Ogni 25 aprile è importante, ma questo 25 aprile forse lo è un po’ di più. Quest’anno ricorrono gli 80 anni della Costituzione italiana, ma cosa ancora più importante, il 2026 è l’anno in cui la Costituzione è tornata di gran moda. Nessuno lo aveva previsto, la Costituzione torna ad essere un elemento centrale per orientarsi, soprattutto per le nuove generazioni. I giovani e i ragazzi stanno riscoprendo la Costituzione. Non dobbiamo pensare che le ragazze e i ragazzi abbiano ripreso in mano qualche vecchio libro riesumato da librerie polverose o da scatoloni riposti nelle soffitte. La discussione tra i ragazzi italiani sulla Costituzione è stata tutta sui social, tramite video brevi, spiegazioni semplici, call to action, condivisione di reels e stories, soprattutto su TikToc (vedi l’hashtag #iovotono) e su Instagram (hashtag #IoVotoNo, #Costituzione / #DifendiamoLaCostituzionee altri). Evidentemente i sondaggisti non frequentano TikTok e Instagram, perché semplicemente non hanno “visto” questo interesse. Quello che mi sembra interessante oggi è capire l’origine di questo nuovo interesse per un testo di ottanta anni fa, una eternità col metro della società di oggi e dei social.
Il motivo più ovvio è certamente la guerra. L’articolo 11 della Costituzione è chiarissimo, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Quello che rimane nella mente dell’articolo 11 è la parola “ripudia”, che significa “respingere con forza, rinnegare o disconoscere”. Indica un rifiuto definitivo e formale, non ci si gira attorno. Un concetto distante anni luce dal politichese di :”Non condivido, né condanno”. La generazione Z è la prima da ottanta anni ad aver davvero “visto” una guerra in casa propria, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, e poi un’altra alle porte di casa, la distruzione di Gaza e lo sterminio della sua popolazione, e poi un’altra ancora con l’attacco all’Iran. E queste guerre non sono state solamente raccontate sui giornali o nei telegiornali, contenuti alla fine limitati nello spazio e nel tempo. No, hanno invaso i social, hanno occupato tutti i possibili spazi e sono stati presenti per la totalità del tempo nella rete, hanno rappresentato un “vissuto” per i ragazzi della rete. Ed hanno prodotto un rigetto per la guerra, e la scoperta che nostra Costituzione era d’accordo con loro. Le generazioni precedenti, inclusa la mia, quella dei boomers, erano purtroppo state testimoni di altre guerre, altri massacri, alle porte di casa, le guerre nella ex-Yugoslavia e quella tra Serbia e Bosnia a metà degli anni 90. La differenza è che queste guerre non avevano tracimato nello spazio e nel tempo. Per la maggior parte di noi italiani erano rimaste confinate nei titoli dei giornali o nelle trasmissioni televisive. La capacità di moltiplicazione esponenziale delle notizie senza filtri, la possibilità di contro-narrazioni, verifiche, e soprattutto la capacità di aggregazione e mobilitazione della rete e dei social non erano ancora tra noi negli anni 90. I social moltiplicano esponenzialmente sia i rischi sia le opportunità.
Un altro motivo della riscoperta della Costituzione è forse la sua chiarezza. Una volta che le ragazze e i ragazzi si sono avvicinati alla Costituzione che “ripudia” la guerra, si sono incuriositi, e hanno scoperto che una simile chiarezza è presente anche negli altri articoli. La Costituzione nasce da una visione. Il primo articolo la presenta subito: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo significa che siamo noi lavoratori a “fondare” la Repubblica, che non ci sarebbe se non esistessero i lavoratori. Lo Stato è il risultato, il valore aggiunto, generato dal lavoro di tutti. La Costituzione quindi nasce dal riconoscere l’importanza fondamentale della condivisione, che genera valore oltre la somma dei costituenti. Poi ci sono i principi fondamentali, come la promozione della pace già ricordata o quello dell’uguaglianza di sostanza e di forma. Poi ci sono i metodi per raggiungere questi principi, ovvero l’ordinamento della Repubblica, come ci organizziamo per realizzare i principi. Che differenza tra la Costituzione, la maggior parte delle più di 70.000 leggi delle Stato: una persona normale che legge un atto normativo italiano non capisce di cosa si sta parlando, non capisce i principi alla base dell’atto e non capisce i metodi per raggiungere questi principi. Per non parlare dei discorsi dei politici.
