Sagre e il riscaldamento globale

Abito in un piccolo paese friulano, spaccato dal caldo di questo agosto rovente, là dove la pianura diventa sassi, prima di inchinarsi ai colli orientali.

Nonostante la calura, agosto nel bel paese è sempre periodo di sagre, e lo stesso succede nel piccolo paese, anzi, nelle sue ancora più minute frazioni di Ziracco e Orzano. Dove agguerritissimi gruppi di volontari organizzano la Sagre sot el cocolâr, cioè sotto gli alberi di noci, storicamente presenti nel cortile della canonica di Ziracco, e la Sagre Madone d’avost, al Centro San Luigi Scrosoppi di Orzano, ovvero nel terreno annesso alla casa colonica dove alloggiavano le Suore della Provvidenza. Il piccolo problema per chi che come me abita in zona, è che le due sagre sono organizzate esattamente negli stessi giorni, a cavallo di ferragosto. Se una sera decidi per Orzano, poi sei sicuro che i ziracchesi si ingelosiscono, e viceversa. E bisogna fare attenzione a non confondersi e lodare gli gnocchi di Ziracco con gli orzanesi o gli arrosticini di Orzano con i ziracchesi. Insomma un mal di testa per i locali, ma anche per i foresti! che arrivando in uno dei due posti in realtà cercavano l’altro. E a me, che sono foresto dentro, sorge spontanea la domanda: ma perché mai le due minute frazioni non organizzano le loro belle sagre in due settimane differenti? Avrebbero più ospiti, e soprattutto gli faciliterebbero la vita. Impossibile!!! Improponibile!! Inestricabilmente complesso, neanche si trattasse di far parlare il diavolo con l’acqua santa. A confronto Peppone e Don Camillo erano accondiscendenti collaboratori. Qui si tocca con mano, anzi anche con la lingua il naso e gli occhi la forma concreta del micro-campanilismo italico: Il locale-locale viene prima del locale, neanche a parlare del comune, sia nel senso di ente pubblico che di bene, o addirittura del globale. 

Gli gnocchi della sagra Sagre sot el cocolâr, da Anteprima Sagre
Gli arrosticini della Sagre Madone d’avost, da Facebook

Questo contrasto tra locale e globale lo ho provato letteralmente sulla pelle andando in bicicletta alla sagra di Orzano. Abito vicino al centro del piccolo paese, a un centinaio di metri dalla strada statale che come un’ulcera perenne lo taglia in due. Usciamo tardi, sperando che la calura conceda una tregua serale, ma siamo lo stesso completamente sudati dopo poche pedalate. Usciamo dal paese verso la campagna e succede il miracolo. La temperatura in pochi metri crolla di parecchi gradi, e addirittura ci sembra di stare al fresco. Ci fermiamo, cosa succede? Torniamo indietro verso il paese, e il miracolo si ripete al contrario, un muro tangibile di caldo e umido ci respinge. Continuiamo quindi nel fresco verso Orzano, passando da Mulino Cainero e Casali Battiferro. Sorpassiamo il cimitero, e pedaliamo verso la  piazza. E di nuovo eccolo il muro di caldo e umido. E’ stupefacente come anche i pochi edifici, il cemento e l’asfalto di  una minuta frazione di un piccolo paese possano fare la differenza, riemettendo la sera il calore assorbito durante il giorno, e rendendo la temperatura insopportabile anche dopo il tramonto. Se c’è un problema veramente globale globale, è quello del riscaldamento globale. Un problema esistenziale, oltre che globale. Ma che appunto proprio per essere molto globale è stato dimenticato, o meglio rimosso, a tutti i livelli, anche quando non esplicitamente sconosciuto. Due sono i motivi principali per cui i problemi globali o quelli difficili da risolvere tendono ad essere rimossi e non affrontati. Il primo è la lontananza: che impatto possiamo mai avere noi piccoli stati, piccole o grandi città, piccoli paesi o minute frazioni, su un problema che appunto coinvolge il mondo intero?. Sono altri ad essere i responsabili veri del problema (Cina, USA), che ci pensassero ben loro a risolverlo. Una sorta di benaltrismo al cubo. 

Il secondo motivo è che il problema in questione fino a poco tempo fa era difficile da toccare con mano, almeno per la maggior parte della gente. Una cosa è leggere articoli e statistiche sugli effetti del riscaldamento globale, un altro è viverle. E fino a ieri a vivere le conseguenze fino in fondo era la minoranza dei più deboli nelle nostre società avanzate. La maggioranza non aveva sufficientemente toccato con mano. Oggi la situazione sta cambiando, il 2026 sarà l’anno più caldo in Italia ed in Europa da che si compilano serie storiche, e il caldo lo abbiamo sentito tutti. E gli effetti non sono più tanto a macchia di leopardo sia da un punto di vista geografico che sociologico. Di caldo si muore, certo, ma la strage la subiscono per lo più i poveri e gli anziani, non la vede e non la sente il grosso della società.  Però, i raccolti persi, l’agricoltura, l’itticoltura e la pesca in ginocchio significano aumento dei prezzi della maggior parte dei prodotti alimentari. Attività che si svolgono all’aperto come edilizia, manifattura, artigianato devono essere rallentate, implicando aumento di costi e mancate entrate. Centrali idroelettriche e nucleari chiuse significa aumento del costo dell’energia elettrica. Più condizionatori significa consumi maggiori e costi maggiori. Più eventi estremi significa più danni estesi e non solo molto locali e quindi tra le altre cose aumento del costo delle assicurazioni per tutti. E via dicendo. Si, il riscaldamento globale si sta traducendo in aumento di costi davvero globale per tutti! Si calcola attorno a un punto di PIL, cioè circa l’equivalente di una manovra finanziaria.

Innegabile. Ma stranamente il riscaldamento globale viene vissuto ancora come fatalità. L’equivalente di un terremoto. La differenza è che i terremoti da un lato sono per fortuna abbastanza rari, e dall’altro è possibile solo mettere in campo politiche adeguate per mitigarne le conseguenze, ad esempio costruire in maniera antisismica. Al contrario, gli effetti devastanti del riscaldamento globale coprono tutto lo spettro che va dall’aumento generalizzato dei prezzi, al malessere diffuso almeno per minoranze sempre più grandi, ad eventi estremi come uragani distruttivi, inondazioni, frane, incendi, sempre più frequenti. Gli effetti del riscaldamento globale non sono solo fatalità, non sono solo cigni neri dei quali abbiamo difficoltà di cogliere l’importanza, proprio perché’ sono eventi rari e inaspettati. E possiamo mettere in campo azioni sia per ridurre il riscaldamento globale che per mitigarne le conseguenze. 

Certo, smettere di bruciare combustibili fossili è la cosa tanto ovvia quanto fondamentale da fare, è la chiave di volta per risolvere il problema. Se ci si pensa in maniera distaccata, tipo, se un alieno arrivasse qui sulla terra e vedesse che per produrre energia elettrica non usiamo quella fonte inesauribile e gratis che è il sole ma bruciamo petrolio, carbone e gas naturale, che oltre a costare cari ed essere appunto esauribili sono anche inquinanti, ci prenderebbe per matti. E se l’alieno vedesse che per spostarci usiamo ancora i motori a combustione interna, che non solo sono molto meno efficienti di quelli elettrici (che convertono in movimento utile il 95% dell’energia, contro il 20-45% dei motori a benzina e diesel), ma producono pure gas serra inquinanti, veramente uscirebbe fuori di testa.

Dovremmo incentivare in tutti i modi l’istallazione di pannelli solari. L’ultimo rapporto dell’Agenzia del Demanio indica in più di 40 milioni di metri quadrati di fabbricati la proprietà dello Stato italiano e in più di 1 miliardo di metri quadri la proprietà demaniale di aree libere, terreni e boschi. In Italia d’estate la richiesta media di potenza è di circa 40 GW, con picchi fino a 60 GW. Un metro quadrato di pannelli solari produce circa 200W al picco, che si riducono a 50-100W come media giornaliera. Quindi per soddisfare l’intero consumo estivo servirebbero poco meno di un miliardo di metri quadri coperti da pannelli solari, un ammontare minore ai soli beni demaniali italiani. Al momento la superfice complessiva occupata da pannelli solari in Italia, per una potenza installata complessiva di 47GW, è minore dello 0.1% della superficie agricola utilizzata. Anche moltiplicandola per 10 sarebbe ancora trascurabile. Suona davvero strano come in Germania la potenza installata in pannelli solari sia più di tre volte quella italiana, là dove il sole d’inverno è una chimera.  E dovremmo incentivare la produzione e l’utilizzo di auto elettriche, come per altro succede in tutto il resto d’Europa e nel mondo in generale, Cina in testa. Tutte queste cose ovviamente richiedono tempi medio-lunghi, e quindi gli effetti di queste pur ovvie politiche non si possono vedere nel breve periodo, e la politica è naturalmente allergica a tutto quello che non produce effetti nel breve anzi meglio brevissimo periodo.

