. Al contrario, gli effetti devastanti del riscaldamento globale coprono tutto lo spettro che va dall’aumento generalizzato dei prezzi, al malessere diffuso almeno per minoranze sempre più grandi, ad eventi estremi come uragani distruttivi, inondazioni, frane, incendi, sempre più frequenti. Gli effetti del riscaldamento globale non sono solo fatalità, non sono solo cigni neri dei quali abbiamo difficoltà di cogliere l’importanza, proprio perché’ sono eventi rari e inaspettati. E possiamo mettere in campo azioni sia per ridurre il riscaldamento globale che per mitigarne le conseguenze. 

Certo, smettere di bruciare combustibili fossili è la cosa tanto ovvia quanto fondamentale da fare, è la chiave di volta per risolvere il problema. Se ci si pensa in maniera distaccata, tipo, se un alieno arrivasse qui sulla terra e vedesse che per produrre energia elettrica non usiamo quella fonte inesauribile e gratis che è il sole ma bruciamo petrolio, carbone e gas naturale, che oltre a costare cari ed essere appunto esauribili sono anche inquinanti, ci prenderebbe per matti. E se l’alieno vedesse che per spostarci usiamo ancora i motori a combustione interna, che non solo sono molto meno efficienti di quelli elettrici (che convertono in movimento utile il 95% dell’energia, contro il 20-45% dei motori a benzina e diesel), ma producono pure gas serra inquinanti, veramente uscirebbe fuori di testa.

Dovremmo incentivare in tutti i modi l’istallazione di pannelli solari. L’ultimo rapporto dell’Agenzia del Demanio indica in più di 40 milioni di metri quadrati di fabbricati la proprietà dello Stato italiano e in più di 1 miliardo di metri quadri la proprietà demaniale di aree libere, terreni e boschi. In Italia d’estate la richiesta media di potenza è di circa 40 GW, con picchi fino a 60 GW. Un metro quadrato di pannelli solari produce circa 200W al picco, che si riducono a 50-100W come media giornaliera. Quindi per soddisfare l’intero consumo estivo servirebbero poco meno di un miliardo di metri quadri coperti da pannelli solari, un ammontare minore ai soli beni demaniali italiani. Al momento la superfice complessiva occupata da pannelli solari in Italia, per una potenza installata complessiva di 47GW, è minore dello 0.1% della superficie agricola utilizzata. Anche moltiplicandola per 10 sarebbe ancora trascurabile. Suona davvero strano come in Germania la potenza installata in pannelli solari sia più di tre volte quella italiana, là dove il sole d’inverno è una chimera.  E dovremmo incentivare la produzione e l’utilizzo di auto elettriche, come per altro succede in tutto il resto d’Europa e nel mondo in generale, Cina in testa. Tutte queste cose ovviamente richiedono tempi medio-lunghi, e quindi gli effetti di queste pur ovvie politiche non si possono vedere nel breve periodo, e la politica è naturalmente allergica a tutto quello che non produce effetti nel breve anzi meglio brevissimo periodo.

Ma in realtà possiamo fare anche cose localmente, vicino al nostro caro campanile, che hanno un impatto immediato sulla nostra qualità di vita. Possiamo eliminare un po’ di cemento e di asfalto dalle nostre città e dai nostri paesi, e diminuire così l’assorbimento di calore durante il giorno e la riemissione durante la notte, e far calare quindi la temperatura almeno di notte, l’effetto strada per Orzano. Possiamo piantare alberi e piante che usano poca acqua e che sono resistenti al calore. Possiamo montare sui tetti e sulle terrazze delle nostre case, dei nostri condomini, delle nostre scuole e uffici pubblici pannelli solari e accumulatori, che ci possano rendere più resilienti verso le sempre più frequenti interruzioni della rete, oltre che far abbassare la bolletta elettrica e caricare auto elettriche. Il piccolo paese ospita un grande impianto fotovoltaico nella ex Fornace Fornasilla, sarebbe  stato utile associare all’impianto colonnine di ricarica a prezzo calmierato per gli abitanti, in maniera da lasciare sul territorio almeno una parte dei profitti che poi fluiscono oltralpe. Possiamo coordinarci con gli altri paesi interessati per chiedere la riattivazione della linea ferroviaria Udine-Cividale il prima possibile, in modo da ridurre il traffico e l’inquinamento che la strada statale porta direttamente nelle nostre case, nei nostri nasi e nelle nostre orecchie. Possiamo manutenere gli acquedotti, i canali, i fossi dei nostri comuni, per non sprecare acqua, oramai divenuta un bene prezioso manco fossimo sulla luna. Possiamo tornare a popolare almeno d’estate i paesi di montagna, abbandonati nel corso dei decenni, dove l’aria condizionata è naturale ed è gratis. Potremmo addirittura tentare di convincere i nostri governanti a comprare più Canadair per spegnere gli incendi e meno F35 (con il costo di un F35 si possono comprare 3 Canadair). Possiamo partire da queste piccole grandi cose di buon senso comune. 

Che forse riuscirebbero a mettere d’accordo anche orsanesi e ziracchesi. Forse non si troverà il modo di far svolgere le sagre in settimane differenti, ma almeno potremmo provare a inserire nelle due sagre delle serate (magari non lo stesso giorno!) dedicate a discutere del riscaldamento globale del cambiamento climatico e delle “buone pratiche” da adottare tutti per mitigarne le conseguenze. Ci potrebbero essere interventi di scienziati assieme a musicisti, attori, poeti. Si potrebbero leggere brani dei libri di Amitav Ghosh, e far raccontare a testimoni del cambiamento climatico le loro storie, e quindi condividerle e renderle una conoscenza e una coscienza comuni. Scienza numeri ed emozioni sul problema davvero più “scottante” che l’umanità tutta dovrà, volente o nolente, affrontare.

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