La società italiana e il lavoro oggi sono radicalmente diversi da quelli di ottanta anni fa, ma il concetto che il lavoro sia al centro della società, e che sia uno strumento, anzi lo strumento di dignità, rimane il nostro punto di riferimento. La società italiana e il lavoro negli anni 50 erano probabilmente più semplici. Al vertice c’erano (e ci sono) le elite, cioè la classe in grado di influenzare le scelte politiche di qualsiasi governo, soprattutto grazie ai soldi. Sotto avevamo la classe media, soprattutto impiegati statali e i professionisti. Ancora sotto il proletariato, cioè i lavoratori manuali, operai, contadini, piccoli artigiani. I partiti politici avevano classi di riferimento chiare, la classe di riferimento del Partito Comunista Italiano era il proletariato, soprattutto gli operai, la classe di riferimento della Democrazia Cristiana erano gli impiegati, i professionisti, parte del proletariato come i contadini. Operai, contadini, artigiani, professionisti erano i “lavoratori” che nella Costituzione fondano la Repubblica.
Oggi società e lavoro sono enormemente più complessi. Al di sotto delle elite, la classe media ha perso peso e potere, e accanto a lei è emerso il gruppo dei tecnoprofessionisti, cioè persone che dotate di competenze tecniche spendibili sul mercato ne ricavano alti guadagni. Il tip of the iceberg dei tecnoprofessionisti, è diventato elite, e sta soppiantando le elite tradizionali. La vecchia classe operaia è in declino costante da almeno 3 decenni, mentre al di sotto è esploso esponenzialmente il precariato. Il precariato oggi include tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto).
Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale, il precariato è stato per questo definito una classe sociale “in divenire”. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Nondimeno, i precari sono lavoratori, il loro lavoro deve rimanere uno strumento di dignità, e come lavoratori devono partecipare alla costruzione delle fondamenta della la Repubblica Italiana. Attualizzare e rendere viva la Costituzione significa riconoscere i cambiamenti sociali, e modificare i metodi per realizzarne i principi fondamentali. I sistemi di welfare nati negli anni sessanta e settanta per tutelare i lavoratori che a quell’epoca erano per lo più operai, contadini, impiegati, tutti con un impiego fisso, non possono funzionare oggi, quando tra il 15 e il 30% della società italiana è composta da precari.
L’altra grande differenza tra gli anni cinquanta e sessanta e il presente è rappresentata dalla diseguaglianza economica. Il grafico sotto mostra il rapporto tra salario medio e prodotto interno lordo tra il 1900 e il 2024.

Si vede come tra gli anni sessanta e settanta si è raggiunto un picco seguito da una decrescita del rapporto che si è arrestata all’inizio degli anni 2000. Negli ultimi 25 anni salari medi e PIL sono cresciuti entrambe poco e in maniera circa simile. Il grafico mostra come durante gli anni sessanta e settanta la ricchezza prodotta (l’aumento del PIL) è stata redistribuita tra grandi fette di popolazione, mentre dopo la ricchezza prodotta è stata redistribuita soprattutto tra le elite.
Il grafico seguente mostra invece il rapporto tra il reddito medio dell1% più ricco della popolazione italiana sul reddito medio del 50% più povero.

Si vede come negli anni cinquanta l’1% più ricco guadagnava circa 23 volte quanto guadagnava in media il 50% più povero. A causa delle politiche di redistribuzione della ricchezza in atto negli anni sessanta, figlie della visione Costituzionale, questo rapporto è sceso a meno di 10 volte negli anni settanta e primi anni ottanta, per risalire a 20-23 volte a partire dagli anni 2000.
La prima ministra italiana Giorgia Meloni si definisce spesso “una figlia del popolo”. Ed è sostanzialmente vero. Come è vero che Meloni, piaccia o non piaccia, è riuscita a vedere ed interpretare i bisogni del popolo, o almeno del pezzo di società che è il riferimento del suo partito politico. Poi ovviamente non è riuscita a dare risposte concrete al popolo, e neanche al suo di popolo, perché un governo di destra fa’ sempre gli interessi delle elite e non quelli del popolo. Quello di cui abbiamo bisogno oggi non è di un’altra figlia o figlio del popolo, ma di una figlia o figlio della Costituzione, che riaffermando la visione originaria la attualizzi per renderla consistente con la struttura sociale odierna, e declini i nuovi strumenti per realizzarne i principi. A questo fine, non bastano politiche di redistribuzione della ricchezza, ma servono anche politiche di redistribuzione delle sicurezze civili e di accesso per i precari e per le classi ancora inferiori dei disoccupati, disagiati, emarginati, ai diritti civili, sociali, economici e politici. Solo in questo modo potremo consolidare la visione delle madri e dei padri costituenti e quindi onorare la Costituzione. Buon 25 aprile a tutte e tutti.




























