Sagre e il riscaldamento globale

Abito in un piccolo paese friulano, spaccato dal caldo di questo agosto rovente, là dove la pianura diventa sassi, prima di inchinarsi ai colli orientali.

Nonostante la calura, agosto nel bel paese è sempre periodo di sagre, e lo stesso succede nel piccolo paese, anzi, nelle sue ancora più minute frazioni di Ziracco e Orzano. Dove agguerritissimi gruppi di volontari organizzano la Sagre sot el cocolâr, cioè sotto gli alberi di noci, storicamente presenti nel cortile della canonica di Ziracco, e la Sagre Madone d’avost, al Centro San Luigi Scrosoppi di Orzano, ovvero nel terreno annesso alla casa colonica dove alloggiavano le Suore della Provvidenza. Il piccolo problema per chi che come me abita in zona, è che le due sagre sono organizzate esattamente negli stessi giorni, a cavallo di ferragosto. Se una sera decidi per Orzano, poi sei sicuro che i ziracchesi si ingelosiscono, e viceversa. E bisogna fare attenzione a non confondersi e lodare gli gnocchi di Ziracco con gli orzanesi o gli arrosticini di Orzano con i ziracchesi. Insomma un mal di testa per i locali, ma anche per i foresti! che arrivando in uno dei due posti in realtà cercavano l’altro. E a me, che sono foresto dentro, sorge spontanea la domanda: ma perché mai le due minute frazioni non organizzano le loro belle sagre in due settimane differenti? Avrebbero più ospiti, e soprattutto gli faciliterebbero la vita. Impossibile!!! Improponibile!! Inestricabilmente complesso, neanche si trattasse di far parlare il diavolo con l’acqua santa. A confronto Peppone e Don Camillo erano accondiscendenti collaboratori. Qui si tocca con mano, anzi anche con la lingua il naso e gli occhi la forma concreta del micro-campanilismo italico: Il locale-locale viene prima del locale, neanche a parlare del comune, sia nel senso di ente pubblico che di bene, o addirittura del globale. 

Gli gnocchi della sagra Sagre sot el cocolâr, da Anteprima Sagre
Gli arrosticini della Sagre Madone d’avost, da Facebook

Questo contrasto tra locale e globale lo ho provato letteralmente sulla pelle andando in bicicletta alla sagra di Orzano. Abito vicino al centro del piccolo paese, a un centinaio di metri dalla strada statale che come un’ulcera perenne lo taglia in due. Usciamo tardi, sperando che la calura conceda una tregua serale, ma siamo lo stesso completamente sudati dopo poche pedalate. Usciamo dal paese verso la campagna e succede il miracolo. La temperatura in pochi metri crolla di parecchi gradi, e addirittura ci sembra di stare al fresco. Ci fermiamo, cosa succede? Torniamo indietro verso il paese, e il miracolo si ripete al contrario, un muro tangibile di caldo e umido ci respinge. Continuiamo quindi nel fresco verso Orzano, passando da Mulino Cainero e Casali Battiferro. Sorpassiamo il cimitero, e pedaliamo verso la  piazza. E di nuovo eccolo il muro di caldo e umido. E’ stupefacente come anche i pochi edifici, il cemento e l’asfalto di  una minuta frazione di un piccolo paese possano fare la differenza, riemettendo la sera il calore assorbito durante il giorno, e rendendo la temperatura insopportabile anche dopo il tramonto. Se c’è un problema veramente globale globale, è quello del riscaldamento globale. Un problema esistenziale, oltre che globale. Ma che appunto proprio per essere molto globale è stato dimenticato, o meglio rimosso, a tutti i livelli, anche quando non esplicitamente sconosciuto. Due sono i motivi principali per cui i problemi globali o quelli difficili da risolvere tendono ad essere rimossi e non affrontati. Il primo è la lontananza: che impatto possiamo mai avere noi piccoli stati, piccole o grandi città, piccoli paesi o minute frazioni, su un problema che appunto coinvolge il mondo intero?. Sono altri ad essere i responsabili veri del problema (Cina, USA), che ci pensassero ben loro a risolverlo. Una sorta di benaltrismo al cubo. 

Il secondo motivo è che il problema in questione fino a poco tempo fa era difficile da toccare con mano, almeno per la maggior parte della gente. Una cosa è leggere articoli e statistiche sugli effetti del riscaldamento globale, un altro è viverle. E fino a ieri a vivere le conseguenze fino in fondo era la minoranza dei più deboli nelle nostre società avanzate. La maggioranza non aveva sufficientemente toccato con mano. Oggi la situazione sta cambiando, il 2026 sarà l’anno più caldo in Italia ed in Europa da che si compilano serie storiche, e il caldo lo abbiamo sentito tutti. E gli effetti non sono più tanto a macchia di leopardo sia da un punto di vista geografico che sociologico. Di caldo si muore, certo, ma la strage la subiscono per lo più i poveri e gli anziani, non la vede e non la sente il grosso della società.  Però, i raccolti persi, l’agricoltura, l’itticoltura e la pesca in ginocchio significano aumento dei prezzi della maggior parte dei prodotti alimentari. Attività che si svolgono all’aperto come edilizia, manifattura, artigianato devono essere rallentate, implicando aumento di costi e mancate entrate. Centrali idroelettriche e nucleari chiuse significa aumento del costo dell’energia elettrica. Più condizionatori significa consumi maggiori e costi maggiori. Più eventi estremi significa più danni estesi e non solo molto locali e quindi tra le altre cose aumento del costo delle assicurazioni per tutti. E via dicendo. Si, il riscaldamento globale si sta traducendo in aumento di costi davvero globale per tutti! Si calcola attorno a un punto di PIL, cioè circa l’equivalente di una manovra finanziaria.

Innegabile. Ma stranamente il riscaldamento globale viene vissuto ancora come fatalità. L’equivalente di un terremoto. La differenza è che i terremoti da un lato sono per fortuna abbastanza rari, e dall’altro è possibile solo mettere in campo politiche adeguate per mitigarne le conseguenze, ad esempio costruire in maniera antisismica. Al contrario, gli effetti devastanti del riscaldamento globale coprono tutto lo spettro che va dall’aumento generalizzato dei prezzi, al malessere diffuso almeno per minoranze sempre più grandi, ad eventi estremi come uragani distruttivi, inondazioni, frane, incendi, sempre più frequenti. Gli effetti del riscaldamento globale non sono solo fatalità, non sono solo cigni neri dei quali abbiamo difficoltà di cogliere l’importanza, proprio perché’ sono eventi rari e inaspettati. E possiamo mettere in campo azioni sia per ridurre il riscaldamento globale che per mitigarne le conseguenze. 

Certo, smettere di bruciare combustibili fossili è la cosa tanto ovvia quanto fondamentale da fare, è la chiave di volta per risolvere il problema. Se ci si pensa in maniera distaccata, tipo, se un alieno arrivasse qui sulla terra e vedesse che per produrre energia elettrica non usiamo quella fonte inesauribile e gratis che è il sole ma bruciamo petrolio, carbone e gas naturale, che oltre a costare cari ed essere appunto esauribili sono anche inquinanti, ci prenderebbe per matti. E se l’alieno vedesse che per spostarci usiamo ancora i motori a combustione interna, che non solo sono molto meno efficienti di quelli elettrici (che convertono in movimento utile il 95% dell’energia, contro il 20-45% dei motori a benzina e diesel), ma producono pure gas serra inquinanti, veramente uscirebbe fuori di testa.

Dovremmo incentivare in tutti i modi l’istallazione di pannelli solari. L’ultimo rapporto dell’Agenzia del Demanio indica in più di 40 milioni di metri quadrati di fabbricati la proprietà dello Stato italiano e in più di 1 miliardo di metri quadri la proprietà demaniale di aree libere, terreni e boschi. In Italia d’estate la richiesta media di potenza è di circa 40 GW, con picchi fino a 60 GW. Un metro quadrato di pannelli solari produce circa 200W al picco, che si riducono a 50-100W come media giornaliera. Quindi per soddisfare l’intero consumo estivo servirebbero poco meno di un miliardo di metri quadri coperti da pannelli solari, un ammontare minore ai soli beni demaniali italiani. Al momento la superfice complessiva occupata da pannelli solari in Italia, per una potenza installata complessiva di 47GW, è minore dello 0.1% della superficie agricola utilizzata. Anche moltiplicandola per 10 sarebbe ancora trascurabile. Suona davvero strano come in Germania la potenza installata in pannelli solari sia più di tre volte quella italiana, là dove il sole d’inverno è una chimera.  E dovremmo incentivare la produzione e l’utilizzo di auto elettriche, come per altro succede in tutto il resto d’Europa e nel mondo in generale, Cina in testa. Tutte queste cose ovviamente richiedono tempi medio-lunghi, e quindi gli effetti di queste pur ovvie politiche non si possono vedere nel breve periodo, e la politica è naturalmente allergica a tutto quello che non produce effetti nel breve anzi meglio brevissimo periodo.

Ma in realtà possiamo fare anche cose localmente, vicino al nostro caro campanile, che hanno un impatto immediato sulla nostra qualità di vita. Possiamo eliminare un po’ di cemento e di asfalto dalle nostre città e dai nostri paesi, e diminuire così l’assorbimento di calore durante il giorno e la riemissione durante la notte, e far calare quindi la temperatura almeno di notte, l’effetto strada per Orzano. Possiamo piantare alberi e piante che usano poca acqua e che sono resistenti al calore. Possiamo montare sui tetti e sulle terrazze delle nostre case, dei nostri condomini, delle nostre scuole e uffici pubblici pannelli solari e accumulatori, che ci possano rendere più resilienti verso le sempre più frequenti interruzioni della rete, oltre che far abbassare la bolletta elettrica e caricare auto elettriche. Il piccolo paese ospita un grande impianto fotovoltaico nella ex Fornace Fornasilla, sarebbe  stato utile associare all’impianto colonnine di ricarica a prezzo calmierato per gli abitanti, in maniera da lasciare sul territorio almeno una parte dei profitti che poi fluiscono oltralpe. Possiamo coordinarci con gli altri paesi interessati per chiedere la riattivazione della linea ferroviaria Udine-Cividale il prima possibile, in modo da ridurre il traffico e l’inquinamento che la strada statale porta direttamente nelle nostre case, nei nostri nasi e nelle nostre orecchie. Possiamo manutenere gli acquedotti, i canali, i fossi dei nostri comuni, per non sprecare acqua, oramai divenuta un bene prezioso manco fossimo sulla luna. Possiamo tornare a popolare almeno d’estate i paesi di montagna, abbandonati nel corso dei decenni, dove l’aria condizionata è naturale ed è gratis. Potremmo addirittura tentare di convincere i nostri governanti a comprare più Canadair per spegnere gli incendi e meno F35 (con il costo di un F35 si possono comprare 3 Canadair). Possiamo partire da queste piccole grandi cose di buon senso comune. 

Che forse riuscirebbero a mettere d’accordo anche orsanesi e ziracchesi. Forse non si troverà il modo di far svolgere le sagre in settimane differenti, ma almeno potremmo provare a inserire nelle due sagre delle serate (magari non lo stesso giorno!) dedicate a discutere del riscaldamento globale del cambiamento climatico e delle “buone pratiche” da adottare tutti per mitigarne le conseguenze. Ci potrebbero essere interventi di scienziati assieme a musicisti, attori, poeti. Si potrebbero leggere brani dei libri di Amitav Ghosh, e far raccontare a testimoni del cambiamento climatico le loro storie, e quindi condividerle e renderle una conoscenza e una coscienza comuni. Scienza numeri ed emozioni sul problema davvero più “scottante” che l’umanità tutta dovrà, volente o nolente, affrontare.

Space is hard

Molti anni dopo avrei ricordato quel pomeriggio remoto in cui Cesare, il mio maestro, mi aveva portato Torino a conoscere la grande industria, ovvero il suo amico Bruno, ormai in pensione, uno degli artefici di quel miracolo che era stato BeppoSAX, oltre che una lunga sfilza di satelliti ESA, da Hipparcos in avanti. La prima e forse l’unica cosa che Bruno Strim aveva detto era che space is hard, lo spazio è duro, difficile, spietato. Certo, perché lo spazio è vuoto, freddo, pieno di radiazioni pericolose, ma soprattutto perché una volta che qualcosa vola nello spazio non riesci più a rimetterci le mani sopra. Se hai fatto un errore, se qualche componente si rompe o funziona peggio del previsto, be, non puoi più farci molto. Devi solo sperare che quel componente non sia vitale o non sia unico. Altrimenti, fine dei giochi. Ma a quel tempo non sapevo cosa volesse dire veramente “fine dei giochi”. Cosa vuol dire veramente space is hard, lo capisci solo quando ci passi. Quando ti trovi tuo malgrado protagonista di una serie di film, il genere che cambia di continuo tra fantascientifico, drammatico, horror, commedia degli equivoci, come in un frullatore a potenza massima.

Torino, 24 marzo 2025. Siamo tutti nella sala di controllo ad Altec, o nelle sale accanto. Il primo passaggio del primo satellite di HERMES Pathfinder, H1, è previsto per le 9:04. Sugli schermi scorre il waterfall, i segnali che arrivano dall’antenna UHF di Spino D’Adda in funzione del tempo. C’è anche pubblico dietro le pareti di vetro. E’ la prima volta che Altec segue un passaggio di un satellite. Siamo tutti pronti con gli smartphone per immortalare i primi segnali. Ma il tempo passa e si vede solo rumore. Qualcuno commenta che non è stato ancora confermato il rilascio del satellite. Sospiro di sollievo. Ma poi arriva la conferma, si, il satellite è nello spazio. E allora perché non trasmette, oppure, perché non lo sentiamo? Aspettiamo il prossimo passaggio, e quello dopo. Sempre con gli smartphone pronti. E sempre a guardare solo rumore che scorre inesorabile sugli schermi.