Ma in realtà possiamo fare anche cose localmente, vicino al nostro caro campanile, che hanno un impatto immediato sulla nostra qualità di vita. Possiamo eliminare un po’ di cemento e di asfalto dalle nostre città e dai nostri paesi, e diminuire così l’assorbimento di calore durante il giorno e la riemissione durante la notte, e far calare quindi la temperatura almeno di notte, l’effetto strada per Orzano. Possiamo piantare alberi e piante che usano poca acqua e che sono resistenti al calore. Possiamo montare sui tetti e sulle terrazze delle nostre case, dei nostri condomini, delle nostre scuole e uffici pubblici pannelli solari e accumulatori, che ci possano rendere più resilienti verso le sempre più frequenti interruzioni della rete, oltre che far abbassare la bolletta elettrica e caricare auto elettriche. Il piccolo paese ospita un grande impianto fotovoltaico nella ex Fornace Fornasilla, sarebbe  stato utile associare all’impianto colonnine di ricarica a prezzo calmierato per gli abitanti, in maniera da lasciare sul territorio almeno una parte dei profitti che poi fluiscono oltralpe. Possiamo coordinarci con gli altri paesi interessati per chiedere la riattivazione della linea ferroviaria Udine-Cividale il prima possibile, in modo da ridurre il traffico e l’inquinamento che la strada statale porta direttamente nelle nostre case, nei nostri nasi e nelle nostre orecchie. Possiamo manutenere gli acquedotti, i canali, i fossi dei nostri comuni, per non sprecare acqua, oramai divenuta un bene prezioso manco fossimo sulla luna. Possiamo tornare a popolare almeno d’estate i paesi di montagna, abbandonati nel corso dei decenni, dove l’aria condizionata è naturale ed è gratis. Potremmo addirittura tentare di convincere i nostri governanti a comprare più Canadair per spegnere gli incendi e meno F35 (con il costo di un F35 si possono comprare 3 Canadair). Possiamo partire da queste piccole grandi cose di buon senso comune. 

Che forse riuscirebbero a mettere d’accordo anche orsanesi e ziracchesi. Forse non si troverà il modo di far svolgere le sagre in settimane differenti, ma almeno potremmo provare a inserire nelle due sagre delle serate (magari non lo stesso giorno!) dedicate a discutere del riscaldamento globale del cambiamento climatico e delle “buone pratiche” da adottare tutti per mitigarne le conseguenze. Ci potrebbero essere interventi di scienziati assieme a musicisti, attori, poeti. Si potrebbero leggere brani dei libri di Amitav Ghosh, e far raccontare a testimoni del cambiamento climatico le loro storie, e quindi condividerle e renderle una conoscenza e una coscienza comuni. Scienza numeri ed emozioni sul problema davvero più “scottante” che l’umanità tutta dovrà, volente o nolente, affrontare.

Space is hard

Molti anni dopo avrei ricordato quel pomeriggio remoto in cui Cesare, il mio maestro, mi aveva portato Torino a conoscere la grande industria, ovvero il suo amico Bruno, ormai in pensione, uno degli artefici di quel miracolo che era stato BeppoSAX, oltre che una lunga sfilza di satelliti ESA, da Hipparcos in avanti. La prima e forse l’unica cosa che Bruno Strim aveva detto era che space is hard, lo spazio è duro, difficile, spietato. Certo, perché lo spazio è vuoto, freddo, pieno di radiazioni pericolose, ma soprattutto perché una volta che qualcosa vola nello spazio non riesci più a rimetterci le mani sopra. Se hai fatto un errore, se qualche componente si rompe o funziona peggio del previsto, be, non puoi più farci molto. Devi solo sperare che quel componente non sia vitale o non sia unico. Altrimenti, fine dei giochi. Ma a quel tempo non sapevo cosa volesse dire veramente “fine dei giochi”. Cosa vuol dire veramente space is hard, lo capisci solo quando ci passi. Quando ti trovi tuo malgrado protagonista di una serie di film, il genere che cambia di continuo tra fantascientifico, drammatico, horror, commedia degli equivoci, come in un frullatore a potenza massima.

Torino, 24 marzo 2025. Siamo tutti nella sala di controllo ad Altec, o nelle sale accanto. Il primo passaggio del primo satellite di HERMES Pathfinder, H1, è previsto per le 9:04. Sugli schermi scorre il waterfall, i segnali che arrivano dall’antenna UHF di Spino D’Adda in funzione del tempo. C’è anche pubblico dietro le pareti di vetro. E’ la prima volta che Altec segue un passaggio di un satellite. Siamo tutti pronti con gli smartphone per immortalare i primi segnali. Ma il tempo passa e si vede solo rumore. Qualcuno commenta che non è stato ancora confermato il rilascio del satellite. Sospiro di sollievo. Ma poi arriva la conferma, si, il satellite è nello spazio. E allora perché non trasmette, oppure, perché non lo sentiamo? Aspettiamo il prossimo passaggio, e quello dopo. Sempre con gli smartphone pronti. E sempre a guardare solo rumore che scorre inesorabile sugli schermi.

Torino, 25 marzo 2025. Siamo tutti di nuovo nella sala di controllo ad Altec ad aspettare il primo passaggio di H2, il secondo satellite della costellazione. Stessa scena del giorno precedente, stesso risultato. Depressione. Che però è moltiplicata per mille. Un guasto casuale è una cosa, due fallimenti significano un effetto sistematico. Decidiamo di interrompere i rilasci, per capire meglio cosa succede. Ma senza segnali non è che si possa capire molto. Solo congetture. Forse le batterie non hanno funzionato perché troppo fredde, forse i satelliti non si sono accesi. Forse si può fare qualcosa per gli altri quattro satelliti ancora nella pancia di ION, cercando di scaldarli orientando il satellite verso il sole prima di rilasciarli. 

Udine, notte tra il 26 e il 27 marzo 2025. Sono tornato a casa. Avrò dormito quattro ore in due giorni, quindi prendo delle gocce per dormire almeno un poco, e riguadagnare un po’ di lucidità. Verso le 4:30 mi alzo per andare in bagno, il mio problema di prostata. Vedo sul telefono una chiamata alle 3:30 e una marea di messaggi. Stropiccio gli occhi, non riesco a vedere bene, mi lacrimano per l’allergia e pure per l’effetto delle gocce di sonnifero. H2 ha parlato! Un radioamatore ha intercettato il segnale, e lo ha pure decodificato! E’ proprio H2 che trasmette. E sembra abbia eseguito correttamente tutte le procedure previste dopo il rilascio: accensione del computer principale, apertura dei pannelli solari, apertura delle antenne di comunicazione, accensione del sistema di controllo di assetto. Ma cosa più importante, siamo vivi. Non c’è un errore sistematico. C’è una Nuova speranza! George Lukas ,1977.

Trieste, 27 marzo 2025. Seguo dall’ufficio i passaggi su Spino e Katherine, le nostre 2 stazioni di terra. Nessun segnale in ricezione, e nessun successo nell’invio di telecomandi al satellite. L’impero colpisce ancora, Irvin Kershner,1980.

Nei giorni che seguono cerchiamo di capire come mai non riusciamo più a ricevere e soprattutto a inviare messaggi. Coinvolgo nella discussione e negli esperimenti amici e colleghi italiani ma anche francesi e sloveni. Proveranno a ricevere e trasmettere anche con le loro stazioni, per capire se il problema è anche nella nostra attrezzatura di terra. 

Udine, 3 aprile 2025. Sono a casa. Oltre all’insonnia, al groppo allo stomaco, mi ha preso anche un attacco di sciatica. Non sono potuto quindi partire per Torino, e oggi seguo da casa il rilascio del terzo satellite della costellazione, H6. Primo passaggio sulla stazione di Spino alle 11:25. L’attesa è ancora più angosciante dei giorni precedenti, perché non ho la possibilità di vedere in diretta i dati che arrivano dalla stazione, il waterfall, ma seguo quello succede in chat. E non succede niente. Zero segnali, zero successo nell’invio di telecomandi. Il diavolo degli errori sistematici si affaccia di nuovo, e mi paralizza con la sua gelida carezza. L’atmosfera è quella di Settimo Sigillo, Bergman, 1957. Lascio il pc, e lascio pure lo smartphone a casa, vado nell’orto. Non riesco a piegarmi, prendo uno sgabello di legno e comincio a togliere le erbacce dalle fragole. Il prossimo passaggio è molto basso, solo qualche grado di elevazione, quindi non c’è proprio speranza, almeno per oggi. Torno verso casa per preparare il pranzo, e mi accorgo che il cellulare continua a illuminarsi di messaggi. Incredibilmente abbiamo ricevuto i primi messaggi da H6 mentre passava a un’elevazione di 3 gradi… una magia. Il satellite è in buono stato, punta i pannelli verso il sole. Sembra una favola, La bella addormentata nel bosco, Disney, 1959.