Torino, 25 marzo 2025. Siamo tutti di nuovo nella sala di controllo ad Altec ad aspettare il primo passaggio di H2, il secondo satellite della costellazione. Stessa scena del giorno precedente, stesso risultato. Depressione. Che però è moltiplicata per mille. Un guasto casuale è una cosa, due fallimenti significano un effetto sistematico. Decidiamo di interrompere i rilasci, per capire meglio cosa succede. Ma senza segnali non è che si possa capire molto. Solo congetture. Forse le batterie non hanno funzionato perché troppo fredde, forse i satelliti non si sono accesi. Forse si può fare qualcosa per gli altri quattro satelliti ancora nella pancia di ION, cercando di scaldarli orientando il satellite verso il sole prima di rilasciarli. 

Udine, notte tra il 26 e il 27 marzo 2025. Sono tornato a casa. Avrò dormito quattro ore in due giorni, quindi prendo delle gocce per dormire almeno un poco, e riguadagnare un po’ di lucidità. Verso le 4:30 mi alzo per andare in bagno, il mio problema di prostata. Vedo sul telefono una chiamata alle 3:30 e una marea di messaggi. Stropiccio gli occhi, non riesco a vedere bene, mi lacrimano per l’allergia e pure per l’effetto delle gocce di sonnifero. H2 ha parlato! Un radioamatore ha intercettato il segnale, e lo ha pure decodificato! E’ proprio H2 che trasmette. E sembra abbia eseguito correttamente tutte le procedure previste dopo il rilascio: accensione del computer principale, apertura dei pannelli solari, apertura delle antenne di comunicazione, accensione del sistema di controllo di assetto. Ma cosa più importante, siamo vivi. Non c’è un errore sistematico. C’è una Nuova speranza! George Lukas ,1977.

Trieste, 27 marzo 2025. Seguo dall’ufficio i passaggi su Spino e Katherine, le nostre 2 stazioni di terra. Nessun segnale in ricezione, e nessun successo nell’invio di telecomandi al satellite. L’impero colpisce ancora, Irvin Kershner,1980.

Nei giorni che seguono cerchiamo di capire come mai non riusciamo più a ricevere e soprattutto a inviare messaggi. Coinvolgo nella discussione e negli esperimenti amici e colleghi italiani ma anche francesi e sloveni. Proveranno a ricevere e trasmettere anche con le loro stazioni, per capire se il problema è anche nella nostra attrezzatura di terra. 

Udine, 3 aprile 2025. Sono a casa. Oltre all’insonnia, al groppo allo stomaco, mi ha preso anche un attacco di sciatica. Non sono potuto quindi partire per Torino, e oggi seguo da casa il rilascio del terzo satellite della costellazione, H6. Primo passaggio sulla stazione di Spino alle 11:25. L’attesa è ancora più angosciante dei giorni precedenti, perché non ho la possibilità di vedere in diretta i dati che arrivano dalla stazione, il waterfall, ma seguo quello succede in chat. E non succede niente. Zero segnali, zero successo nell’invio di telecomandi. Il diavolo degli errori sistematici si affaccia di nuovo, e mi paralizza con la sua gelida carezza. L’atmosfera è quella di Settimo Sigillo, Bergman, 1957. Lascio il pc, e lascio pure lo smartphone a casa, vado nell’orto. Non riesco a piegarmi, prendo uno sgabello di legno e comincio a togliere le erbacce dalle fragole. Il prossimo passaggio è molto basso, solo qualche grado di elevazione, quindi non c’è proprio speranza, almeno per oggi. Torno verso casa per preparare il pranzo, e mi accorgo che il cellulare continua a illuminarsi di messaggi. Incredibilmente abbiamo ricevuto i primi messaggi da H6 mentre passava a un’elevazione di 3 gradi… una magia. Il satellite è in buono stato, punta i pannelli verso il sole. Sembra una favola, La bella addormentata nel bosco, Disney, 1959.

Udine, 7 aprile 2025. Ma le favole si sa durano poco. E infatti durante il fine settimana il satellite comincia a comportarsi in maniera bizzarra. Lo vediamo dai segnali raccolti dai radioamatori. Qualcosa non va per il verso giusto con il controllo di assetto, e il satellite comincia a tombolare in maniera incontrollata. Se potessimo comandarlo si potrebbe provare a correggere il problema, ma il satellite non da’ segno di ricevere i segnali che gli mandiamo. La frustrazione cresce esponenzialmente, assistendo impotenti ad un suicidio. Qui siamo in pieno horror scandinavo alla Jo Nesbo.

Torino, 9 aprile 2025. Sono le 22:30, sono appena sbarcato a Caselle e cerco un taxi per andare verso il mio hotel. H5 è stato appena rilasciato e il primo passaggio è per le 22:50. Ricevo i primi messaggi in chat che sono ancora in taxi. Il satellite è vivo e comunica. Ma di nuovo, non riusciamo a inviare telecomandi. 

Torino 10 aprile 2025. H4 è stato rilasciato all’alba, vediamo comunicare anche lui subito. Ne noi ne i nostri colleghi francesi e sloveni riescono però a inviare telecomandi. 

Torino, 11 aprile 2025. Rilasciato l’ultimo satellite, H3. Anche lui in buona salute e comunica correttamente. Ma non riceviamo più messaggi da H4. Ha cominciato a tombolare violentemente nella notte, si sono scaricate le batterie e si è probabilmente spento. Abbiamo verificato sperimentalmente che almeno cinque satelliti su sei hanno eseguito correttamente le procedure dopo il rilascio (la LEOP in gergo), hanno comunicato, ma non siamo ancora riusciti a inviare comandi per poterli controllare. E di conseguenza il loro stato si deteriora col tempo. Non riuscendo ad orientare correttamente i pannelli solari verso il sole, le batterie non si caricano, e scese sotto una certa soglia il satellite si spegne automaticamente. Questo azzera ovviamente i consumi, e le batterie lentamente possono ricaricarsi, anche con una scarsa corrente prodotta dai pannelli. Superata una certa soglia il satellite si riaccende, e ricomincia a trasmettere. Così facendo consuma le batterie, portando a un nuovo spegnimento. In un ciclo infernale di dormi-veglia, che ha però un solo esito finale possibile se non si interviene. Siamo in Groundhog Day, Ramis, 1993.

Udine, 12 aprile 2025. Ho dormito pochissimo anche questa notte, tra incubi e il cervello che irrazionalmente esplora nuove idee sul problema telecomandi. Vado in bagno portandomi il cellulare. E la prima cosa che vedo è un messaggio nella chat di Riccardo, sempre il primo a svegliarsi la mattina, che scrive: “H3 responded to telecomands”.. e lo scopro nella mail di aggiornamento di Altec delle 2 di notte”. Salto sulla tazza. Cerco l’aggiornamento, ed effettivamente è così. E’ successo questo. Ultimo passaggio di venerdì 12, prima della chiusura per il fine settimana. E’ anche l’ultimo turno di lavoro di Davide, ingegnere di Altec. Da lunedì non sarà più con noi, perché andrà a lavorare per un’altra azienda. Tra tutti gli ingegneri e gli operatori di Altec è quello con cui avevamo legato di più, sia per affinità professionali, sia perché’ aveva affrontato questo lavoro nella stessa maniera in cui lo affrontiamo noi: non un impegno aziendale per soddisfare un contratto, ma il nostro progetto, da curare, nutrire, educare fino a farlo crescere forte e robusto, il nostro figlioccio a cui abbiamo dedicato se non tutti, sicuramente la maggior parte dei nostri sforzi negli ultimi sei anni. Dopo due settimane di tentativi ed esperimenti tutti miseramente falliti, proprio all’ultimo momento possibile, Davide riceve il primo akcnowledgement a un comando inviato. Il comando è stato ricevuto dal satellite, che ha eseguito l’istruzione e ha risposto. E’ il segnale che il sistema funziona, che il diavolo dell’errore e del problema sistematico è stato ricatapultato all’inferno. E’ il segnale che forse non siamo morti. E subito dopo Davide scompare. E’ stato come il passaggio di un angelo. Che deve essere un parente stretto di quello de La vita è meravigliosa di Frank Capra, 1946. Il lieto fine che premia gli sforzi dei buoni e punisce i cattivi. 

Ma purtroppo la vita per chi lavora nello spazio non è sempre meravigliosa. Subito dopo aver avuto conferma che H3 riceveva telecomandi abbiamo avuto anche evidenza che anche lui aveva perso l’assetto Sun pointinge cominciava a tombolare. Era necessario agire immediatamente per correggere questo comportamento ed evitare il rischio di perdere il satellite. Ma da contratto Altec non copre i passaggi durante i fine settimana, e quindi non era possibile avere accesso alla sala di controllo. E in due ore siamo passati da La Vita e Meravigliosa, a un horror come Dall’Alba al Tramonto di Robert Rodriguez, 1996. 

Due colleghi di Altec, Andrea e Alessandro, hanno dato la loro disponibilità a seguire i passaggi remotamente, e cosi sabato primo pomeriggio e sabato notte è stato possibile inviare comandi al satellite per correggere il comportamento del sistema d’assetto. Quel pomeriggio non immaginavo che questo non sarebbe stato che il primo e neanche il più nauseante giro sulle montagne russe. Il 24 aprile H3 è entrato di nuovo uno stato di dormi-veglia, che però è durato molto più a lungo del precedente, fino al 16 maggio. E quando sembrava che avessimo recuperato il satellite, rimaniamo senza stazioni di terra. Il 2 luglio va a fuoco la stazione di Spino, e poco prima la radio di Katherine aveva smesso di funzionare. Ci appoggiamo ai nostri amici francesi per tutto luglio, ma a fine luglio anche loro devono chiudere la stazione per la pausa estiva. L’ultimo telecomando lo inviamo il 28 luglio e il 7 agosto osserviamo un crollo repentino del voltaggio delle batterie, e il satellite entra nel solito dormi-veglia. Ne uscirà solo il 29 settembre. E poco dopo capiamo che nel frattempo, abbandonato a se stesso, il sistema è regredito, tornando nella modalità LEOP, come un moderno Peter Pan che rifugge diventare adulto. Ci vorranno più di tre settimane per convincerlo ad abbandonare Capitan Uncino e la sua ciurma, e riportarlo in un modo più consono alla sua età. Ma non siamo mai riusciti a stabilizzare veramente il puntamento, per cui il satellite è passato sempre da periodi di buona carica, quando i pannelli erano casualmente orientati verso il sole, a periodi di bassa carica e spegnimento. Durante uno dei periodi più lunghi di alta carica siamo riusciti ad attivare lo strumento a bordo, il nostro rivelatore di raggi X e gamma, che sorprendentemente ha funzionato in maniera nominale. Era il 30 aprile. Ma del 2026, più di un anno dal lancio. Dico sorprendentemente, perché il rivelatore era forse l’unico sistema del satellite a non essere stato mai testato prima nello spazio. Tutti gli altri sistemi, il computer di bordo, le radio, il sistema di assetto, etc. avevano già volato prima. Sapevamo che avrebbero dovuto funzionare nello spazio, a meno di errori. Per il rivelatore era una prima volta, era stato progettato, sviluppato, integrato, testato tutto in casa, tra INAF e Fondazione Bruno Kessler. Se c’era una cosa che non eravamo sicuri avesse funzionato era lui, il rivelatore. E invece. Lo spazio oltre ad essere duro è imprevedibile!

Oggi è il 24 agosto 2026, e i giochi sono davvero finiti. Il progetto è stato definitivamente chiuso e i satelliti lasciati alla loro sorte, che sarà in qualche modo trionfale, dato che tra qualche mese o anno rientreranno nell’atmosfera bruciando completamente in un grande fuoco d’artificio. La nostra di sorte, la mia e quella di qualche altra decina di colleghi e colleghe che hanno dedicato tanti anni e tanti sforzi a questo progetto è non meno pirotecnica. Avevamo avuto l’ambizione di mostrare un modo nuovo di fare progetti scientifici di alto livello,  con molti meno soldi e molto meno tempo rispetto a progetti spaziali tradizionali. E invece abbiamo fallito: space is hard!

Ci sono solo due maniere di rendere lo spazio più morbido, quella tradizionale, e quella  implementata nel così detto New Space. La maniera tradizionale implica utilizzo di componenti qualificate per lo spazio, molto sicure ma anche molto ma molto costose. Per fare un esempio, uno dei computer di bordo più usato ancora oggi dalla NASA è il RAD750, venduto dalla BAE Systems, basato su core PowerPC 750 con un clock massimo di 200 MHz, tecnologia anni 90 del secolo scorso, per un costo di diverse centinaia di migliaia di $.  Più in generale, la qualifica spazio di un intero satellite comporta superare molte migliaia di test di qualità, circa 15000 secondo in manuali ECSS di ESA, con costi e tempi ovviamente molto alti. Nell’approccio tradizionale la maggior parte del tempo di sviluppo di un progetto è passata nel disegno e nello sviluppo di modelli, e si passa allo sviluppo dell’hardware solo quando il disegno è consolidato. Spesso e volentieri l’oggetto che viene prodotto è unico. L’approccio New Space è opposto. Si utilizzano componenti flight proven, cioè che hanno già volato con successo, piuttosto che sviluppare componenti qualificate spazio. Si preferisce testare direttamente nello spazio una componente, verificare il funzionamento, ed eventualmente migliorarla alla prossima iterazione. Il computer del nostro payload HERMES è un Isispace iOBC flight proven, con un core ARM9, clock a 400 MHz, costo 7000 Euro. Il concetto: “test veloce e diretto su hardware e miglioramenti nelle generazioni successive” è esteso anche a livello di sistema, limitando le fasi di disegno e di qualifica e spendendo la maggior parte del tempo nell’integrazione e test dell’hardware. E’ il così detto “iterative development”: sbagliando s’impara. In maniera naturale questo porta a limitare i “pezzi unici”, e a favorire la produzione in serie. Il risultato è un enorme abbattimento di costi e di tempi, al prezzo previsto di qualche fallimento iniziale.  

Il paradosso di HERMES Pathfinder è che pur essendo un progetto di fatto New Space (pochi soldi, tempi stretti, molte unità simili tra loro), è stato realizzato come un progetto tradizionale. Tutti e sei i satelliti sono stati lanciati simultaneamente, mentre un approccio iterativo avrebbe suggerito di arrivare alla realizzazione finale per step: lanciare prima un satellite, magari più semplice di quelli finali, capire se c’erano problemi gravi, errori, e poi procedere con il resto della costellazione. E di problemi gravi ne abbiamo trovati tanti in questi mesi. Grazie all’aiuto fondamentale dei nostri amici francesi di Adrelys e dell’Università di Versailles  siamo riusciti a capire che il più grave di tutti, la incapacità di comandare la maggior parte dei nostri satelliti, è la conseguenza della mancata apertura delle antenne VHF.  Un componente dal costo di poche migliaia di euro e utilizzato centinaia di volte nello spazio ha compromesso l’intera missione. Essendo stato considerato HERMES-PF un pezzo unico, non avremo la possibilità di imparare dai nostri errori: HERMES finisce qui. Una vera beffa. Ma una beffa ancora migliore è che il Pathfinder, come dice la parola stessa, voleva essere il precursore di un osservatorio vero e proprio per transienti di alta energia. Un osservatorio capace di identificare e localizzare transienti su tutto il cielo e in ogni momento. Oggi più che mai necessario dopo che il cavallo di battaglia in questo campo, il satellite Swift della NASA, si avvia a rientrare nell’atmosfera, e dopo che l’ESA ha pensato bene di non selezionare per il suo programma scientifico il successore naturale, Theseus.  La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste. Ovviamente I soliti sospetti, Bryan Singer, 1995. 

25 aprile

Ogni 25 aprile è importante, ma questo 25 aprile forse lo è un po’ di più. Quest’anno ricorrono gli 80 anni della Costituzione italiana, ma cosa ancora più importante, il 2026 è l’anno in cui la Costituzione è tornata di gran moda. Nessuno lo aveva previsto, la Costituzione torna ad essere un elemento centrale per orientarsi, soprattutto per le nuove generazioni. I  giovani e i ragazzi stanno riscoprendo la Costituzione. Non dobbiamo pensare che le ragazze e i ragazzi abbiano ripreso in mano qualche vecchio libro riesumato da librerie polverose o da scatoloni riposti nelle soffitte. La discussione tra i ragazzi italiani sulla Costituzione è stata tutta sui social, tramite video brevi, spiegazioni semplici, call to action, condivisione di reels e stories, soprattutto su TikToc (vedi l’hashtag #iovotono) e su Instagram (hashtag #IoVotoNo, #Costituzione / #DifendiamoLaCostituzionee altri). Evidentemente i sondaggisti non frequentano TikTok e Instagram, perché semplicemente non hanno “visto” questo interesse. Quello che mi sembra interessante oggi è capire l’origine di questo nuovo interesse per un testo di ottanta anni fa, una eternità col metro della società di oggi e dei social. 

Il motivo più ovvio è certamente la guerra. L’articolo 11 della Costituzione è chiarissimo, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Quello che rimane nella mente dell’articolo 11 è la parola “ripudia”, che significa “respingere con forza, rinnegare o disconoscere”. Indica un rifiuto definitivo e formale, non ci si gira attorno. Un concetto distante anni luce dal politichese di :”Non condivido, né condanno”.  La generazione Z è la prima da ottanta anni ad aver davvero “visto” una guerra in casa propria, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, e poi un’altra alle porte di casa, la distruzione di Gaza e lo sterminio della sua popolazione, e poi un’altra ancora con l’attacco all’Iran. E queste guerre non sono state solamente raccontate sui giornali o nei telegiornali, contenuti alla fine limitati nello spazio e nel tempo. No, hanno invaso i social, hanno occupato tutti i possibili spazi e  sono stati presenti per la totalità del tempo nella rete, hanno rappresentato un “vissuto” per i ragazzi della rete. Ed hanno prodotto un rigetto per la guerra, e la scoperta che nostra Costituzione era d’accordo con loro. Le generazioni precedenti, inclusa la mia, quella dei boomers, erano purtroppo state testimoni di altre guerre, altri massacri, alle porte di casa, le guerre nella ex-Yugoslavia e quella tra Serbia e Bosnia a metà degli anni 90. La differenza è che queste guerre non avevano tracimato nello spazio e nel tempo. Per la maggior parte di noi italiani erano rimaste confinate nei titoli dei giornali o nelle trasmissioni televisive. La capacità di moltiplicazione esponenziale delle notizie senza filtri, la possibilità di contro-narrazioni, verifiche, e soprattutto la capacità di aggregazione e mobilitazione della rete e dei social non erano ancora tra noi negli anni 90. I social moltiplicano esponenzialmente sia i rischi sia le opportunità. 

Un altro motivo della riscoperta della Costituzione è forse la sua chiarezza. Una volta che le ragazze e i ragazzi si sono avvicinati alla Costituzione che “ripudia” la guerra, si sono incuriositi, e hanno scoperto che una simile chiarezza è presente anche negli altri articoli. La Costituzione nasce da una visione. Il primo articolo la presenta subito: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo significa che siamo noi lavoratori a “fondare” la Repubblica, che non ci sarebbe se non esistessero i lavoratori. Lo Stato è il risultato, il valore aggiunto, generato dal lavoro di tutti. La Costituzione quindi nasce dal riconoscere l’importanza fondamentale della condivisione, che genera valore oltre la somma dei costituenti.  Poi ci sono i principi fondamentali, come la promozione della pace già ricordata o quello dell’uguaglianza di sostanza e di forma. Poi ci sono i metodi per raggiungere questi principi, ovvero l’ordinamento della Repubblica, come ci organizziamo per realizzare i principi. Che differenza tra la Costituzione, la maggior parte delle più di 70.000 leggi delle Stato: una persona normale che legge un atto normativo italiano non capisce di cosa si sta parlando, non capisce i principi alla base dell’atto e non capisce i metodi per raggiungere questi principi. Per non parlare dei discorsi dei politici.

La società italiana e il lavoro oggi sono radicalmente diversi da quelli di ottanta anni fa, ma il concetto che il lavoro sia al centro della società, e che sia uno strumento, anzi lo strumento di dignità, rimane il nostro punto di riferimento. La società  italiana e il lavoro negli anni 50 erano probabilmente più semplici. Al vertice c’erano (e ci sono) le elite, cioè la classe in grado di influenzare le scelte politiche di qualsiasi governo, soprattutto grazie ai soldi.  Sotto avevamo la classe media, soprattutto impiegati statali e i professionisti. Ancora sotto il proletariato, cioè i lavoratori manuali, operai, contadini, piccoli artigiani. I partiti politici avevano classi di riferimento chiare, la classe di riferimento del Partito Comunista Italiano era il proletariato, soprattutto gli operai, la classe di riferimento della Democrazia Cristiana erano gli impiegati, i professionisti, parte del proletariato come i contadini. Operai, contadini, artigiani, professionisti erano i “lavoratori” che nella Costituzione fondano la Repubblica. 

Oggi società e lavoro sono enormemente più complessi. Al di sotto delle elite, la classe media ha perso peso e potere, e accanto a lei è emerso il gruppo dei tecnoprofessionisti, cioè persone che dotate di competenze tecniche spendibili sul mercato ne ricavano alti guadagni. Il tip of the iceberg dei tecnoprofessionisti, è diventato elite, e sta soppiantando le elite tradizionali. La vecchia classe operaia è in declino costante da almeno 3 decenni, mentre al di sotto è esploso esponenzialmente il precariato. Il precariato oggi include tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto). 

Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale, il precariato è stato per questo definito una classe sociale “in divenire”. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Nondimeno, i precari sono lavoratori, il loro lavoro deve rimanere uno strumento di dignità, e come lavoratori devono partecipare alla costruzione delle fondamenta della la Repubblica Italiana.  Attualizzare e rendere viva la Costituzione significa riconoscere i cambiamenti sociali, e modificare i metodi per realizzarne i principi fondamentali. I sistemi di welfare nati negli anni sessanta e settanta per tutelare i lavoratori che a quell’epoca erano per lo più operai, contadini, impiegati, tutti con un impiego fisso, non possono funzionare oggi, quando tra il 15 e il 30% della società italiana è composta da precari.

 L’altra grande differenza tra gli anni cinquanta e sessanta e il presente è rappresentata dalla diseguaglianza economica. Il grafico sotto mostra il rapporto tra salario medio e prodotto interno lordo tra il 1900 e il 2024. 

Si vede come tra gli anni sessanta e settanta si è raggiunto un picco seguito da una decrescita del rapporto che si è arrestata all’inizio degli anni 2000. Negli ultimi 25 anni salari medi e PIL sono cresciuti entrambe poco e in maniera circa simile. Il grafico mostra come durante gli anni sessanta e settanta la ricchezza prodotta (l’aumento del PIL) è stata redistribuita tra grandi fette di popolazione, mentre dopo la ricchezza prodotta è stata redistribuita soprattutto tra le elite. 

Il grafico seguente mostra invece il rapporto tra il reddito medio dell1% più ricco della popolazione italiana sul reddito medio del 50% più povero. 

Si vede come negli anni cinquanta l’1% più ricco guadagnava circa 23 volte quanto guadagnava in media il 50% più povero. A causa delle politiche di redistribuzione della ricchezza in atto negli anni sessanta, figlie della visione Costituzionale, questo rapporto è sceso a meno di 10 volte negli anni settanta e primi anni ottanta, per risalire a 20-23 volte a partire dagli anni 2000. 

La prima ministra italiana Giorgia Meloni si definisce spesso “una figlia del popolo”. Ed è sostanzialmente vero. Come è vero che Meloni, piaccia o non piaccia, è riuscita a vedere ed interpretare i bisogni del popolo, o almeno del pezzo di società che è il riferimento del suo partito politico. Poi ovviamente non è riuscita a dare risposte concrete al popolo, e neanche al suo di popolo, perché un governo di destra fa’ sempre gli interessi delle elite e non quelli del popolo. Quello di cui abbiamo bisogno oggi non è di un’altra figlia o figlio del popolo, ma di una figlia o figlio della Costituzione, che riaffermando la visione originaria la attualizzi per renderla consistente con la struttura sociale odierna, e declini i nuovi strumenti per realizzarne i principi.  A questo fine, non bastano politiche di redistribuzione della ricchezza, ma servono anche politiche di redistribuzione delle sicurezze civili e di accesso per i precari e per le classi ancora inferiori dei disoccupati, disagiati, emarginati, ai diritti civili, sociali, economici e politici. Solo in questo modo potremo  consolidare la visione delle madri e dei padri costituenti e quindi onorare la Costituzione. Buon 25 aprile a tutte e tutti. 

Per una politica sociale solidale per l’innovazione in FVG

Nonostante il Friuli Venezia Giulia (FVG) sia una regione ad alto tasso di innovazione e con alta vocazione scientifica e tecnologica, solo una piccola minoranza di imprese è ad alta intensità tecnologica o di conoscenza. Circa la metà dei laureati in FVG ogni anno lascia la regione, e la dimensione del precariato è paragonabile alla media italiana, coinvolgendo fino a un quarto della popolazione. I cospicui investimenti regionali per sviluppo economico e competitività non hanno portato finora un incremento deciso delle aziende ad alta intensità tecnologica, incluse le start-up, e quindi ad aumentare l’occupazione nei ruoli tecnici e tecnologici (occupazione di alto profilo), che potrebbe essere soddisfatta dai giovani formati in FVG. E’ necessario un cambio di approccio, che da un lato sfrutti la specificità di FVG nel campo scientifico e tecnologico come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese e dall’altro aumenti la sicurezza sociale. Occupazione ad alte competenze tecniche e tecnologiche, è da un lato  quella più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, e dall’altro permette di partecipare alle nuove sfide della società, in particolare le transizioni digitale ed ecologica. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe: 1) rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per sviluppo economico aumentando la frazione destinata a ricerca e sviluppo e focalizzando gli interventi su limitate aree strategiche, settori prioritari che possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta; 2) favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica, quelle che nel mondo stanno raccogliendo la maggior parte degli investimenti privati, dotando la Regione di una Fondazione che includendo le  tre Università e i centri di ricerca presenti sul territorio riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. 


Ogni analisi politica deve partire da dati e osservazioni. Due osservazioni, correlate tra loro, sono particolarmente rilevanti per la discussione che segue. La prima è la crescita esponenziale del precariato sia in Italia che in FVG negli ultimi tre decenni. La seconda è l’emigrazione giovanile.