Udine, 7 aprile 2025. Ma le favole si sa durano poco. E infatti durante il fine settimana il satellite comincia a comportarsi in maniera bizzarra. Lo vediamo dai segnali raccolti dai radioamatori. Qualcosa non va per il verso giusto con il controllo di assetto, e il satellite comincia a tombolare in maniera incontrollata. Se potessimo comandarlo si potrebbe provare a correggere il problema, ma il satellite non da’ segno di ricevere i segnali che gli mandiamo. La frustrazione cresce esponenzialmente, assistendo impotenti ad un suicidio. Qui siamo in pieno horror scandinavo alla Jo Nesbo.

Torino, 9 aprile 2025. Sono le 22:30, sono appena sbarcato a Caselle e cerco un taxi per andare verso il mio hotel. H5 è stato appena rilasciato e il primo passaggio è per le 22:50. Ricevo i primi messaggi in chat che sono ancora in taxi. Il satellite è vivo e comunica. Ma di nuovo, non riusciamo a inviare telecomandi. 

Torino 10 aprile 2025. H4 è stato rilasciato all’alba, vediamo comunicare anche lui subito. Ne noi ne i nostri colleghi francesi e sloveni riescono però a inviare telecomandi. 

Torino, 11 aprile 2025. Rilasciato l’ultimo satellite, H3. Anche lui in buona salute e comunica correttamente. Ma non riceviamo più messaggi da H4. Ha cominciato a tombolare violentemente nella notte, si sono scaricate le batterie e si è probabilmente spento. Abbiamo verificato sperimentalmente che almeno cinque satelliti su sei hanno eseguito correttamente le procedure dopo il rilascio (la LEOP in gergo), hanno comunicato, ma non siamo ancora riusciti a inviare comandi per poterli controllare. E di conseguenza il loro stato si deteriora col tempo. Non riuscendo ad orientare correttamente i pannelli solari verso il sole, le batterie non si caricano, e scese sotto una certa soglia il satellite si spegne automaticamente. Questo azzera ovviamente i consumi, e le batterie lentamente possono ricaricarsi, anche con una scarsa corrente prodotta dai pannelli. Superata una certa soglia il satellite si riaccende, e ricomincia a trasmettere. Così facendo consuma le batterie, portando a un nuovo spegnimento. In un ciclo infernale di dormi-veglia, che ha però un solo esito finale possibile se non si interviene. Siamo in Groundhog Day, Ramis, 1993.

Udine, 12 aprile 2025. Ho dormito pochissimo anche questa notte, tra incubi e il cervello che irrazionalmente esplora nuove idee sul problema telecomandi. Vado in bagno portandomi il cellulare. E la prima cosa che vedo è un messaggio nella chat di Riccardo, sempre il primo a svegliarsi la mattina, che scrive: “H3 responded to telecomands”.. e lo scopro nella mail di aggiornamento di Altec delle 2 di notte”. Salto sulla tazza. Cerco l’aggiornamento, ed effettivamente è così. E’ successo questo. Ultimo passaggio di venerdì 12, prima della chiusura per il fine settimana. E’ anche l’ultimo turno di lavoro di Davide, ingegnere di Altec. Da lunedì non sarà più con noi, perché andrà a lavorare per un’altra azienda. Tra tutti gli ingegneri e gli operatori di Altec è quello con cui avevamo legato di più, sia per affinità professionali, sia perché’ aveva affrontato questo lavoro nella stessa maniera in cui lo affrontiamo noi: non un impegno aziendale per soddisfare un contratto, ma il nostro progetto, da curare, nutrire, educare fino a farlo crescere forte e robusto, il nostro figlioccio a cui abbiamo dedicato se non tutti, sicuramente la maggior parte dei nostri sforzi negli ultimi sei anni. Dopo due settimane di tentativi ed esperimenti tutti miseramente falliti, proprio all’ultimo momento possibile, Davide riceve il primo akcnowledgement a un comando inviato. Il comando è stato ricevuto dal satellite, che ha eseguito l’istruzione e ha risposto. E’ il segnale che il sistema funziona, che il diavolo dell’errore e del problema sistematico è stato ricatapultato all’inferno. E’ il segnale che forse non siamo morti. E subito dopo Davide scompare. E’ stato come il passaggio di un angelo. Che deve essere un parente stretto di quello de La vita è meravigliosa di Frank Capra, 1946. Il lieto fine che premia gli sforzi dei buoni e punisce i cattivi. 

Ma purtroppo la vita per chi lavora nello spazio non è sempre meravigliosa. Subito dopo aver avuto conferma che H3 riceveva telecomandi abbiamo avuto anche evidenza che anche lui aveva perso l’assetto Sun pointinge cominciava a tombolare. Era necessario agire immediatamente per correggere questo comportamento ed evitare il rischio di perdere il satellite. Ma da contratto Altec non copre i passaggi durante i fine settimana, e quindi non era possibile avere accesso alla sala di controllo. E in due ore siamo passati da La Vita e Meravigliosa, a un horror come Dall’Alba al Tramonto di Robert Rodriguez, 1996. 

Due colleghi di Altec, Andrea e Alessandro, hanno dato la loro disponibilità a seguire i passaggi remotamente, e cosi sabato primo pomeriggio e sabato notte è stato possibile inviare comandi al satellite per correggere il comportamento del sistema d’assetto. Quel pomeriggio non immaginavo che questo non sarebbe stato che il primo e neanche il più nauseante giro sulle montagne russe. Il 24 aprile H3 è entrato di nuovo uno stato di dormi-veglia, che però è durato molto più a lungo del precedente, fino al 16 maggio. E quando sembrava che avessimo recuperato il satellite, rimaniamo senza stazioni di terra. Il 2 luglio va a fuoco la stazione di Spino, e poco prima la radio di Katherine aveva smesso di funzionare. Ci appoggiamo ai nostri amici francesi per tutto luglio, ma a fine luglio anche loro devono chiudere la stazione per la pausa estiva. L’ultimo telecomando lo inviamo il 28 luglio e il 7 agosto osserviamo un crollo repentino del voltaggio delle batterie, e il satellite entra nel solito dormi-veglia. Ne uscirà solo il 29 settembre. E poco dopo capiamo che nel frattempo, abbandonato a se stesso, il sistema è regredito, tornando nella modalità LEOP, come un moderno Peter Pan che rifugge diventare adulto. Ci vorranno più di tre settimane per convincerlo ad abbandonare Capitan Uncino e la sua ciurma, e riportarlo in un modo più consono alla sua età. Ma non siamo mai riusciti a stabilizzare veramente il puntamento, per cui il satellite è passato sempre da periodi di buona carica, quando i pannelli erano casualmente orientati verso il sole, a periodi di bassa carica e spegnimento. Durante uno dei periodi più lunghi di alta carica siamo riusciti ad attivare lo strumento a bordo, il nostro rivelatore di raggi X e gamma, che sorprendentemente ha funzionato in maniera nominale. Era il 30 aprile. Ma del 2026, più di un anno dal lancio. Dico sorprendentemente, perché il rivelatore era forse l’unico sistema del satellite a non essere stato mai testato prima nello spazio. Tutti gli altri sistemi, il computer di bordo, le radio, il sistema di assetto, etc. avevano già volato prima. Sapevamo che avrebbero dovuto funzionare nello spazio, a meno di errori. Per il rivelatore era una prima volta, era stato progettato, sviluppato, integrato, testato tutto in casa, tra INAF e Fondazione Bruno Kessler. Se c’era una cosa che non eravamo sicuri avesse funzionato era lui, il rivelatore. E invece. Lo spazio oltre ad essere duro è imprevedibile!

Oggi è il 24 agosto 2026, e i giochi sono davvero finiti. Il progetto è stato definitivamente chiuso e i satelliti lasciati alla loro sorte, che sarà in qualche modo trionfale, dato che tra qualche mese o anno rientreranno nell’atmosfera bruciando completamente in un grande fuoco d’artificio. La nostra di sorte, la mia e quella di qualche altra decina di colleghi e colleghe che hanno dedicato tanti anni e tanti sforzi a questo progetto è non meno pirotecnica. Avevamo avuto l’ambizione di mostrare un modo nuovo di fare progetti scientifici di alto livello,  con molti meno soldi e molto meno tempo rispetto a progetti spaziali tradizionali. E invece abbiamo fallito: space is hard!