Nel 2024 78.000 giovani hanno lasciato l’Italia e circa 5000 giovani hanno lasciato l’FVG, una frazione maggiore rispetto alla  media italiana. Circa il 40% di questi giovani è laureata, percentuale che cresce fino al  50% –  60% in FVG. Il numero assume una valenza ancora più preoccupante se lo si confronta col numero totale di laureati ogni anno in FVG che è di circa 6500. Ogni anno circa la metà dei laureati lascia la Regione, una emigrazione che rappresenta una doppia sconfitta: la perdita di competenze di alto livello da un lato, e la perdita delle risorse investite nella loro formazione dall’altro. Il dato relativo ad FVG è inaspettato dato che è una regione a forte vocazione scientifica e tecnologica, vedi sotto. Uno dei motivi per i quali i giovani lasciano l’Italia e il FVG è quello di evitare di diventare precari.

Oggi il precariato non riguarda solo chi non ha un contratto a tempo indeterminato, ma tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia e tra il 10 e il 12% in FVG, e circa un quarto di questi sono contratti part-time involontari; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia e in FVG), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto). Le politiche neo liberiste che si sono affermate a partire dagli anni 80 hanno prodotto un aumento enorme della frazione di precari attraverso l’imposizione indiscriminata della flessibilità negli accordi di lavoro e l’uso simultaneo di altrettanta flessibilità nella gestione delle imprese tramite l’esternalizzazione e la dislocazione di posti di lavoro in paesi dove il costo del lavoro è più basso. Queste politiche hanno scaricato sulle categorie più deboli le crisi e le incertezze del mercato, facendo di conseguenza crescere irrefrenabilmente il rapporto PIL/salario medio, cioè ridistribuendo la ricchezza generata non a tutta la società ma solamente tra le élite, aumentando le disuguaglianze.  Questo ha generato un mutamento epocale della struttura della società, riducendo le classi degli impiegati e dei salariati, aumentando esponenzialmente il numero di precari. 

Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Però un partito veramente  “democratico” non può non considerare come suo riferimento anche questa parte crescente di società. Non farlo favorirebbe l’emergere di politiche populiste di sinistra, che come le politiche populiste di destra non mirano tanto alla soluzione dei problemi quanto ad ottenere consenso elettorale. È quindi necessario individuare e mettere in campo politiche per rendere sostenibile nel breve termine e poi superare  il precariato, contrastando così l’emigrazione giovanile , e quella dei giovani laureati in particolare. Si possono identificare due macro-aree di intervento:

  1. La redistribuzione della sicurezza. In questa area gli interventi possono includere:
    1. favorire il reperimento di alloggi a basso costo anche per chi non ha impiego stabile. Affitti vengono spesso negati in assenza di garanzie. Andrebbero istituiti o consolidati fondi stabili regionali e comunali di garanzia per l’affitto e per poter accedere a un mutuo prima casa. E’ possibile aumentare la disponibilità di alloggi in affitto a costi ragionevoli tramite tetti e incentivi agli affitti e riqualificazione di aree dismesse, soprattutto nelle città medio grandi come Udine e Trieste. Il tessuto urbano del FVG è caratterizzato da una miriade di piccoli paesi che nel corso degli anni si sono spopolati, lasciando grandi quantità di edifici e case non utilizzate. In questi paesi è possibile creare  alloggi a basso costo. Per poterli utilizzare è però necessario fornire servizi, quali trasporti efficienti (per raggiungere dai paesi i posti di lavoro); asili e accoglienza scolastica, estesa al pomeriggio, per non penalizzare le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. La ricostruzione del tessuto sociale nei piccoli borghi e paesi sarà poi utile a ricostruire la rete di protezione sociale delle famiglie e delle comunità, e anche a ridare vita a posti abbandonati e quindi degradati;
    2. favorire l’accesso alla sanità pubblica di chi non può permettersi quella privata. Attivare o consolidare la rete delle Case della Comunità e gli ambulatori locali, soprattutto nei paesi sprovvisti di ospedali. Incrementare la telemedicina e l’home care per i pazienti fragili e/o lontani dai centri di assistenza. 
  2. L’incentivazione di nuova occupazione, soprattutto nei ruoli tecnici e tecnologici. Il FVG è una regione ad alta vocazione scientifica e tecnologica. Il Regional Innovation Scorebord[1] colloca FVG al terzo posto in Italia per innovazione, dopo la Provincia Autonoma di Trento e L’Emilia Romagna, in calo rispetto al periodo 2018-2020. I punti di forza sono il numero di pubblicazioni scientifiche, incluse le pubblicazioni prodotte congiuntamente da entità pubbliche e private, l’introduzione di processi innovativi nelle PMI. Le aree di debolezza sono invece la poca spesa per ricerca e sviluppo nel settore privato, il tasso di occupazione nelle aziende più innovative, il basso export di prodotti ad alto tasso tecnologico.  L’area di Trieste è la prima in Italia per densità di ricercatori (37 ogni 1000 abitanti, contro la media italiana di 6 per 1000, e quella europea di 15 per 1000). Questa specificità di FVG può e deve essere sfruttata e utilizzata come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese che possa favorire nuova occupazione tecnica e tecnologica, quella che è la più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, con  lo spostamento della produzione industriale di beni a basso contenuto tecnologico in paesi dove il costo del lavoro è più basso. L’acquisizione di competenze qualificate è il requisito fondamentale per poter partecipare alle nuove sfide della società e del mercato globale, in particolare le transizioni digitale ed ecologica, e per programmare una crescita industriale sostenibile. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe:
    1. rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per ricerca e sviluppo. Nel 2024 FVG ha destinato circa 670 milioni di Euro per programmi di sviluppo economico e competitività di cui circa 378 milioni destinati a PMI e artigianato, circa 44 milioni per ricerca e sviluppo e circa 46 milioni per reti informatiche, telecomunicazioni e servizi. Della quota per programmi di sviluppo per PMI e artigianato circa un terzo è stata destinata a contributi a fondo perduto per nuovi insediamenti produttivi, ampliamenti e riconversioni, e finanziare un fondo regionale che eroga finanziamenti agevolati (FRIE); un terzo è destinata a programmi di sovvenzioni per parchi, consorzi e distretti tecnologici e interventi e interventi in settori specifici (ad esempio legno/arredo); e un terzo per una miriade di piccoli interventi (tra qualche decina di migliaia a pochi milioni di euro). Al confronto, solo circa 7,5 milioni di euro sono destinati al supporto alla ricerca e sviluppo nelle imprese o tramite contributi a fondo perduto o tramite credito d’imposta. Nonostante la forte vocazione scientifica e tecnologica verso l’innovazione di FVG e nonostante l’investimento di fondi cospicui per programmi di sviluppo economico, le imprese manifatturiere ad alta intensità tecnologica in FVG rappresentano solo circa l’1% del totale, e le imprese del settore servizi ad alta intensita’ di conoscenza rappresentano solo il 20% del totale[2]. L’efficacia delle misure per incentivare lo sviluppo economico potrebbe essere aumentata aumentando la frazione destinata a incentivare la ricerca e sviluppo rispetto a sovvenzioni per segmenti a basso contenuto tecnologico, e se le risorse fossero focalizzate su limitate aree strategiche di intervento, settori prioritari che ad esempio possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta;
    2. favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica. Negli ultimi anni il numero di start-up formate come spin-off da Università e centri di ricerca Europei e  che lavorano su temi ad alto tasso tecnologico (Deep Tech e Life Science) è cresciuto molto, raggiungendo nel 2025 il numero di circa 7300 per un valore complessivo di circa 400 miliardi di Euro, con un tasso di crescita di 500 nuovi spin-off l’anno. Circa 170.000 nuovi posti di lavoro altamente qualificati sono stati generati da questo movimento. Alla stessa maniera gli investimenti di Venture Capital (VC) si stanno rivolgendo principalmente a questo tipo di temi (nel 2025 Deep Tech ha assorbito il 60% degli investimenti di VC negli Stati Uniti e il 45% degli investimenti in Europa). L’Italia purtroppo è posizionata male in Europa per valore creato da spin-off Deep Tech e Life Science (solo 80 nuovi spin-off di questo tipo creati dal 2022 contro i 260 della Francia, i 250 del Regno Unito,  170 della Svizzera e  150 della Germania)[3].  In Italia, e in FVG, il numero di start-up è cresciuto tra il 2019 e il 2022 per poi decrescere. A fine 2024 il numero di start-up innovative in Italia e in FVG era simile a quello del 2019 (poco più di 12000 in Italia e tra 200-250 in FVG). Ovviamente il dato tiene conto dell’apertura di nuove start-up e della perdita dello stato di start-up di aziende che o sono fallite o sono divenute società normali a cinque anni dalla fondazione. La densità di start-up in FVG è di circa 170-200 per milione di abitanti, leggermente inferiore alla media nazionale. Le regioni con la densità maggiore sono Lombardia, Lazio e Provincia Autonoma di Trento, con densità tra 270 e 340, cioè con un numero di start-up per milione di abitanti tra il 50% e il 100% maggiore che in FVG. Per confronto la densità di start-up in Israele, la start-up Nation, è di 700-750 per milione di abitanti.  Esiste quindi in FVG un grande margine per crescere, sfruttando meglio il trasferimento tecnologico da Università ed enti di ricerca, che eccellono in FVG rispetto alla media nazionale ed europea come riportato sopra. In FVG esistono almeno 4 maggiori incubatori di start-up ed acceleratori di impresa (Area Science Park e BIC a Trieste, e i tecnopoli di Udine e Pordenone), oltre ad uffici dedicati nelle università e negli enti di ricerca. Queste realtà sono però poco coordinate, e agiscono su una vastissima gamma di temi. Il risultato è che non si riesce a fare sistema, cosa che da un lato impedisce di raggiungere una massa critica su temi strategici e prioritari per FVG e dall’altro non sfrutta al meglio forte densità di ricerca per aumentare la densità di start-up innovative. 

Una proposta per stimolare la crescita del numero di start-up è quella di dotare la Regione di una Fondazione che riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. Temi deep tech come intelligenza artificiale data fusion e data science, applicate non solo all’analisi post facto ma anche alla gestione autonoma di sistemi sulla terra e nello spazio; tecnologie quantistiche, incluso comunicazioni sicure e calcolo quantistico; sviluppo di nuovi materiali; e temi life science come nuovi farmaci e terapie basati su processi chimici o derivati da organismi viventi,  o scoperta di farmaci tramite IA. Questa Fondazione potrebbe includere le tre Università e gli altri centri di ricerca presenti sul territorio ed agire quindi su tre fondamentali canali:

i) formazione, attraverso corsi di dottorato di ricerca dedicati e attraverso corsi di management e di business innovation nei principali curricula nei dipartimenti STEM ;

ii) networking, attraverso la creazione di momenti di incontro tra Università enti di ricerca e imprese;

iii) incubatore di start-up che possano sfruttare al meglio trasferimento tecnologico dalle strutture di ricerca presenti sul territorio.


[1] https://projects.research-and-innovation.ec.europa.eu/en/statistics/performance-indicators/european-innovation-scoreboard/eis#/ris?highlightRegions=ITF1,ITF5,ITF6,ITF3,ITH5,ITH4,ITI4,ITC3,ITC4,ITI3,ITF2,ITC1,ITH1,ITH2,ITF4,ITG2,ITG1,ITI1,ITI2,ITC2,ITH3&year=2025

[2] statistiche Eurostat, OCSE, e documenti di programmazione regionale, Sustenaible Smart Specialization Strategy: https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/fondi-europei-fvg-internazionale/S3_FVG/allegati/17012023_allegato_1_Delibera_1841-2022.pdf

[3] https://dealroom.co/uploaded/2025/11/Dealroom-European-Spinouts-Report-2025.pdf?x94554

La scienza inutile

Prologo

Prologo versione integrale

1. Il dibattito classico: L’utilità della scienza inutile

1. Il dibattito classico: L’utilità della scienza inutile versione integrale

2. Il finanziamento della scienza (di base) e i trend storici

2. Il finanziamento della scienza (di base) e i trend storici versione integrale

3. Quanti sono e chi sono i ricercatori?

3. Quanti sono e chi sono i ricercatori? versione integrale

4. La produzione scientifica

4. La produzione scientifica versione integrale

5. Big science

5.Big science versione integrale

6. Spazio (4.0): ultima frontiera

6. Spazio (4.0): ultima frontiera versione integrale

7. Quale scienza è davvero utile?

7. Quale scienza è davvero utile? versione integrale

8. Ricerche che producono avanzamenti sostanziali verso ricerche incrementali

8. Ricerche che producono avanzamenti sostanziali verso ricerche incrementali versione integrale

Intermezzo: back to the future

9. Le forze propulsive per la ricerca

9. Le forze propulsive per la ricerca versione integrale

10. Una nuova forza propulsiva per la ricerca

10. Una nuova forza propulsiva per la ricerca versione integrale

11. Un esempio, il migliore, di scienza competition-driven: il sistema ERC

11. Un esempio, il migliore, di scienza competition-driven: il sistema ERC versione integrale

12. La tempesta perfetta

HERMES Pathfinder in orbita!

La costellazione di sei cubesat 3U HERMES Pathfinder è stata finalmente lanciata dalla California a bordo della missione Transporter 13 di SpaceX la mattina di sabato 15 marzo 2025 (ora italiana). I sei cubesat sono a bordo dell’Orbital Transfer Vehicle di D-Orbit ION, che è stato rilasciato dal secondo stadio del lanciatore circa un’ora dopo il lancio. La foto sotto mostra il momento del distacco di ION. 

I sei satelliti verranno rilasciati nello spazio a partire del 24 marzo, uno al giorno. Questa è decisamente la fase che più  fa venire i brividi. Una volta rilasciati i satelliti si devono accendere, aprire l’antenna UHF, aprire i pannelli solari per caricare le batterie, correggere il tumbling se c’è, e cominciare a trasmettere un segnale a terra, che include dati sullo stato di salute dei sistemi di bordo. Nella foto sotto i sei satelliti in differenti stati di integrazione, due con i pannelli solari aperti.

Il cartoon mostra quello che dovrebbe succedere con i satelliti in orbita con i pannelli aperti e le antenne UHF dispiegate. 

Da terra, noi dobbiamo ricevere il segnale e lavorare per stabilire comunicazioni stabili con i satelliti. Il tutto complicato dal fatto che ogni satellite passa sopra una delle due stazioni di terra dedicate ad HERMES-PF (una a Spino D’adda in Lombardia e una a Katherine nei nord dell’Australia) per appena 6 minuti un paio di volte al giorno. 

Sei anni di lavoro condensati in sei minuti. Se va bene ci sarà gloria per tutti e ci sarà da lavorare per i prossimi mesi e anni. Se va male, abbiamo buttato sei anni di lavoro e diversi milioni di Euro. 

Sembra una scommessa. E in effetti HERMES Pathfinder è una scommessa (o come si dice tecnicamente, una “in orbit demonstration”). Anzi, due scommesse.

La prima scommessa è che quella di riuscire a produrre scienza di frontiera con una architettura di missione spaziale completamente differente da quelle standard. Invece di grandi, costosi, monolitici satelliti scientifici, una costellazione di piccoli, agili, poco costosi satellitini. Dove “grandi” satelliti significa ordine di grandezza della tonnellata e costo da qualche centinaio di milioni di Euro al miliardo di Euro. “Piccoli” significa grandezza che va da quella di una scatola di bottiglia di champagne (come nel caso dei 3U di HERMES Pathfinder), a quella di una cassa di vino, con costi della/e decina/e di milioni di Euro.  

La seconda scommessa è quella di riuscire a costruire una missione affidabile senza ricorrere a costosi “prime contractor” industriali. Gli strumenti di HERMES Pathfinder sono stati ideati, disegnati, costruiti e testati nei laboratori di INAF e di Fondazione Bruno Kessler, una prima volta per INAF. I satelliti sono stati integrati nei laboratori di Politecnico di Milano. Agli strumenti, ai satelliti, al segmento di terra, al software di bordo e di analisi dati hanno lavorato scienziati, ingegneri, tecnici e studenti di istituti scientifici  e Università.

Anche per questo motivo, per quanto i satelliti siano piccoli, HERMES Pathfinder è un progetto grande e complesso. Ci hanno creduto, lavorato senza orari e senza feste comandate, litigato, pianto, gioito, dormito sempre poco, un centinaio e più di amici e amiche in 24 tra istituti, università e piccole e medie imprese sparse in Italia e nel mondo. Un abbraccio a tutte/i voi di:

  • INAF (Roma, Bologna, Milano, Palermo, Trieste)
  • Politecnico di Milano
  • Fondazione Bruno Kessler
  • Università di Udine
  • INFN (Trieste)
  • Università di Pavia
  • Università di Cagliari
  • Università di Palermo
  • ASI (SSDC)
  • Eberhard Karls Universität Tübingen
  • IHEP-CAS
  • Altec
  • D-Orbit
  • University of Melbourne
  • University of Tasmania
  • Fondazione Politecnico di Milano
  • Skylabs
  • Masaryk University
  • Eötvös loránd University
  • University of Nova Goriza
  • Konkoly Observatory
  • C3S
  • AAlta-lab
  • DEIMOS

E’ un piacere ringraziare i finanziatori, senza i quali questo progetto (o questa scommessa, o questa visione) sarebbe stato impossibile. L’Agenzia Spaziale Italiana, il Ministero dell’Università e della Ricerca, la Commissione Europea.

Ed ora, prepariamoci allo “scary moment” della prossima settimana! Se sopravviviamo appuntamento al prossimo post.

Space science & space economy

Sarà possibile in futuro realizzare grandi e complesse missioni spaziali dedicate alla scienza di base come HST, Chandra e JWST? O il loro costo sarà troppo elevato? Lo scenario spaziale di oggi è completamente diverso da quello di cinque anni fa, e certamente da quello di quando HST, Chandra e JWST sono stati concepiti e costruiti. Gli investimenti nel settore spaziale sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni, con investimenti monetari che supereranno il mezzo trilione di dollari nel 2023. Questo boom è in gran parte dovuto all’ascesa della cosiddetta “new space” economy, guidata da finanziamenti commerciali privati, che per la prima volta lo scorso anno hanno superato gli investimenti pubblici nello spazio. L’introduzione di una logica di mercato nelle attività spaziali si traduce in una maggiore concorrenza e in una conseguente drastica riduzione dei costi e dei tempi. Può la scienza spaziale sfruttare i vantaggi della nuova space economy per ridurre i costi e i tempi di sviluppo e allo stesso tempo riuscire a produrre potenti missioni di scienza di base? Questo obiettivo sarebbe raggiungibile se la comunità scientifica riuscisse a sfruttare i tre pilastri alla base dell’innovazione della new space economy: (1) l’innovazione tecnologica, che procede sia attraverso l’innovazione incrementale sia attraverso l’innovazione disruptive, (2) l’innovazione commerciale, attraverso l’integrazione verticale, la produzione su scala e il modello di business orientato ai servizi, e (3) l’innovazione culturale, attraverso l’apertura al rischio e lo sviluppo iterativo.

Tutti questi argomenti sono decisamente controversi e forse proprio per questo a me e al mio amico Martin Elvis e’ venuta voglia di rifletterci sopra, documentarci e cercare delle proposte. Ne e’ venuto fuori un articolo che potete trovare su http://arxiv.org/abs/2502.20922. Qui di seguito un piccolo sunto.

Negli ultimi 10 anni, nello stesso intervallo di tempo in cui è stato lanciato JWST e sono state concepite nuove ambiziose missioni scientifiche spaziali come l’Habitable World Observatory e la missione Mars Sample Return, è emersa prepotentemente la cosiddetta “new space economy”, guidata da finanziamenti privati. L’introduzione di una logica di mercato nelle attività spaziali ha portato a una drastica riduzione dei costi e dei tempi.

La new space economy è stata stimolata dai partenariati pubblico-privati negli anni 2000, grazie alle iniziative della NASA, che ha sperimentato radicali cambiamenti di rotta, come l’acquisto di servizi da aziende private con contratti a prezzo fisso, invece di sviluppare programmi guidati dalla NASA stessa e appaltati all’industria per l’esecuzione con contratti cost-plus (ad esempio i programmi Commercial Orbital Transportation Services, COTS, e Commercial Lunar Payload Services, CLIPS).

Negli ultimi anni, lo stesso approccio è stato seguito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Ad esempio, il National Reconnaissance Office sta sfruttando la catena di assemblaggio Starlink di SpaceX per costruire una rete di satelliti spia in tempi brevissimi e a prezzi contenuti, lo Starshield (https://arstechnica.com/space/2024/04/spacex-working-with-northrop-grumman-on-spy-satellites-for-us-government/). Aziende private come K2 Space sfruttano l’integrazione verticale e la produzione su scala per offrire satelliti per carichi utili di 3 metri per 3 metri a meno di 15 milioni di dollari per satellite, con tempi di consegna di pochi mesi (https://techcrunch.com/2024/12/19/k2-space-will-fly-its-extra-large-satellite-for-the-first-time-in-2026/). Gli scienziati potrebbero sfruttare questo cambiamento di paradigma per realizzare missioni ambiziose a un costo 10 volte o più inferiore a quello delle attuali grandi missioni della NASA e dell’ESA. Lavorare su due questioni principali può favorire questo cambiamento di paradigma:

(1) ampliare la base di finanziamento. Fino ad ora la stragrande maggioranza delle missioni scientifiche e’ stata pagata con fondi governativi attraverso grandi agenzie spaziali come NASA ed ESA.

La figura che segue mostra l’evoluzione dei bilanci della NASA e dell’ESA dal 2000. Il budget della NASA per la scienza, che comprende l’esplorazione del sistema solare, l’esplorazione di Marte, l’astrofisica e l’osservazione della Terra, è variato tra il 25 e il 35% del totale tra il 2000 e il 2025. Il budget dell’ESA per la scienza è diminuito da circa il 15% del totale nel 2006-2008 all’8,5% nel 2020-2025. Questo non include l’osservazione della Terra, che nel sistema ESA comprende sia la scienza che l’applicazione (il programma Copernicus). La figura mostra anche i bilanci scientifici della NASA e dell’ESA in valori assoluti, corretti in base all’inflazione al 2023. Si possono notare i picchi nel bilancio della NASA intorno al 2003-2006 e al 2018-2022. Il secondo è dovuto principalmente alla spesa per JWST. Il primo è dovuto alla spesa per diverse missioni, tra cui Messenger, MRO, New Horizon, Dawn, Stereo e Fermi, testimoniando un periodo di grande diversificazione nelle missioni scientifiche della NASA. Il budget scientifico dell’ESA è rimasto notevolmente costante intorno a un valore di 600-700 milioni di dollari (2023) all’anno per circa 25 anni (il budget del 2003 è stato aumentato di circa 100 milioni di euro per tener conto dello stop dell’Ariane 5, che ha posticipato il lancio di Rosetta). Il budget dell’ESA per l’osservazione della Terra è aumentato costantemente dal 2008 al 2025, passando da 500 milioni di dollari (2023) a 2700 milioni di dollari (2023), grazie all’investimento della Commissione europea nel programma Copernicus.

Il costo delle missioni scientifiche tradizionali e’ guidato da diversi fattori che includono:

  • Spingere i requisiti scientifici all’estremo
  • Minimizzare volume e peso a causa del costo del lancio
  • Uso di componenti e sistemi qualificati per lo spazio
  • Failure is not an option, cioe’ rischiare il meno possibile a causa dei costi alti, introducendo grande numero di controlli di qualita’ che aumentano di nuovo i costi
  • Un quasi monopolio delle grandi aziende che lavorano per lo spazio

L’elevato costo delle missioni spaziali standard dovrebbe essere bilanciato da un elevato ritorno scientifico. Non è facile fornire una misura quantitativa e imparziale del ritorno scientifico di una missione. Una metrica standard per la produttività scientifica è il numero di articoli pubblicati basati sui dati prodotti da una determinata missione, mentre una metrica standard per valutare l’impatto è il numero di citazioni ricevute da questi articoli. Queste metriche hanno il vantaggio di essere relativamente facili da ottenere, ma presentano importanti limitazioni. Le figure che seguono mostrano la produttivita’ e l’impatto di diverse missioni spaziali recenti in funzione della loro massa e del loro costo. La produttività è parametrata come il numero di pubblicazioni per anno dall’inizio dell’operazione (YSO) per M$ di costo totale (bus, payload, lancio), mentre l’impatto è parameterizzato come il Research Impact Quotient (Riq, vedi A. Pepe, M. J. Kurtz, 2012, PLoS ONE 7, 11) diviso per la radice quadrata del costo totale in M$.

Le missioni ottengono punteggi simili nelle due metriche. In base a queste misure, le missioni scientifiche medio-piccole, soprattutto le missioni Explorer della NASA, tendono ad avere una produttività e un impatto migliori per M\$ rispetto alle grandi missioni ammiraglie. Il maggior numero di pubblicazioni e citazioni delle missioni faro non compensa completamente il loro costo molto più elevato. Tra le missioni con costi superiori a circa 1 M$, Gaia si distingue sia per la produttività che per l’impatto, come menzionato anche nella sezione 1. I cubesat possono raggiungere sia il massimo che il minimo della produttività e dell’impatto. Possono avere un successo incredibile ma anche un completo fallimento, e rappresentano bene il concetto di alto rischio/alto guadagno alla base dell’approccio della nuova economia spaziale, enfatizzando il valore di una linea di produzione. Naturalmente, le semplici metriche non possono raccontare l’intera storia. Le missioni grandi e ambiziose hanno maggiori probabilità di produrre risultati trasformativi rispetto alle missioni piccole e limitate. In tutti i casi, il messaggio e’ che sarebbe forse utile applicare l’approccio high-risk/high-gain usato per i cubesat, ma anche per le missioni Explorer NASA a missioni piu’ grandi.

Oltre ai fondi governativi, gli scienziati possono finanziare i loro progetti attraverso fondazioni filantropiche, oppure attraverso partenariati pubblico-privati e investitori privati. La conoscenza è una risorsa spaziale fondamentale, ed è proprio quella che i ricercatori di scienze di base sono in grado di sfruttare al meglio. Position, Navigation, Timing (PNT), il più grande business della space economy di oggi e di domani, che muove centinaia di miliardi di dollari, sono notoriamente impossibili senza le correzioni della relatività generale. Paradossalmente, Albert Einsten (l’inventore della relatività generale più di 100 anni fa) e i suoi eredi non hanno guadagnato un solo dollaro da questa invenzione. Più rilevante per il nuovo spazio è la storia di Riccardo Giacconi, premio Nobel 2002 per la scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X e del fondo cosmico a raggi X. Quando Giacconi si unì a Bruno Rossi al MIT nel 1959 come giovane ricercatore, fu assunto dall’American Science and Engineering (AS&E), una società fondata l’anno prima da Martin Annis e di cui Bruno Rossi era presidente del consiglio di amministrazione. AS&E lavorava su contratti della NASA, ma era anche molto attiva sul mercato. Svilupparono il primo body scanner, poi adottato negli aeroporti di tutto il mondo. Il denaro guadagnato sul mercato permise ad AS&E di permettere a Rossi e Giacconi di sviluppare le strategie e la e strumentazione che hanno portato alla creazione dell’astronomia a raggi X e a una serie di missioni leader a livello mondiale: Uhuru, Einstein Observatory e Chandra. Questo è uno dei tanti scenari possibili che potrebbero collegare scienza e impresa. Oggi la nuova economia spaziale offre probabilmente più opportunità che ai tempi di Rossi e Giacconi. Due grandi aree sembrano oggi particolarmente promettenti e meritano di essere menzionate: le tecnologie quantistiche e la ricerca di risorse sulla Luna, su Marte e sugli asteroidi.