Ci sono solo due maniere di rendere lo spazio più morbido, quella tradizionale, e quella  implementata nel così detto New Space. La maniera tradizionale implica utilizzo di componenti qualificate per lo spazio, molto sicure ma anche molto ma molto costose. Per fare un esempio, uno dei computer di bordo più usato ancora oggi dalla NASA è il RAD750, venduto dalla BAE Systems, basato su core PowerPC 750 con un clock massimo di 200 MHz, tecnologia anni 90 del secolo scorso, per un costo di diverse centinaia di migliaia di $.  Più in generale, la qualifica spazio di un intero satellite comporta superare molte migliaia di test di qualità, circa 15000 secondo in manuali ECSS di ESA, con costi e tempi ovviamente molto alti. Nell’approccio tradizionale la maggior parte del tempo di sviluppo di un progetto è passata nel disegno e nello sviluppo di modelli, e si passa allo sviluppo dell’hardware solo quando il disegno è consolidato. Spesso e volentieri l’oggetto che viene prodotto è unico. L’approccio New Space è opposto. Si utilizzano componenti flight proven, cioè che hanno già volato con successo, piuttosto che sviluppare componenti qualificate spazio. Si preferisce testare direttamente nello spazio una componente, verificare il funzionamento, ed eventualmente migliorarla alla prossima iterazione. Il computer del nostro payload HERMES è un Isispace iOBC flight proven, con un core ARM9, clock a 400 MHz, costo 7000 Euro. Il concetto: “test veloce e diretto su hardware e miglioramenti nelle generazioni successive” è esteso anche a livello di sistema, limitando le fasi di disegno e di qualifica e spendendo la maggior parte del tempo nell’integrazione e test dell’hardware. E’ il così detto “iterative development”: sbagliando s’impara. In maniera naturale questo porta a limitare i “pezzi unici”, e a favorire la produzione in serie. Il risultato è un enorme abbattimento di costi e di tempi, al prezzo previsto di qualche fallimento iniziale.  

Il paradosso di HERMES Pathfinder è che pur essendo un progetto di fatto New Space (pochi soldi, tempi stretti, molte unità simili tra loro), è stato realizzato come un progetto tradizionale. Tutti e sei i satelliti sono stati lanciati simultaneamente, mentre un approccio iterativo avrebbe suggerito di arrivare alla realizzazione finale per step: lanciare prima un satellite, magari più semplice di quelli finali, capire se c’erano problemi gravi, errori, e poi procedere con il resto della costellazione. E di problemi gravi ne abbiamo trovati tanti in questi mesi. Grazie all’aiuto fondamentale dei nostri amici francesi di Adrelys e dell’Università di Versailles  siamo riusciti a capire che il più grave di tutti, la incapacità di comandare la maggior parte dei nostri satelliti, è la conseguenza della mancata apertura delle antenne VHF.  Un componente dal costo di poche migliaia di euro e utilizzato centinaia di volte nello spazio ha compromesso l’intera missione. Essendo stato considerato HERMES-PF un pezzo unico, non avremo la possibilità di imparare dai nostri errori: HERMES finisce qui. Una vera beffa. Ma una beffa ancora migliore è che il Pathfinder, come dice la parola stessa, voleva essere il precursore di un osservatorio vero e proprio per transienti di alta energia. Un osservatorio capace di identificare e localizzare transienti su tutto il cielo e in ogni momento. Oggi più che mai necessario dopo che il cavallo di battaglia in questo campo, il satellite Swift della NASA, si avvia a rientrare nell’atmosfera, e dopo che l’ESA ha pensato bene di non selezionare per il suo programma scientifico il successore naturale, Theseus.  La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste. Ovviamente I soliti sospetti, Bryan Singer, 1995. 

25 aprile

Ogni 25 aprile è importante, ma questo 25 aprile forse lo è un po’ di più. Quest’anno ricorrono gli 80 anni della Costituzione italiana, ma cosa ancora più importante, il 2026 è l’anno in cui la Costituzione è tornata di gran moda. Nessuno lo aveva previsto, la Costituzione torna ad essere un elemento centrale per orientarsi, soprattutto per le nuove generazioni. I  giovani e i ragazzi stanno riscoprendo la Costituzione. Non dobbiamo pensare che le ragazze e i ragazzi abbiano ripreso in mano qualche vecchio libro riesumato da librerie polverose o da scatoloni riposti nelle soffitte. La discussione tra i ragazzi italiani sulla Costituzione è stata tutta sui social, tramite video brevi, spiegazioni semplici, call to action, condivisione di reels e stories, soprattutto su TikToc (vedi l’hashtag #iovotono) e su Instagram (hashtag #IoVotoNo, #Costituzione / #DifendiamoLaCostituzionee altri). Evidentemente i sondaggisti non frequentano TikTok e Instagram, perché semplicemente non hanno “visto” questo interesse. Quello che mi sembra interessante oggi è capire l’origine di questo nuovo interesse per un testo di ottanta anni fa, una eternità col metro della società di oggi e dei social. 

Il motivo più ovvio è certamente la guerra. L’articolo 11 della Costituzione è chiarissimo, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Quello che rimane nella mente dell’articolo 11 è la parola “ripudia”, che significa “respingere con forza, rinnegare o disconoscere”. Indica un rifiuto definitivo e formale, non ci si gira attorno. Un concetto distante anni luce dal politichese di :”Non condivido, né condanno”.  La generazione Z è la prima da ottanta anni ad aver davvero “visto” una guerra in casa propria, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, e poi un’altra alle porte di casa, la distruzione di Gaza e lo sterminio della sua popolazione, e poi un’altra ancora con l’attacco all’Iran. E queste guerre non sono state solamente raccontate sui giornali o nei telegiornali, contenuti alla fine limitati nello spazio e nel tempo. No, hanno invaso i social, hanno occupato tutti i possibili spazi e  sono stati presenti per la totalità del tempo nella rete, hanno rappresentato un “vissuto” per i ragazzi della rete. Ed hanno prodotto un rigetto per la guerra, e la scoperta che nostra Costituzione era d’accordo con loro. Le generazioni precedenti, inclusa la mia, quella dei boomers, erano purtroppo state testimoni di altre guerre, altri massacri, alle porte di casa, le guerre nella ex-Yugoslavia e quella tra Serbia e Bosnia a metà degli anni 90. La differenza è che queste guerre non avevano tracimato nello spazio e nel tempo. Per la maggior parte di noi italiani erano rimaste confinate nei titoli dei giornali o nelle trasmissioni televisive. La capacità di moltiplicazione esponenziale delle notizie senza filtri, la possibilità di contro-narrazioni, verifiche, e soprattutto la capacità di aggregazione e mobilitazione della rete e dei social non erano ancora tra noi negli anni 90. I social moltiplicano esponenzialmente sia i rischi sia le opportunità. 

Un altro motivo della riscoperta della Costituzione è forse la sua chiarezza. Una volta che le ragazze e i ragazzi si sono avvicinati alla Costituzione che “ripudia” la guerra, si sono incuriositi, e hanno scoperto che una simile chiarezza è presente anche negli altri articoli. La Costituzione nasce da una visione. Il primo articolo la presenta subito: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo significa che siamo noi lavoratori a “fondare” la Repubblica, che non ci sarebbe se non esistessero i lavoratori. Lo Stato è il risultato, il valore aggiunto, generato dal lavoro di tutti. La Costituzione quindi nasce dal riconoscere l’importanza fondamentale della condivisione, che genera valore oltre la somma dei costituenti.  Poi ci sono i principi fondamentali, come la promozione della pace già ricordata o quello dell’uguaglianza di sostanza e di forma. Poi ci sono i metodi per raggiungere questi principi, ovvero l’ordinamento della Repubblica, come ci organizziamo per realizzare i principi. Che differenza tra la Costituzione, la maggior parte delle più di 70.000 leggi delle Stato: una persona normale che legge un atto normativo italiano non capisce di cosa si sta parlando, non capisce i principi alla base dell’atto e non capisce i metodi per raggiungere questi principi. Per non parlare dei discorsi dei politici.

La società italiana e il lavoro oggi sono radicalmente diversi da quelli di ottanta anni fa, ma il concetto che il lavoro sia al centro della società, e che sia uno strumento, anzi lo strumento di dignità, rimane il nostro punto di riferimento. La società  italiana e il lavoro negli anni 50 erano probabilmente più semplici. Al vertice c’erano (e ci sono) le elite, cioè la classe in grado di influenzare le scelte politiche di qualsiasi governo, soprattutto grazie ai soldi.  Sotto avevamo la classe media, soprattutto impiegati statali e i professionisti. Ancora sotto il proletariato, cioè i lavoratori manuali, operai, contadini, piccoli artigiani. I partiti politici avevano classi di riferimento chiare, la classe di riferimento del Partito Comunista Italiano era il proletariato, soprattutto gli operai, la classe di riferimento della Democrazia Cristiana erano gli impiegati, i professionisti, parte del proletariato come i contadini. Operai, contadini, artigiani, professionisti erano i “lavoratori” che nella Costituzione fondano la Repubblica. 

Oggi società e lavoro sono enormemente più complessi. Al di sotto delle elite, la classe media ha perso peso e potere, e accanto a lei è emerso il gruppo dei tecnoprofessionisti, cioè persone che dotate di competenze tecniche spendibili sul mercato ne ricavano alti guadagni. Il tip of the iceberg dei tecnoprofessionisti, è diventato elite, e sta soppiantando le elite tradizionali. La vecchia classe operaia è in declino costante da almeno 3 decenni, mentre al di sotto è esploso esponenzialmente il precariato. Il precariato oggi include tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto). 

Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale, il precariato è stato per questo definito una classe sociale “in divenire”. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Nondimeno, i precari sono lavoratori, il loro lavoro deve rimanere uno strumento di dignità, e come lavoratori devono partecipare alla costruzione delle fondamenta della la Repubblica Italiana.  Attualizzare e rendere viva la Costituzione significa riconoscere i cambiamenti sociali, e modificare i metodi per realizzarne i principi fondamentali. I sistemi di welfare nati negli anni sessanta e settanta per tutelare i lavoratori che a quell’epoca erano per lo più operai, contadini, impiegati, tutti con un impiego fisso, non possono funzionare oggi, quando tra il 15 e il 30% della società italiana è composta da precari.

 L’altra grande differenza tra gli anni cinquanta e sessanta e il presente è rappresentata dalla diseguaglianza economica. Il grafico sotto mostra il rapporto tra salario medio e prodotto interno lordo tra il 1900 e il 2024. 

Si vede come tra gli anni sessanta e settanta si è raggiunto un picco seguito da una decrescita del rapporto che si è arrestata all’inizio degli anni 2000. Negli ultimi 25 anni salari medi e PIL sono cresciuti entrambe poco e in maniera circa simile. Il grafico mostra come durante gli anni sessanta e settanta la ricchezza prodotta (l’aumento del PIL) è stata redistribuita tra grandi fette di popolazione, mentre dopo la ricchezza prodotta è stata redistribuita soprattutto tra le elite. 

Il grafico seguente mostra invece il rapporto tra il reddito medio dell1% più ricco della popolazione italiana sul reddito medio del 50% più povero. 

Si vede come negli anni cinquanta l’1% più ricco guadagnava circa 23 volte quanto guadagnava in media il 50% più povero. A causa delle politiche di redistribuzione della ricchezza in atto negli anni sessanta, figlie della visione Costituzionale, questo rapporto è sceso a meno di 10 volte negli anni settanta e primi anni ottanta, per risalire a 20-23 volte a partire dagli anni 2000. 

La prima ministra italiana Giorgia Meloni si definisce spesso “una figlia del popolo”. Ed è sostanzialmente vero. Come è vero che Meloni, piaccia o non piaccia, è riuscita a vedere ed interpretare i bisogni del popolo, o almeno del pezzo di società che è il riferimento del suo partito politico. Poi ovviamente non è riuscita a dare risposte concrete al popolo, e neanche al suo di popolo, perché un governo di destra fa’ sempre gli interessi delle elite e non quelli del popolo. Quello di cui abbiamo bisogno oggi non è di un’altra figlia o figlio del popolo, ma di una figlia o figlio della Costituzione, che riaffermando la visione originaria la attualizzi per renderla consistente con la struttura sociale odierna, e declini i nuovi strumenti per realizzarne i principi.  A questo fine, non bastano politiche di redistribuzione della ricchezza, ma servono anche politiche di redistribuzione delle sicurezze civili e di accesso per i precari e per le classi ancora inferiori dei disoccupati, disagiati, emarginati, ai diritti civili, sociali, economici e politici. Solo in questo modo potremo  consolidare la visione delle madri e dei padri costituenti e quindi onorare la Costituzione. Buon 25 aprile a tutte e tutti. 

Per una politica sociale solidale per l’innovazione in FVG

Nonostante il Friuli Venezia Giulia (FVG) sia una regione ad alto tasso di innovazione e con alta vocazione scientifica e tecnologica, solo una piccola minoranza di imprese è ad alta intensità tecnologica o di conoscenza. Circa la metà dei laureati in FVG ogni anno lascia la regione, e la dimensione del precariato è paragonabile alla media italiana, coinvolgendo fino a un quarto della popolazione. I cospicui investimenti regionali per sviluppo economico e competitività non hanno portato finora un incremento deciso delle aziende ad alta intensità tecnologica, incluse le start-up, e quindi ad aumentare l’occupazione nei ruoli tecnici e tecnologici (occupazione di alto profilo), che potrebbe essere soddisfatta dai giovani formati in FVG. E’ necessario un cambio di approccio, che da un lato sfrutti la specificità di FVG nel campo scientifico e tecnologico come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese e dall’altro aumenti la sicurezza sociale. Occupazione ad alte competenze tecniche e tecnologiche, è da un lato  quella più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, e dall’altro permette di partecipare alle nuove sfide della società, in particolare le transizioni digitale ed ecologica. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe: 1) rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per sviluppo economico aumentando la frazione destinata a ricerca e sviluppo e focalizzando gli interventi su limitate aree strategiche, settori prioritari che possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta; 2) favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica, quelle che nel mondo stanno raccogliendo la maggior parte degli investimenti privati, dotando la Regione di una Fondazione che includendo le  tre Università e i centri di ricerca presenti sul territorio riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. 


Ogni analisi politica deve partire da dati e osservazioni. Due osservazioni, correlate tra loro, sono particolarmente rilevanti per la discussione che segue. La prima è la crescita esponenziale del precariato sia in Italia che in FVG negli ultimi tre decenni. La seconda è l’emigrazione giovanile.

Nel 2024 78.000 giovani hanno lasciato l’Italia e circa 5000 giovani hanno lasciato l’FVG, una frazione maggiore rispetto alla  media italiana. Circa il 40% di questi giovani è laureata, percentuale che cresce fino al  50% –  60% in FVG. Il numero assume una valenza ancora più preoccupante se lo si confronta col numero totale di laureati ogni anno in FVG che è di circa 6500. Ogni anno circa la metà dei laureati lascia la Regione, una emigrazione che rappresenta una doppia sconfitta: la perdita di competenze di alto livello da un lato, e la perdita delle risorse investite nella loro formazione dall’altro. Il dato relativo ad FVG è inaspettato dato che è una regione a forte vocazione scientifica e tecnologica, vedi sotto. Uno dei motivi per i quali i giovani lasciano l’Italia e il FVG è quello di evitare di diventare precari.

Oggi il precariato non riguarda solo chi non ha un contratto a tempo indeterminato, ma tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia e tra il 10 e il 12% in FVG, e circa un quarto di questi sono contratti part-time involontari; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia e in FVG), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto). Le politiche neo liberiste che si sono affermate a partire dagli anni 80 hanno prodotto un aumento enorme della frazione di precari attraverso l’imposizione indiscriminata della flessibilità negli accordi di lavoro e l’uso simultaneo di altrettanta flessibilità nella gestione delle imprese tramite l’esternalizzazione e la dislocazione di posti di lavoro in paesi dove il costo del lavoro è più basso. Queste politiche hanno scaricato sulle categorie più deboli le crisi e le incertezze del mercato, facendo di conseguenza crescere irrefrenabilmente il rapporto PIL/salario medio, cioè ridistribuendo la ricchezza generata non a tutta la società ma solamente tra le élite, aumentando le disuguaglianze.  Questo ha generato un mutamento epocale della struttura della società, riducendo le classi degli impiegati e dei salariati, aumentando esponenzialmente il numero di precari. 

Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Però un partito veramente  “democratico” non può non considerare come suo riferimento anche questa parte crescente di società. Non farlo favorirebbe l’emergere di politiche populiste di sinistra, che come le politiche populiste di destra non mirano tanto alla soluzione dei problemi quanto ad ottenere consenso elettorale. È quindi necessario individuare e mettere in campo politiche per rendere sostenibile nel breve termine e poi superare  il precariato, contrastando così l’emigrazione giovanile , e quella dei giovani laureati in particolare. Si possono identificare due macro-aree di intervento:

  1. La redistribuzione della sicurezza. In questa area gli interventi possono includere:
    1. favorire il reperimento di alloggi a basso costo anche per chi non ha impiego stabile. Affitti vengono spesso negati in assenza di garanzie. Andrebbero istituiti o consolidati fondi stabili regionali e comunali di garanzia per l’affitto e per poter accedere a un mutuo prima casa. E’ possibile aumentare la disponibilità di alloggi in affitto a costi ragionevoli tramite tetti e incentivi agli affitti e riqualificazione di aree dismesse, soprattutto nelle città medio grandi come Udine e Trieste. Il tessuto urbano del FVG è caratterizzato da una miriade di piccoli paesi che nel corso degli anni si sono spopolati, lasciando grandi quantità di edifici e case non utilizzate. In questi paesi è possibile creare  alloggi a basso costo. Per poterli utilizzare è però necessario fornire servizi, quali trasporti efficienti (per raggiungere dai paesi i posti di lavoro); asili e accoglienza scolastica, estesa al pomeriggio, per non penalizzare le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. La ricostruzione del tessuto sociale nei piccoli borghi e paesi sarà poi utile a ricostruire la rete di protezione sociale delle famiglie e delle comunità, e anche a ridare vita a posti abbandonati e quindi degradati;
    2. favorire l’accesso alla sanità pubblica di chi non può permettersi quella privata. Attivare o consolidare la rete delle Case della Comunità e gli ambulatori locali, soprattutto nei paesi sprovvisti di ospedali. Incrementare la telemedicina e l’home care per i pazienti fragili e/o lontani dai centri di assistenza. 
  2. L’incentivazione di nuova occupazione, soprattutto nei ruoli tecnici e tecnologici. Il FVG è una regione ad alta vocazione scientifica e tecnologica. Il Regional Innovation Scorebord[1] colloca FVG al terzo posto in Italia per innovazione, dopo la Provincia Autonoma di Trento e L’Emilia Romagna, in calo rispetto al periodo 2018-2020. I punti di forza sono il numero di pubblicazioni scientifiche, incluse le pubblicazioni prodotte congiuntamente da entità pubbliche e private, l’introduzione di processi innovativi nelle PMI. Le aree di debolezza sono invece la poca spesa per ricerca e sviluppo nel settore privato, il tasso di occupazione nelle aziende più innovative, il basso export di prodotti ad alto tasso tecnologico.  L’area di Trieste è la prima in Italia per densità di ricercatori (37 ogni 1000 abitanti, contro la media italiana di 6 per 1000, e quella europea di 15 per 1000). Questa specificità di FVG può e deve essere sfruttata e utilizzata come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese che possa favorire nuova occupazione tecnica e tecnologica, quella che è la più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, con  lo spostamento della produzione industriale di beni a basso contenuto tecnologico in paesi dove il costo del lavoro è più basso. L’acquisizione di competenze qualificate è il requisito fondamentale per poter partecipare alle nuove sfide della società e del mercato globale, in particolare le transizioni digitale ed ecologica, e per programmare una crescita industriale sostenibile. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe:
    1. rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per ricerca e sviluppo. Nel 2024 FVG ha destinato circa 670 milioni di Euro per programmi di sviluppo economico e competitività di cui circa 378 milioni destinati a PMI e artigianato, circa 44 milioni per ricerca e sviluppo e circa 46 milioni per reti informatiche, telecomunicazioni e servizi. Della quota per programmi di sviluppo per PMI e artigianato circa un terzo è stata destinata a contributi a fondo perduto per nuovi insediamenti produttivi, ampliamenti e riconversioni, e finanziare un fondo regionale che eroga finanziamenti agevolati (FRIE); un terzo è destinata a programmi di sovvenzioni per parchi, consorzi e distretti tecnologici e interventi e interventi in settori specifici (ad esempio legno/arredo); e un terzo per una miriade di piccoli interventi (tra qualche decina di migliaia a pochi milioni di euro). Al confronto, solo circa 7,5 milioni di euro sono destinati al supporto alla ricerca e sviluppo nelle imprese o tramite contributi a fondo perduto o tramite credito d’imposta. Nonostante la forte vocazione scientifica e tecnologica verso l’innovazione di FVG e nonostante l’investimento di fondi cospicui per programmi di sviluppo economico, le imprese manifatturiere ad alta intensità tecnologica in FVG rappresentano solo circa l’1% del totale, e le imprese del settore servizi ad alta intensita’ di conoscenza rappresentano solo il 20% del totale[2]. L’efficacia delle misure per incentivare lo sviluppo economico potrebbe essere aumentata aumentando la frazione destinata a incentivare la ricerca e sviluppo rispetto a sovvenzioni per segmenti a basso contenuto tecnologico, e se le risorse fossero focalizzate su limitate aree strategiche di intervento, settori prioritari che ad esempio possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta;
    2. favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica. Negli ultimi anni il numero di start-up formate come spin-off da Università e centri di ricerca Europei e  che lavorano su temi ad alto tasso tecnologico (Deep Tech e Life Science) è cresciuto molto, raggiungendo nel 2025 il numero di circa 7300 per un valore complessivo di circa 400 miliardi di Euro, con un tasso di crescita di 500 nuovi spin-off l’anno. Circa 170.000 nuovi posti di lavoro altamente qualificati sono stati generati da questo movimento. Alla stessa maniera gli investimenti di Venture Capital (VC) si stanno rivolgendo principalmente a questo tipo di temi (nel 2025 Deep Tech ha assorbito il 60% degli investimenti di VC negli Stati Uniti e il 45% degli investimenti in Europa). L’Italia purtroppo è posizionata male in Europa per valore creato da spin-off Deep Tech e Life Science (solo 80 nuovi spin-off di questo tipo creati dal 2022 contro i 260 della Francia, i 250 del Regno Unito,  170 della Svizzera e  150 della Germania)[3].  In Italia, e in FVG, il numero di start-up è cresciuto tra il 2019 e il 2022 per poi decrescere. A fine 2024 il numero di start-up innovative in Italia e in FVG era simile a quello del 2019 (poco più di 12000 in Italia e tra 200-250 in FVG). Ovviamente il dato tiene conto dell’apertura di nuove start-up e della perdita dello stato di start-up di aziende che o sono fallite o sono divenute società normali a cinque anni dalla fondazione. La densità di start-up in FVG è di circa 170-200 per milione di abitanti, leggermente inferiore alla media nazionale. Le regioni con la densità maggiore sono Lombardia, Lazio e Provincia Autonoma di Trento, con densità tra 270 e 340, cioè con un numero di start-up per milione di abitanti tra il 50% e il 100% maggiore che in FVG. Per confronto la densità di start-up in Israele, la start-up Nation, è di 700-750 per milione di abitanti.  Esiste quindi in FVG un grande margine per crescere, sfruttando meglio il trasferimento tecnologico da Università ed enti di ricerca, che eccellono in FVG rispetto alla media nazionale ed europea come riportato sopra. In FVG esistono almeno 4 maggiori incubatori di start-up ed acceleratori di impresa (Area Science Park e BIC a Trieste, e i tecnopoli di Udine e Pordenone), oltre ad uffici dedicati nelle università e negli enti di ricerca. Queste realtà sono però poco coordinate, e agiscono su una vastissima gamma di temi. Il risultato è che non si riesce a fare sistema, cosa che da un lato impedisce di raggiungere una massa critica su temi strategici e prioritari per FVG e dall’altro non sfrutta al meglio forte densità di ricerca per aumentare la densità di start-up innovative. 

Una proposta per stimolare la crescita del numero di start-up è quella di dotare la Regione di una Fondazione che riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. Temi deep tech come intelligenza artificiale data fusion e data science, applicate non solo all’analisi post facto ma anche alla gestione autonoma di sistemi sulla terra e nello spazio; tecnologie quantistiche, incluso comunicazioni sicure e calcolo quantistico; sviluppo di nuovi materiali; e temi life science come nuovi farmaci e terapie basati su processi chimici o derivati da organismi viventi,  o scoperta di farmaci tramite IA. Questa Fondazione potrebbe includere le tre Università e gli altri centri di ricerca presenti sul territorio ed agire quindi su tre fondamentali canali:

i) formazione, attraverso corsi di dottorato di ricerca dedicati e attraverso corsi di management e di business innovation nei principali curricula nei dipartimenti STEM ;

ii) networking, attraverso la creazione di momenti di incontro tra Università enti di ricerca e imprese;

iii) incubatore di start-up che possano sfruttare al meglio trasferimento tecnologico dalle strutture di ricerca presenti sul territorio.


[1] https://projects.research-and-innovation.ec.europa.eu/en/statistics/performance-indicators/european-innovation-scoreboard/eis#/ris?highlightRegions=ITF1,ITF5,ITF6,ITF3,ITH5,ITH4,ITI4,ITC3,ITC4,ITI3,ITF2,ITC1,ITH1,ITH2,ITF4,ITG2,ITG1,ITI1,ITI2,ITC2,ITH3&year=2025

[2] statistiche Eurostat, OCSE, e documenti di programmazione regionale, Sustenaible Smart Specialization Strategy: https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/fondi-europei-fvg-internazionale/S3_FVG/allegati/17012023_allegato_1_Delibera_1841-2022.pdf

[3] https://dealroom.co/uploaded/2025/11/Dealroom-European-Spinouts-Report-2025.pdf?x94554

La scienza inutile

Prologo

Prologo versione integrale

1. Il dibattito classico: L’utilità della scienza inutile

1. Il dibattito classico: L’utilità della scienza inutile versione integrale

2. Il finanziamento della scienza (di base) e i trend storici

2. Il finanziamento della scienza (di base) e i trend storici versione integrale

3. Quanti sono e chi sono i ricercatori?

3. Quanti sono e chi sono i ricercatori? versione integrale

4. La produzione scientifica

4. La produzione scientifica versione integrale

5. Big science

5.Big science versione integrale

6. Spazio (4.0): ultima frontiera

6. Spazio (4.0): ultima frontiera versione integrale

7. Quale scienza è davvero utile?

7. Quale scienza è davvero utile? versione integrale

8. Ricerche che producono avanzamenti sostanziali verso ricerche incrementali

8. Ricerche che producono avanzamenti sostanziali verso ricerche incrementali versione integrale

Intermezzo: back to the future

9. Le forze propulsive per la ricerca

9. Le forze propulsive per la ricerca versione integrale

10. Una nuova forza propulsiva per la ricerca

10. Una nuova forza propulsiva per la ricerca versione integrale

11. Un esempio, il migliore, di scienza competition-driven: il sistema ERC

11. Un esempio, il migliore, di scienza competition-driven: il sistema ERC versione integrale

12. La tempesta perfetta

HERMES Pathfinder in orbita!