(2) la capacità degli scienziati di tenere il passo con le innovazioni della new space economy. L’innovazione tecnologica procede attraverso fasi alterne di sviluppo incrementale e disruptive. Le imprese innovano attraverso l’integrazione verticale e la produzione su scala, ma anche attraverso un modello di business orientato ai servizi e una cultura dell’innovazione che si manifesta come apertura al rischio e sviluppo iterativo. Giacconi ci viene ancora una volta in aiuto per spiegare questi concetti. Subito dopo la scoperta del fondo cosmico di raggi X, apparentemente uniforme, nel 1962 Giacconi capì che per rilevare le sorgenti responsabili di questo fondo cosmico era necessaria una qualità di immagine dell’ordine di un arcsecondo nei raggi X, diverse migliaia di volte migliore di quella allora disponibile. A quei tempi era difficile, se non impossibile, convincere la NASA a intraprendere direttamente un progetto per sviluppare e lanciare un osservatorio a raggi X con capacità di un arcsecondo. Giacconi immagino’ invece un programma iterativo, volto a consolidare il campo e ad arrivare al telescopio con capacita’ dell’arcsecondo (Chandra) attraverso delle fasi: Uhuru prima, per fornire la prima indagine all-sky di sorgenti luminose di raggi X all’inizio degli anni ’70, Einstein Observatory, per dimostrare nello spazio le capacità delle ottiche a raggi X, e infine l’Advanced X-ray Astrophysics Facility, AXAF, ribattezzato Chandra dopo il lancio nel 1999. La new space economy offre l’opportunità di eseguire programmi di approccio iterativo di questo tipo su tempi molto più brevi e a costi molto inferiori.

INAF: budget, progetti, risultati scientifici

Il bilancio totale dell’INAF, e più in generale dell’astrofisica in Italia associata ad INAF, negli ultimi 10 anni è circa raddoppiato, mentre il Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO) INAF è aumentato di circa il 40%.

Nella figura contribuiscono al bilancio totale, l’FFO INAF, altri fondi INAF che includono fondi dal MUR, da ASI, ESA e dalla Commissione Europea, il finanziamento di ESO da parte del MAECI e i fondi per i progetti SKA e CTA ottenuti attraverso l’Astronomia Industriale prima e il DM 450/2019 dopo. Il finanziamento ESA tramite MAECI dal 2021 include anche il finanziamento per ELT. A partire da quest’anno e fino al 2026 ci sarà una ulteriore grande iniezione di fondi grazie al PNRR, più di 170 MEUR in totale grazie al finanziamento dei progetti STILES, HPC, CTA+, Croce, EMM, Space-it-up e altri (fonti: decreti di assegnamento fondi del MUR, Piani Triennali INAF, Report Annuali ESO, DM450/2019). 

La tabella e l’istogramma che seguono mostrano la distribuzione dei “fondi etichettati”, destinati al supporto di programmi e progetti nel quinquennio 2019-2023, in MEUR, come compaiono nei Piani Triennali INAF. I fondi SRT includono anche il PON 2018-2022 PIR01_00010.

ESO – ELT153.9
SKA e precursori55
SRT39.7
CTA, Astri31.5
Ricerca di base29.4
LBT15.2
TNG14.1

E’ naturale chiedersi quale sia il ritorno scientifico per la comunità INAF e italiana in generale da questi investimenti. 

I punti di debolezza e di forza di INAF e associati (INAF semplicemente nel seguito) circa i lavori di punta sono discussi in:

Nel seguito analizzo tutta la produzione scientifica di INAF negli ultimi 5 e 10 anni, senza ordinarla per impatto. 

La tabella che segue mostra il numero di lavori referati e il numero di citazioni in ADS con il nome dell’osservatorio o strumento presente nell’abstract.  La tabella include sia il numero totale di lavori e citazioni per osservatorio/strumento negli ultimi 10 e 5 anni, sia il numero relativo di lavori che includono la partecipazione di almeno un ricercatore INAF. L’ultima colonna della tabella fornisce il numero di autori unici INAF presenti nei lavori degli ultimi 5 anni per ciascun osservatorio/strumento.

Il dato di JWST si deve considerare parziale, dato che i primi lavori scientifici risalgono alla seconda parte del 2022 e quindi includono solo 3 anni invece dei 5 coperti dagli altri osservatori/strumenti.

Osservatorio o strumentoPapers 10 YearCitations 10 yearsPapers 10 year  INAFCitations 10 year INAFPapers 5 yearCitations 5 yearPapers 5 year INAFCitations 5 year  INAFINAF 5 year Authors
ESO-VLT439712014112364214823803767769914289302
SPHERE4781365117266932794307972051
MUSE992243582808235662115592164788
X-shooter4671492816656512324088871693
GRAVITY239706018467186429816451
ESPRESSO30889158518412413791811798
LBT4159516139332721027236888282
ALMA38431193186772926322254158546012256151
VLA20894671737410141985135202143868123
LOFAR9142156529586955597506209380673
Meerkat429511712619503393800120167038
SRT68107643878403902834933
Medicina25244211801467136713
MAGIC456100721354622240269864113417
Cherenkov13242403116849127126800100164972
Gaia60551700778385543544828584657521430232
Planck6999305129560895803410995692612814793
XMM294859807853198591417157314225081180
Rosetta90923050187818933337235592010
MEX531775529600227152410839
Chandra304468798673200011407148173325157182
LIGO/Virgo3120197230235569551982779771402467731
JWST    21544475340110652128

I Piani Triennali INAF distinguono tra fondi etichettati dedicati alle infrastrutture esistenti per il loro funzionamento e fondi per le nuove infrastrutture (ELT, SKA, CTA) o per il potenziamento di quelle presenti (SRT). Le figure che seguono mostrano i fondi etichettati dal 2019 al 2023 inclusi per osservatori esistenti (cerchi vuoti) o futuri (frecce, l’origine delle quali è posta sui precursori) verso il numero di articoli (nero, scala asse alla base del grafico) e citazioni (magenta, scala asse in cima al grafico) prodotti da ricercatori INAF negli ultimi 5 anni. Per VLT e ALMA ho calcolato la frazione  del costo totale stimato per l’operazione di queste infrastrutture (~100MEUR/anno per ALMA, di cui circa il 37.5% a carico di ESO, ~30MEUR/anno per VLT) relativa al finanziamento italiano per ESO  (tra il 10 e 11% del budget totale). Per gli osservatori/strumenti senza fondi etichettati nei PTA ho usato un valore tra 1 e 2.7MEUR per motivi grafici. In questa categoria rientrano anche i telescopi spaziali, sia quelli ESA (Planck, MEX, Rosetta, Gaia, XMM), che NASA (Chandra, JWST). L’Italia certamente investe nelle missioni scientifiche di ESA (circa 400MEUR/anno) e quindi in linea di principio è possibile ricavare il costo di operazione delle missioni ESA pagato dall’Italia. Aggiornerò i grafici non appena riuscirò a finalizzare questo calcolo.

Se si guarda al numero di citazioni di lavori che includono almeno un autore INAF spiccano su tutti Gaia, Planck e LIGO/Virgo. Gaia sta diventando l’osservatorio più produttivo del mondo, con una produttività e un impatto che può rivaleggiare solamente con quello di JWST. Si può notare come a fronte di un costo per l’Italia dello stesso ordine di grandezza il numero la lavori con autori INAF relativi a VLT e ALMA siano circa 10 e 60 volte maggiori di quelli di LBT e SRT rispettivamente. Lo strumento VLT con il maggiore numero di lavori e citazioni con partecipazione INAF è MUSE, anche se INAF non partecipa al consorzio che lo ha realizzato. INAF partecipa ai consorzi di Sphere, ESPRESSO e X-shooter, che mostrano tutti un discreto ritorno in termini di lavori e citazioni. Buono è il ritorno dai telescopi spaziali XMM e Chandra, testimone della grandezza e bontà della comunità di riferimento. 

Alle ottime prestazioni di VLT, ALMA e Gaia in termini di produttività e di impatto corrisponde la grandezza della comunità che utilizza questi osservatori, più di 300 autori unici per VLT, 230 per Gaia e 150 per ALMA. Gli unici altri osservatori che hanno una comunità di  riferimento di simili dimensioni sono gli osservatori X Chandra e XMM (circa 180 autori unici negli ultimi 5 anni), e VLA (120 autori unici). LIGO/Virgo che sono stati negli ultimi cinque anni tra gli osservatori con il maggiore impatto (maggiore numero di citazioni, ma anche maggiore numero di lavori di punta), hanno coinvolto una comunità piccola, di circa 30 ricercatori INAF.

Le figura che segue mostra il numero di autori verso il numero di lavori e di citazioni. La dimensione dei simboli è proporzionale al costo di operazione e di sviluppo di nuove infrastrutture negli ultimi 5 anni (ho considerato Meerkat e LOFAR come precursori di SKA, e Cherenkov come precursore di CTA). Osservatori/strumenti virtuosi sono caratterizzati da una produttività alta a fronte del loro costo, come certamente è il caso di VLT e ALMA. 

Piccole comunità possono produrre buoni risultati, non c’è solamente il caso estremo di LIGO/Virgo, ma anche quello di Rosetta e MAGIC. 

Il messaggio  più importante che la figura suggerisce è che i nuovi grandi progetti che assorbiscono e assorbiranno la maggior parte dei fondi attualmente etichettati (SKA, CTA) dovranno aumentare le comunità di riferimento e quindi i lavori prodotti e le citazioni di almeno 3-5 volte per diventare competitivi con VLT->ELT, in termini di ritorno scientifico dai fondi investiti.  Un buon esempio per illustrare il concetto e’ quello di ALMA. Certamente l’interferometria mm e submm non facevano parte del dna della comunità INAF quando ALMA venne concepito e realizzato tra la fine degli anni 90’ e la prima decade degli anni 2000. Esisteva certamente una piccola e produttiva comunità, che utilizzava le facilities di IRAM. Le dimensioni di questa comunità sono circa quadruplicate negli ultimi 10 anni, grazie al fatto che da un lato ALMA si è dimostrato uno strumento fondamentale per le comunità INAF galattica ed extragalattica, e dall’altro che l’accesso e l’utilizzo all’infrastruttura è stato agevolato dall’ESO, con il quale la comunità INAF ha lunga e positiva conoscenza e tradizione di utilizzo.  

L’altra grande infrastruttura in fase di studio in Europa e in Italia è Einstein Telescope. La comunità coinvolta in lavori che usano o commentano i dati di LIGO/Virgo è ancora piccola, circa 30 autori unici negli ultimi 5 anni, e certamente sarà necessario allargarla di un ordine di grandezza, di nuovo per fare in modo che rapporto tra produttività e fondi investiti sia confrontabile con quello di VLT->ELT. In questo caso esiste una tradizione forte in INAF almeno per quanto riguarda i transienti che sono le controparti elettromagnetiche delle sorgenti gravitazionali, la loro ricerca e la loro caratterizzazione. INAF sembra quindi ben preparato e posizionato per lo sfruttamento della nuova astrofisica multimessaggera. 

Quali sono gli argomenti astrofisici di punta degli ultimi cinque anni?

Questa pagina presenta una analisi degli articoli referati con il maggiore numero di citazioni nel database di ADS. Ho selezionato due campioni:

  1. 483 articoli pubblicati tra il luglio 2018 e il luglio 2023 con più di 192 citazioni (top 0.3% di tutto il campione originale di più di 164.000 articoli. Il numero medio di citazioni per il campione originale è di 12.0 per articolo.
  2. 340 articoli pubblicati tra il luglio 2022 e il luglio 2023 con più di 31 citazioni (top 1% di tutto il campione originale di circa 34.000 articoli). Il numero medio di citazioni per il campione originale è di 3.1 per articolo.

A luglio 2022 sono stati distribuiti i primi dati JWST e sono apparsi molto rapidamente i primi articoli che hanno riportato l’analisi di questi dati, l’analisi del secondo campione quindi è utile per valutare l’impatto di JWST e i casi scientifici che JWST potrà spingere nel prossimo futuro.

Per ognuno dei papers nei due campioni ho utilizzato: 

  • la nazionalità dell’istituto che ospita il primo autore dell’articolo
  • il principale osservatorio o survey utilizzata (individuato dal titolo, dal consorzio o dall’abstract)
  • il caso scientifico o tecnologico (individuato dal titolo o dall’abstract)
  • il numero di citazioni

Le figure e le tabelle che seguono mostrano per i due campioni la distribuzione del numero di articoli verso lo strumento, l’osservatorio o la survey, e includono anche dati su articoli teorici e simulazioni.

Per il campione 1. 2018/07-2023/07 i picchi più alti tra strumenti e osservatori, quelli con più di 30 articoli, sono relativi a Gaia e Ligo/Virgo. Seguono Dark Matter observations, Apache Point (SDSS, BOSS, MANGA, APOGEE), Planck, EHT (più di 10 articoli per progetto). 

Tra gli articoli teorici i temi con maggior numero di articoli sono relativi a simulazioni (soprattutto cosmologiche), teoria della gravità, oggetti compatti (BH, NH, primordial BH), cosmologia (includendo H0). 

La distribuzione del numero di articoli verso osservatori/surveys per il secondo campione, 2022/07-2023/07 testimonia l’impatto clamoroso di JWST sulla produzione scientifica di eccellenza. Addirittura il 20% degli articoli con il top 1% delle citazioni sono relativi a dati JWST. Resistono soprattutto Gaia, e a seguire, Ligo/Virgo, Apache Point. Compaiono i primi numerosi articoli su DESI/Kitt Peak. Circa gli articoli teorici, rimangono numerosi gli articoli su simulazioni e teorici su gravita’, oggetti compatti e cosmologia.

Le figure e le tabelle che seguono mostrano la distribuzione degli articoli verso il caso scientifico per i due campioni. 

Per il campione 1. 2018/07-2023/07 i casi scientifici rappresentati nel maggior numero di lavori eccellenti sono relati ai dati prodotti da Gaia, stelle e la Milky Way, onde gravitazionali e cosmologia osservativa (più di 40 articoli per ciascuno dei tre temi scientifici). Seguono exoplanets, DM observations, Fast Radio Bursts, M87+SgrA* e multimessenger astrophysics (piu’ di 14 articoli per ciascun tema).

Il dato riferito al campione 2. 2022/07-2023/07 riflette l’impatto molto significativo di JWST già nei primi mesi di attività. Il tema scientifico che raccoglie più articoli eccellenti è quello dell’Universo ad alto redshift, le prime galassie, i primi buchi neri, con più di 50 lavori, corrispondenti a più del 15% del campione. Rimane molto significativo il picco relativo alla cosmologia osservativa. Seguono stelle e la Milky way osservate con Gaia, onde gravitazionali, galassie sempre osservate con JWST ed exoplanets (una buona frazione dei quali osservati con JWST).

Le figure e le tabelle che seguono mostrano la percentuale di articoli per nazione. Il dato USA è fuori dalla scala delle figure per poter meglio apprezzare i dati delle altre nazioni. 

Per il campione 1. 2018/07-2023/07 piu’ del 36% di articoli hanno come primo autore ricercatori che lavorano in istituti statunitensi. Segue il Regno Unito, la Germania, l’Olanda, l’Australia, la Francia, la Spagna e l’Italia.

Il numero di top papers con primo autore di una Università o istituto di ricerca italiano è circa un quarto di quelli con primo autore di istituti britannici e 1/3 di quelli con primo autore di istituti tedeschi, e più piccolo di circa il 30% e del 60% del numero di top papers con primo autore francese e olandese, ed è minore anche di quello relativo ai colleghi spagnoli. Il numero di top papers con primo autore INAF è di solo 5 su 483, il 37% del totale Italiano. Ricercatori italiani sono ovviamente coinvolti nei progetti Planck e Gaia, ma questo è vero anche per i ricercatori francesi, tedeschi, spagnoli, olandesi o britannici. 

Una misura della dimensione o della produttività di una comunità è data dalla frazione di articoli con almeno un autore di quella comunità. La percentuale degli articoli con almeno un autore della nazione è data nella quarta colonna della tabella. Si nota come la comunità astronomica italiana ha una produttività/dimensione simile a quella francese, circa il 63% delle comunità britanniche e tedesche e circa doppio e il 33% maggiore di quelle olandesi e spagnole. 

L’ultima colonna della tabella mostra la % di articoli eccellenti rispetto al totale degli articoli con almeno un autore della nazione. Questa % per gli USA è dello 0.3%. Per l’Italia questa frazione è circa 2.5 e 3 volte inferiore a Regno Unito e Olanda. Per INAF la percentuale è ancora peggiore. A parità di dimensione/produttività di comunità, i ricercatori italiani quindi hanno avuto meno capacità di guidare articoli eccellenti rispetto ai colleghi europei.

Gli articoli con primo autore INAF sono i seguenti:

  • SN evolution and explosive nuclosinthesis, Limongi et al. 2018
  • Multimessenger, Radio Jet of GW/GRB170817, Ghirlanda et al. 2019
  • INTEGRAL observation of SGR1935+2154, Mereghetti et al. 2020
  • Radar evidence of subglacial liquid water on Mars, Orosei et al. 2018
  • Chepheids and RR-Lyrae with Gaia, Clementini et al, 2018

Altri articoli con primo autore di Università o enti di ricerca italiani includono: Photonics, gravity cosmography, progenitors of compact object binaries, cosmological constraints from Hubble diagram of quasars, fundamental physics with LISA, Advanced Virgo, science with eAstrogam, merging BH in stellar clusters.

Per il campione 2. 2022/07-2023/07 di nuovo più del 30% degli articoli ha un primo autore statunitense. Seguono Regno Unito, Germania, Italia, Giappone. Francia, Cina, Svizzera. Il dato complessivo Italiano è di quasi il 6%, con 20 articoli nei top 340, un risultato molto migliore che nel campione 1. riferito all’ultimo quinquennio. Infatti, ben sei papers con primo autore italiano sono su dati JWST, tre dei sei articoli con primo autore INAF. Gli altri 3 articoli con primo autore INAF riguardano dati Gaia. In dettaglio:

  • Early results from JWST GLASS, Castellano et al. 2022
  • Gaia-ESO, Randich et al. 2022
  • Gaia spectroscopic data, Montegriffo et al. 2023
  • Early results from JWST GLASS, Santini et al. 2023
  • Early results from JWST GLASS, Merlin et al. 2022
  • Gaia RR-Lyrae, Clementini et al. 2023

Altri articoli con primo autore di Università o enti di ricerca italiani includono: Emerging cosmological probes, abundance of super-early luminous galaxies revealed by JWST, long GRB from merger compact objects, simulation of high-z galaxies, GBW with Lisa, ALMA Rebels z~7 galaxies, inflaction & primordial BHs,  JWST obscured high-z galaxies, DM beyond 100 TeV, JWST lensing clusters, IXPE simulations, Ligo/Virgo multimessenger, non-gaussianity & primordial BHs, gamma-rays from compact binary mergers.

Nel campione 2. relativo all’ultimo anno la produttività/dimensione della comunità Italiana è di nuovo di circa il 10%, un dato simile a quello per il campione 1. la % di articoli eccellenti rispetto al totale degli articoli con almeno un autore italiano è però ora dello 0.61 %, migliore di quella di Germania, Francia, Olanda e Spagna, ed in Europa seconda solo al Regno Unito. Il dato INAF è però di nuovo circa la metà di quello italiano, confermando la difficoltà dei ricercatori INAF a guidare articoli eccellenti.

Conclusioni

La tabella che segue elenca i temi scientifici che hanno raccolto il maggior numero di articoli nel top 0.3% e nel top 1% di tutti gli articoli referati pubblicati nell’ultimo quinquennio. Ho considerato l’unione dei due campioni discussi in precedenza, per tenere adeguatamente conto dell’impatto di JWST (che ha cominciato a produrre dati solo nell’ultimo anno). 

Le cinque linee di ricerca di astrofisica osservativa che hanno dominato l’ultimo quinquennio è probabile che saranno egualmente importanti o addirittura incrementeranno l’importanza anche nel prossimo futuro, grazie allo sfruttamento scientifico di JWST che è appena cominciato, e all’avvento di Euclid per la cosmologia osservativa e dei nuovi interferometri gravitazionali di seconda generazione (Kagra, Ligo-India) e terza generazione (Einstein Telescope, Cosmic Explorer) e all’incremento e sfruttamento dei dati di Gaia. 

Da notare come il 20-25% degli articoli più citati siano teorici. 

La comunità italiana ha dimostrato difficoltà a guidare articoli nel top 0.3% dell’ultimo quinquennio. Nell’ultimo anno il trend potrebbe aver mostrato una inversione, ma ovviamente è necessario aspettare conferma. INAF rispetto alla comunità italiana nel suo complesso rappresenta tra il 50 e il 60% come dimensione/produzione, ma la frazione di articoli top è tra il 30 e il 37% di tutti quelli con primo autore in una istituzione italiana. 

Se si analizza solamente il campione 2. relativo all’ultimo anno è molto chiaro quali siano le aree scientifiche di maggior impatto per INAF: Milky way vista da Gaia e Universo ad alto redshift. Se si analizza tutto l’ultimo quinquennio a questi si aggiungono oggetti compatti, multimessenger, teoria delle esplosioni di SN,  la scoperta dell’acqua su Marte. Su 11 articoli uno solo è teorico, ben nove utilizzano prevalentemente dati spaziali. Questo è un dato che forse non sorprende, ma che non può non far pensare. Infatti INAF non ha mai investito direttamente in missioni spaziali e nell’analisi dei relativi dati, supportando queste attività per lo più con gli stipendi dei ricercatori coinvolti. Il supporto alle missione spaziali è venuto per la stragrande maggioranza dalle agenzie spaziali italiana e europea, ed è risultato, di conseguenza, anche in una etero-direzione delle politiche scientifiche di INAF (positiva, in questo caso, se si guarda ai risultati prodotti da molte missioni spaziali a forte contributo italiano e/o europeo, Gaia prima tra tutte). Il limite di questo schema è però nel troppo basso numero di pubblicazioni top a guida INAF, sia in relazione al resto delle Università e istituti italiani, sia a maggior ragione nel contesto internazionale.  E’ sicuramente più difficile avere l’autorità per richiedere la guida di articoli scientifici di grande impatto quando non si investe direttamente in quel dato progetto.  Questa preoccupazione è tanto più grande oggi, quando ci si aspettano risultati di altissimo livello da Euclid, su cui l’Italia ha investito tantissimo sia in termini di fondi sia in termini di personale coinvolto.  Per invertire la tendenza ed aumentare il numero di articoli top a guida INAF che utilizzano dati spaziali sembra necessario cambiare la politica INAF verso i progetti spaziali, e investire direttamente per migliorare lo sfruttamento di questi dati, a cominciare da Gaia e JWST.

Dalla tabella emergono almeno quattro aree di debolezza per INAF:

  1. Cosmologia osservativa. Lo sfruttamento dei dati di Euclid potrebbe certamente aiutare a colmare questa lacuna, vedi paragrafo precedente sul supporto alle missioni spaziali.
  2. GW/Multimessenger. Sebbene INAF abbia una grande tradizione nel campo dei transienti cosmici, il coinvolgimento nelle infrastrutture GW è piccolo, e corrispondentemente piccolo è l’impatto negli articoli top. Einstein Telescope rappresenta una enorme opportunità per entrare in questo mercato molto promettente da protagonisti.
  3. Exoplanets. Italia e anche INAF hanno investito e stanno investendo non poco in questo settore (vedi i contributi italiani a Cheops e Ariel per lo spazio, a Sphere/VLT e HARPS-N/TNG per gli osservatori terrestri). Il ritorno in termini di articoli top non è ancora arrivato, e sarà difficile possa arrivare nel prossimo futuro perché’ il settore sarà probabilmente dominato da JWST (almeno per quello che riguarda lo studio delle atmosfere), sul quale la comunità italiana ha accesso non garantito e non banale. Valorizzare al massimo lo sfruttamento dei dati che verranno prodotti da Ariel potrebbe aiutare a colmare questa lacuna, vedi paragrafo precedente sul supporto alle missioni spaziali.
  4. Astrofisica teorica. Storicamente INAF ha sempre investito pochissimo in questo settore, e non è quindi sorprendente che la produzione di eccellenza sia limitata. Andrebbe riconosciuta una piena dignità all’astrofisica teorica, e finanziata in maniera adeguata direttamente, senza dover ricorrere a contatti più o meno fittizi con progetti tecnologici.

L’eta’ dell’oro dell’INAF

Gli ultimi tre-quattro anni possono sicuramente essere considerati come l’età dell’oro dell’Istituto Nazionale di AstroFisica, almeno dal punto di vista dei finanziamenti. Il grafico che segue mostra l’evoluzione nel tempo del Bilancio dell’INAF, sia per quello che riguarda il Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO) che altre entrate, che includono entrate finalizzate dal MUR stesso, dalla Commissione Europea, l’Agenzia Spaziale Italiana, L’Agenzia spaziale Europea, regioni e altri ministeri (fonte Piani Triennali di Attività http://www.inaf.it/it/amministrazione-trasparente/disposizioni-generali/atti-generali/documenti-di-programmazione-strategico-gestionale-1/piano-triennale/piano-triennale). Il dato 2022 è solo una stima. La quota di 104 MEuro per FFO è contenuta nel DM 571 del 21-6-2022 https://www.mur.gov.it/it/atti-e-normativa/decreto-ministeriale-n-571-del-21-6-2022).  Le altre entrate sono difficili da quantificare oggi, ma sicuramente includeranno fondi MUR destinati ad attività specifiche per un ammontare probabilmente superiore a quello 2021 (circa 46MEuro), includendo anche i finanziamenti di almeno una prima parte di fondi PNRR, per il Centro Nazionale HPC, oltre che finanziamenti ASI ed EC che negli ultimi anni hanno variato tra 15 e 20 MEuro l’anno.