La costellazione di sei cubesat 3U HERMES Pathfinder è stata finalmente lanciata dalla California a bordo della missione Transporter 13 di SpaceX la mattina di sabato 15 marzo 2025 (ora italiana). I sei cubesat sono a bordo dell’Orbital Transfer Vehicle di D-Orbit ION, che è stato rilasciato dal secondo stadio del lanciatore circa un’ora dopo il lancio. La foto sotto mostra il momento del distacco di ION. 

I sei satelliti verranno rilasciati nello spazio a partire del 24 marzo, uno al giorno. Questa è decisamente la fase che più  fa venire i brividi. Una volta rilasciati i satelliti si devono accendere, aprire l’antenna UHF, aprire i pannelli solari per caricare le batterie, correggere il tumbling se c’è, e cominciare a trasmettere un segnale a terra, che include dati sullo stato di salute dei sistemi di bordo. Nella foto sotto i sei satelliti in differenti stati di integrazione, due con i pannelli solari aperti.

Il cartoon mostra quello che dovrebbe succedere con i satelliti in orbita con i pannelli aperti e le antenne UHF dispiegate. 

Da terra, noi dobbiamo ricevere il segnale e lavorare per stabilire comunicazioni stabili con i satelliti. Il tutto complicato dal fatto che ogni satellite passa sopra una delle due stazioni di terra dedicate ad HERMES-PF (una a Spino D’adda in Lombardia e una a Katherine nei nord dell’Australia) per appena 6 minuti un paio di volte al giorno. 

Sei anni di lavoro condensati in sei minuti. Se va bene ci sarà gloria per tutti e ci sarà da lavorare per i prossimi mesi e anni. Se va male, abbiamo buttato sei anni di lavoro e diversi milioni di Euro. 

Sembra una scommessa. E in effetti HERMES Pathfinder è una scommessa (o come si dice tecnicamente, una “in orbit demonstration”). Anzi, due scommesse.

La prima scommessa è che quella di riuscire a produrre scienza di frontiera con una architettura di missione spaziale completamente differente da quelle standard. Invece di grandi, costosi, monolitici satelliti scientifici, una costellazione di piccoli, agili, poco costosi satellitini. Dove “grandi” satelliti significa ordine di grandezza della tonnellata e costo da qualche centinaio di milioni di Euro al miliardo di Euro. “Piccoli” significa grandezza che va da quella di una scatola di bottiglia di champagne (come nel caso dei 3U di HERMES Pathfinder), a quella di una cassa di vino, con costi della/e decina/e di milioni di Euro.  

La seconda scommessa è quella di riuscire a costruire una missione affidabile senza ricorrere a costosi “prime contractor” industriali. Gli strumenti di HERMES Pathfinder sono stati ideati, disegnati, costruiti e testati nei laboratori di INAF e di Fondazione Bruno Kessler, una prima volta per INAF. I satelliti sono stati integrati nei laboratori di Politecnico di Milano. Agli strumenti, ai satelliti, al segmento di terra, al software di bordo e di analisi dati hanno lavorato scienziati, ingegneri, tecnici e studenti di istituti scientifici  e Università.

Anche per questo motivo, per quanto i satelliti siano piccoli, HERMES Pathfinder è un progetto grande e complesso. Ci hanno creduto, lavorato senza orari e senza feste comandate, litigato, pianto, gioito, dormito sempre poco, un centinaio e più di amici e amiche in 24 tra istituti, università e piccole e medie imprese sparse in Italia e nel mondo. Un abbraccio a tutte/i voi di:

  • INAF (Roma, Bologna, Milano, Palermo, Trieste)
  • Politecnico di Milano
  • Fondazione Bruno Kessler
  • Università di Udine
  • INFN (Trieste)
  • Università di Pavia
  • Università di Cagliari
  • Università di Palermo
  • ASI (SSDC)
  • Eberhard Karls Universität Tübingen
  • IHEP-CAS
  • Altec
  • D-Orbit
  • University of Melbourne
  • University of Tasmania
  • Fondazione Politecnico di Milano
  • Skylabs
  • Masaryk University
  • Eötvös loránd University
  • University of Nova Goriza
  • Konkoly Observatory
  • C3S
  • AAlta-lab
  • DEIMOS

E’ un piacere ringraziare i finanziatori, senza i quali questo progetto (o questa scommessa, o questa visione) sarebbe stato impossibile. L’Agenzia Spaziale Italiana, il Ministero dell’Università e della Ricerca, la Commissione Europea.

Ed ora, prepariamoci allo “scary moment” della prossima settimana! Se sopravviviamo appuntamento al prossimo post.

11. Un esempio, il migliore, di scienza competition-driven: il sistema ERC

L’European Research Council (ERC) è stato fondato nel 2007 con lo scopo di finanziare ricerca di punta in Europa, in particolare ricerca ad alto rischio ma potenzialmente ad altissimo ritorno (high-risk/high-gain). Ricercatori di tutte le discipline possono applicare al programma per intraprendere ricerche alla frontiera della conoscenza, con il solo vincolo di dover lavorare in uno dei paesi dell’Unione Europea o in paesi associati. I ricercatori possono competere per quattro livelli, Starting, Consolidator e Advanced grant, in funzione della loro anzianità, e Synergy dove sono finanziate ricerche interdisciplinari presentate da due o tre Principal Investigator (PI). I progetti sono selezionati da commissioni di pari (peer review panels) sulla base dell’eccellenza del progetto e del PI che lo ha presentato. I progetti di ciascun livello sono divisi in 25 peer review panels, che fanno parte di tre macro-aree: Scienze della Vita, Scienze Fisiche e Ingegneria, Scienze sociali e umane. Dulcis in fundo, il livello di risorse messo a disposizione è altissimo, 13.1 miliardi di Euro per il periodo 2014-2020, che saliranno a circa 16 miliardi di Euro nel periodo 2021-2027.

Sulla base dei tre indicatori citati sopra l’ERC è probabilmente il modello di competition-driven science migliore al mondo. Se vogliamo avere un’idea dell’impatto della scienza competition-driven, è quindi naturale chiedersi se gli alti scopi che sono alla base della costituzione dell’ERC siano stati poi effettivamente raggiunti, o comunque quale sia l’impatto sui paesi Europei di un investimento così cospicuo su ricerca di base. 

Il sistema ERC stesso nel corso degli anni si è posto il problema di verificare quali siano i risultati del programma, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo, usando lo stesso approccio. Nel 2015 ERC pubblica il report, Comparative scientometric assessment of the results of ERC funded project[1], nel quale cerca di rispondere, in maniera quantitativa, a tre questioni fondamentali:

  1. Il sistema ERC basato sulla peer review è davvero in grado di selezionare i migliori candidati tra quelli che hanno sottomesso una proposta?
  2. I fondi investiti dall’ERC sui candidati vincenti hanno aiutato a migliorare la produzione scientifica e l’impatto dei ricercatori vincenti?
  3. Il sistema ERC funziona meglio o peggio di altri sistemi di finanziamento di ricercatori europei o statunitensi?

La prima domanda viene affrontata confrontando la produzione scientifica dei vincitori di un ERC con quella di chi ha presentato domanda ma non è stato selezionato. I ricercatori non selezionati sono divisi in due gruppi, quelli che hanno avuto accesso al secondo livello di selezione, e quelli che sono stati respinti direttamente al primo livello. Analizzando i risultati degli anni dal 2007 al 2011 inclusi il risultato è che in media i vincitori di un ERC hanno una migliore produttività sia di chi è stato ammesso al secondo livello di selezione ma non finanziato, sia di chi è stato escluso direttamente al primo livello. Questo però non è vero per tutte e 25 le aree di ricerca in cui è diviso il programma ERC. Per sette aree di ricerca i ricercatori con la migliore produttività sono quelli esclusi al secondo livello e per una area addirittura quelli esclusi al primo livello (scienze sociali e umani, quinta area). Non posso non notare che l’area di ricerca che mi riguarda (Astronomia e Astrofisica, PE9) è tra quelle per le quali i ricercatori con la migliore produttività non sono i vincitori ma quelli esclusi al secondo livello di selezione.  