L’FFO è aumentato a partire dal 2017 da circa 80MEuro l’anno fino a circa 100 MEuro, anche per finanziare l’assunzione di circa 200 nuovi ricercatori e tecnologi. Altri fondi sono aumentati in maniera anche più cospicua, anche scontando il periodo 2020-2021 dove l’emergenza Covid19 ha certamente avuto un impatto soprattutto sulle attività sperimentali e tecnologiche. La situazione economica dell’INAF degli ultimi anni, nonostante l’emergenza Covid19 e la recente emergenza internazionale, è quindi molto positiva. Prova ne è il recente bando per ricerca fondamentale 2022 che ha messo a disposizione dei ricercatori circa 7.5MEuro, una cifra mai destinata prima a queste necessità, superiore di un fattore 3-10 alla media annuale degli ultimi 10 anni. 

Una situazione sicuramente molto differente da quella dell’autunno 2007, quando l’allora CdA approvo un bilancio con zero finanziamenti per la ricerca fondamentale, evento che provoco le dimissioni del Consiglio Scientifico prima e dei Direttori di Struttura poi, portando al commissariamento dell’ente. O ancora peggio del 2011 quando l’FFO venne diminuito di circa il 10%, o, senza considerare gli stipendi, del 30% da un anno all’altro. Nel periodo 2011-2016 venne inoltre imposto un blocco del turnover, prima totale, poi parziale al 25%, che portò a una drastica riduzione del personale dell’INAF,  corretta per i ruoli di ricercatore e tecnologo con le stabilizzazioni del 2017 e anni seguenti, ma ancora non corretta per i ruoli tecnici e amministrativi. 

La situazione economica non potrà che migliorare nei prossimi tre anni, grazie ai fondi PNRR che INAF è stata capace di raccogliere: più di 200MEuro da spendere in 30 mesi.

CN-HPC15 MEuro
CTA+71 MEuro
STILES70 MEuro
NG-Croce19 MEuro
EMM30 MEuro
PE-Spazio6-7 MEuro, ancora in negoziazione
KM3~1 MEuro
ET?

Sinteticamente: INAF non è mai stato così ricco, e mai i ricercatori hanno avuto simili risorse a disposizione. La domanda a questo punto è ovvia: per fare cosa? Cioè, e’ utile, forse necessario capire quale sarà l’impatto di questa grande iniezione di risorse sull’istituto e soprattutto sui ricercatori. Prima di cercare risposte a queste domande, è necessario capire da dove si parte. Cioè quale è il livello di competitività scientifica di INAF oggi e come è cambiato nel tempo.

Il primo strumento per una valutazione della competitività di INAF è il recente documento “Valutazione della Qualità della Ricerca 2015-2019  (VQR 2015-2019)  Rapporto finale ANVUR Statistiche e risultati di compendio 21 luglio 2022″

Il VQR 2015-2019 è stato differente dai precedenti, soprattutto perché la maggior parte dei prodotti presentati è stata valutata non in maniera automatica ma in maniera puntuale da parte dei valutatori.  A seguito del giudizio di qualità, adogni pubblicazione e caso di studio è stato attribuito a  una delle seguenti categorie:

  • A Eccellente ed estremamente rilevante (ECR) PUNTEGGIO 1
  • B Eccellente (EC) PUNTEGGIO 0.8
  • C Standard (ST) PUNTEGGIO 0.5
  • D Rilevanza sufficiente (SUF) PUNTEGGIO 0.2
  • E Scarsa rilevanza o Non accettabile (SR) PUNTEGGIO 

Il VQR 2015-2019 utilizza i seguenti estimatori:

  • PUNTEGGIO COMPLESSIVO: Somma dei punteggi ottenuti dai prodotti nell’insieme di riferimento (es. Area scientifica). 
  • PUNTEGGIO MEDIO: misura della qualità media dei prodotti all’interno di ogni Istituzione nell’insieme di riferimento. 
  • INDICATORE QUALITATIVO ( R ): misura la qualità dei prodotti dell’Istituzione rispetto alla qualità media di tutte le Istituzioni, tenendo conto del peso delle diverse aree scientifiche nella specifica Istituzione. 
  • INDICATORE QUALI-QUANTITATIVO (IRAS): che misura la qualità dei prodotti valutati tenendo conto anche della dimensione (numero totale di prodotti) dell’Istituzione cioe’ moltiplicando R per H=peso nazionale dell’Istituzione i, come il rapporto tra il numero di prodotti attesi dell’Istituzione i (𝑁𝑖) e i prodotti attesi totali (𝑁).Gli indicatori più utili per un confronto tra istituzioni da un punto di vista dell’efficienza sono quindi il punteggio medio e l’indicatore qualitativo R, mentre dal punto di dell’impatto generale e della massa critica ovviamente gli indicatori più utili sono il punteggio complessivo e l’indicatore quali-quantitativo IRAS.

Le valutazioni sono fatte su prodotti presentati da due profili:

  • a) personale che ha mantenuto lo stesso  ruolo nel periodo 2015-2019: IRAS1 e R1
    b) personale che è stato assunto o ha  conseguito avanzamenti di carriera nel periodo 2015-19: IRAS2 e R2 
  • a)+b): IRAS1_2 e R1_2 

Le due tabelle che seguono riportano tutti questi indicatori per i cinque enti di ricerca più grandi. Le tabelle sono ordinate usando gli indicatori R1_2 e voto medio profilo A. E’ abbastanza evidente come l’INAF occupi le posizioni intermedie o di coda usando tutti gli estimatori, sia per quello che riguarda l’efficienza della produzione scientifica dei ricercatori (R e voto medio) che la massa critica e l’impatto globale dell’ente. E’ forse da notare che l’INAF nelle due tabelle segue l’ASI, quando molti dei prodotti presentati da ASI sono stati forniti da personale INAF coinvolto in progetti spaziali. 

EPRH1R1IRAS1H2R2IRAS2H1_2R1_2IRAS1_2
INFN12,361,0913,4220,691,0521,8015,121,0716,24
ASI1,011,081,091,741,031,781,251,051,32
INGV5,301,005,288,200,998,086,260,996,21
CNR67,730,9966,7449,310,9848,3061,640,9860,56
INAF7,900,987,7312,400,9912,239,390,989,24
EPRVoto medio Profilo AVoto medio Profilo BIba = media B / media A
INFN0,850,861,02
ASI0.830.790.95
INAF0,760,811,06
INGV0,70,690,99
CNR0,670,681,01

E’ interessante analizzare i dati che hanno portato al calcolo degli estimatori presentati nelle tabelle precedenti. Nella tabella che segue sono riportate le percentuali di prodotti delle 5 categorie, ordinati rispetto alla percentuale nella categoria A. Si può notare come questo ordine è esattamente inverso a quello della categoria C (INFN e ASI hanno la maggiore percentuale di prodotti valutati A, e la minore percentuale di prodotti valutati C, al contrario CNR e INGV). ASI ed INFN hanno presentato circa il 45% di prodotti valutati nella categoria A contro un 11-13 % in categoria C, mentre l’INAF ha circa un terzo di prodotti in categoria A e un quinto in categoria C.

EPR# prodotti conferitiA %B %C %D %E %
INFN3.31446,7740,9811,410,7240,121
ASI27444,8936,1313,145,110,730
INAF2.05933,6541,3821,902,670,388
CNR12.33525,9842,5325,505,0510,47
INGV1.37221,6539,0729,238,601,46

La conclusione è che INAF rispetto ad INFN è sbilanciato verso prodotti standard rispetto a quelli estremamente rilevanti.

VQR 2015-2019 fornisce pure gli indicatori R e IRAS per i dipartimenti e le strutture che compongono gli enti. La tabella che segue riporta gli indicatori R e IRAS per le 16 strutture INAF, ordinata usando l’estimatore R1_2.

Struttur # prodotti attesi # prodotti attesi ric. in mobilità H1 R1 IRD1 H2 R2 IRD2 H1_2 R1_2 IRD1_2 
OAR164 101 0,43 1,08 0,46 1,39 1,06 1,48 0,75 1,08 0,81 
OATs134 66 0,46 1,06 0,49 0,91 1,04 0,94 0,61 1,05 0,64 
OAAb42 18 0,16 1,01 0,17 0,25 0,25 0,19 1,01 0,19 
OASBo228 93 0,92 0,98 0,91 1,28 1,03 1,32 1,04 1,04 
OAPd175 81 0,64 1,04 0,67 1,12 0,96 1,07 0,8 0,8 
OAA160 49 0,76 0,99 0,75 0,68 0,68 0,73 0,99 0,72 
OACn120 28 0,63 1,03 0,65 0,39 0,91 0,35 0,55 0,99 0,54 
IASF-MI 83 39 0,3 0,9 0,27 0,54 1,07 0,57 0,38 0,98 0,37 
OATo134 28 0,72 0,98 0,71 0,39 1,02 0,39 0,61 0,98 0,6 
OACa91 48 0,29 0,92 0,27 0,66 0,66 0,42 0,97 0,4 
IAPS 256 155 0,69 0,97 0,67 2,14 0,96 2,04 1,17 0,97 1,14 
IRA 116 46 0,48 0,94 0,45 0,63 0,99 0,63 0,53 0,96 0,51 
OAPa65 29 0,25 0,93 0,23 0,4 0,94 0,38 0,3 0,94 0,28 
OABr121 65 0,38 0,94 0,36 0,9 0,93 0,84 0,55 0,94 0,52 
OACt117 42 0,51 0,9 0,46 0,58 0,9 0,52 0,53 0,9 0,48 
IASF-PA 53 12 0,28 0,78 0,22 0,17 0,7 0,12 0,24 0,75 0,18 

Un confronto con la precedente VQR 2011-2014 (https://www.anvur.it/rapporto-2016/) non è semplice, anche per il cambio di impostazione nella valutazione dei prodotti (semi-automatico verso puntuale). La tabella che segue riporta tre estimatori, il voto medio, il voto medio normalizzato rispetto al voto medio degli enti di ricerca R e l’estimatore IRAS, assieme alla frazione di prodotti in sei categorie da A a F. 

EPRVoto medio norm (R)Somma punteggi (v)# Prodotti attesi (n)Voto medio (I=v/n)% A% B% C% D% E% FIRAS1 x 100
INFN1,11248627930,8976,7613,756,232,400,210,6444,75
INAF0,94108514440,7552,0125,9711,635,891,113,3919,52
CNR0,91154021240,7246,0529,5213,516,260,713,9527,72
ASI0,8172,31120,6544,6420,5412,505,360,8916,071,30

INAF occupava una posizione intermedia tra INFN e CNR usando gli indicatori R e I, mentre seguiva anche il CNR nell’indicatore IRAS. Se confrontiamo gli indicatori con gli analoghi del VQR 2015-2019 si può notare come INAF è stato scavalcato da ASI nel voto medio, e anche da CNR nel voto medio normalizzato R. 

Un’altra fonte di dati utili a valutare l’impatto di un istituto scientifico è  Nature Index  (https://www.nature.com/nature-index/), che considera articoli su 82 riviste selezionate. Solo articoli di impatto vengono considerati, come ad esempio le “letters”, oltre che articoli su Nature e Science o altre riviste di grande impatto.   Nature Index usa due indicatori per misurare l’impatto di una istituzione: Counts e Share. Ad ogni istituto viene assegnato 1 Count per ogni articolo che ha tra gli autori almeno un ricercatore di quell’istituto. Share pesa per il numero di autori di ogni istituto nell’authorship di ogni articolo. Ad esempio per un articolo con 10 autori ogni autore riceve uno share di 0.1. Lo share dell’istituto è la somma degli share degli autori che sono affiliati a quell’istituto.

La figura che segue mostra l’andamento dello share dal 2013 al 2021 (nel 2015 Nature Index ha cambiato sistema di misura, ma in quest’anno è stato possibile trovare i dati sia con il vecchio che con il nuovo sistema. Ho quindi normalizzato i dati del 2013 e del 2014 riportandoli alla nuovo sistema di misurazione nel grafico che segue).

Si nota come lo Share di INFN è cresciuto abbastanza regolarmente nel tempo da circa 100 a circa 170, mentre lo Share di INAF è decresciuto da poco meno di 40 fino a poco più di 20. Le oscillazioni nella curva INAF negli anni 2020 e 2021 è possibile dipendano dall’emergenza Covid19. Per una verifica è necessario attendere i dati 2022. Quelli parziali (metà anno), indicano uno Share di 21,78, confermando il cattivo risultato del 2021.

Un terzo metro potenziale per stimare la qualità della comunità astrofisica italiana e di INAF è quello del numero di vincitori di ERC. In questo campo sia l’INAF che la comunità astrofisica italiana in generale hanno sempre performato molto male, ma è evidente che esistono motivazioni più generali e di sistema. Per dati e una discussione si può vedere: https://www.lascienzainutile.it/2021/04/18/11-un-esempio-il-migliore-di-scienza-competition-driven-il-sistema-erc/ . Dall’inizio dell’istituzione del’ERC solo 26 borse nella categoria PE9 sono state portate in Italia su un totale di 404, di cui solo 7 hanno coinvolto ricercatori INAF, 3 dei quali sono migrati in Università dopo aver vinto la borsa. Per confronto, 97 borse sono state portate in UK, 67 in Francia e 57 in Germania.

In conclusione, le due fonti utilizzate per stimare la competitività scientifica di INAF e come questa è cambiata nel tempo (VQR 2015-2019 e Nature Index) suggeriscono che questa è diminuita nel tempo, e che oggi l’INAF è in una posizione medio-bassa in Italia tra i grandi enti di ricerca sia per quello che riguarda la quantità che la qualità della produzione scientifica. La speranza è quindi che il grande afflusso di fondi di questi anni possa rovesciare il trend e rilanciare in quantità e qualità la produzione scientifica di INAF.