La seconda domanda viene affrontata valutando la produzione scientifica dei vincitori di un ERC prima e dopo la vincita. Mentre il numero di lavori pubblicati dopo la vincita di un ERC grant è sempre maggiore di quelli pubblicati prima, l’impatto dei lavori pubblicati dopo la vincita non è significativamente maggiore dell’impatto dei lavori pubblicati prima. La conclusione che onestamente gli autori dello studio raggiungono e scrivono nelle conclusioni è che “… i dati bibliometrici non forniscono evidenza di un impatto significativo del finanziamento ERC sulla produzione scientifica dei vincitori sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo”.

La terza domanda viene affrontata confrontando la produzione scientifica dei vincitori di un ERC con quella dei vincitori di grant da parte di altre agenzie ed enti di finanziamento europei e statunitensi. Il risultato è che la produttività dei vincitori di ERC nella macro-area Scienze Fisiche e Ingegneria è migliore di quella dei vincitori di grant della National Science Foundation (NSF) statunitense, mentre per la macro-area Scienze della vita la produttività dei vincitori di ERC è simile a quella dei vincitori di grant del National Institute of Health (NIH) statunitense, e minore di quelli dell’Howard Hughes Medical Institute.

Nel 2018 l’ERC ha pubblicato il rapporto Qualitative evaluation of completed projects funded by the ERC[2]dove si analizzano i risultati di 155 progetti ERC completati, e si vuole valutare se questi progetti hanno raggiunto lo scopo di produrre scienza di alto livello. Ai valutatori è stato chiesto di raggruppare i progetti in quattro categorie: 1) scientific breakthrough; 2) avanzamento molto significativo; 3) contributo incrementale; 4) nessun contributo apprezzabile. Il risultato globale è stato che il 25% dei progetti è stato valutato nel grado migliore, il 48 % nel secondo grado, e il 26% nel terzo grado (il rimanente 1% non ha prodotto risultati apprezzabili).  

E’ necessario sottolineare e commentare i risultati oggettivi del primo report. Per farlo, è utile contestualizzare il discorso e arricchirlo di qualche altro dato, sempre fornito da ERC stesso. Durante il ciclo Horizon 2020 (2014-2020) sono stati assegnati 7567 grants (mancano al totale solo gli advanced grants 2020, la ragione sarà chiara nel seguito). Di questi, 835 sono andati in Francia, 1208 in Germania, 1367 nel Regno Unito e 426 in Italia. Tradotto in Euro, significa che circa 1,4 miliardi di Euro sono andati in Francia, circa 2 miliardi sono andati in Germania, circa 2,3 miliardi di Euro sono andati in UK e solo 730 milioni di Euro sono venuti in Italia. Il differenziale con la Francia o la Germania, tra 700 milioni di Euro e un miliardo di Euro corrisponde piu’ o meno a tutti i fondi investiti in Italia da MIUR prima e dal MUR poi nei progetti PRIN. O circa 100-130 milioni di Euro l’anno, ovvero tra il 6% e il 10% del Fondo di Funzionamento Ordinario di tutti gli enti di ricerca in Italia. Per non rischiare di parlare di cose che conosco poco mi limiterò a discutere solamente dati relativi alla macro-area di Scienze Fisiche e Ingegneria (PE) o alla sottosezione di Astronomia e Astrofisica (PE9). Dal 2007 al 20197 inclusi sono stati assegnati in PE un totale di 4418 grants, 2079 starting, 1003 consolidator, 1336 Advanced. Per PE9 i numeri sono 340 grants in totale, 139, starting, 92 Consolidator, 109 advanced. La tabella che segue riporta la divisione dei grant per nazione.

 ItaliaFranciaGermaniaUKOlandaSpagnaTot
Proposte PE nel paese46384338493164951844322638818
Vincitori PE nel paese2616436037963342524418
% vincitori PE/ proposte5.614.812.212.27.67.811.4%
% vincitori  PE nel paese 5.914.613.618.07.55.7 
Proposte PE9 nel paese2963753847821612002957
Vincitori PE9 nel paese215844873412340
% vincitori PE9 / proposte7.115.411.411.121.16.011.5%
% vincitori PE9 nel paese6.217.112.925.610.03.5 

La prima costatazione che si può fare è molto ovvia. Il sistema ERC è davvero un sistema competitivo! In media solo 1 proposta su 9 riesce ad arrivare al finanziamento.

L’Italia è riuscita ad accaparrarsi solo il 5.9 % dei grant distribuiti in PE (6.2% in PE9), una frazione esattamente la metà della media, e circa 2-3 volte minore di quella di Francia, Germania e UK. Il numero totale di proposte sottomesse è stato però simile a quello di Francia e Germania, e solo poco minore a quello delle proposte UK. Il che è di per se una cosa rimarchevole, dato il minor numero totale di ricercatori in Italia rispetto a queste nazioni, vedi Capitolo 3.

E veniamo agli Advanced Grant  2020. In questa tornata nella categoria PE, Physics & Engineering sono stati assegnati 93 grant (da circa 2Meuro l’uno, quindi un totale di circa 180 milioni di euro. Di questi 93 Grant 18 sono andati in Germania, 14 in Francia e 17 nel Regno Unito). E in Italia? L’Italia non c’e’. ZERO grant italiani. Cioe’ mentre nei paesi citati sono confluite cifre dell’ordine di 20-30 milioni di euro per paese solo nel 2020 e solo per questo programma, in Italia non è arrivato neanche un centesimo. Possibile?

In fisica in generale, e anche in astrofisica e fisica dello spazio, l’impatto e la rilevanza della comunità italiana, misurato come articoli e citazioni su riviste con referee, è simile a quello dei ricercatori Francesi, e poco minore di quello dei ricercatori Tedeschi e del Regno Unito, certamente non di fattori 2-3. E’ necessario quindi spiegare in un altro modo la apparente minore capacità italiana di accedere ai finanziamenti ERC rispetto ai colleghi Francesi, Tedeschi e del Regno Unito. Ci sono almeno tre aspetti che vanno considerati a questo riguardo. 

Il primo è che i numeri in tabella si riferiscono ai vincitori che eleggono come loro sede di ricerca una data nazione. E Il numero di vincitori italiani che elegge come sede di lavoro un istituto o università straniero è maggiore del numero di vincitori stranieri che elegge come sede un istituto o una università italiana. Ad esempio, nella lista Advanced Grant 2020 ci sono 6 italiani, che però hanno scelto una università o un istituto fuori dall’Italia per svolgere le loro ricerche. Questo fattore incide per circa il 20-50%, e quindi non spiega completamente differenze del 200-300%.

Il secondo elemento da considerare è la composizione delle commissioni di valutazione. Per fare un esempio, tra il 2008 e il 2019 ci sono state 12 commissioni di valutazione per il settore PE9 Avanced Grant per un numero complessivo di 145 “sedie”. Il numero complessivo di ricercatrici e ricercatori coinvolti è stato 57, e tra questi solo 3 sono italiani, che lavorano in Italia. Ma il dato più importante probabilmente è un altro. Il ricambio medio tra una commissione e la seguente è stato del 28%, cioè di circa 3 persone su una commissione di 11-12 membri.  In conclusione, tra poche e pochissime persone analizzano e giudicano le proposte, e queste persone sono state per lo più le stesse negli ultimi 12 anni (almeno per quello che riguarda gli advanced grant PE9). Un sistema che ricorda molto l’oligarchia. E in questo sistema evidentemente gli italiani non brillano particolarmente per capacità di vincere grant. 

Quale che sia la ragione per cui i ricercatori italiani riescono a portare nei nostri istituti finanziamenti 2-3 volte minori dei colleghi di questi paesi quando sottomettiamo un numero analogo di proposte e quando l’impatto scientifico dei nostri lavori e sostanzialmente simile a quello dei nostri colleghi europei, mi sembra evidente che sia assolutamente necessario lavorare per ridurre ed eliminare questa penalità, che è utile ripetere si aggira tra le molte centinaia di milioni di euro e il miliardo di euro in 7 anni e che si aggiunge beffardamente al fatto che in UK, Francia e Germania il finanziamento nazionale per la ricerca è maggiore di quello italiano. Il problema è probabilmente di sistema, sia della nostra limitata capacità di far attivamente parte dell’oligarchia di cui sopra, sia della mancanza di supporto attivo ed efficace ai ricercatori che scrivono proposte (un supporto che specie nel Regno Unito è fortissimo, ed è forte anche in Francia e Germania). Investire di più e meglio per aumentare quantità e qualità del supporto alle proposte italiane sarebbe una strategia win-win sia per il Ministero dell’Università e della Ricerca, sia da parte delle Università e degli enti di ricerca, perché’ moltiplicando le entrate esterne potrebbero meglio e più efficientemente investire i limitati fondi interni (come avviene nel Regno Unito, vedi capitolo 2). 

Che l’Italia paghi una grossa penalità (100-130 milioni di euro l’anno) nel contesto dei finanziamenti ERC è un fatto facilmente  accertabile, basta guardare i numeri. Perché’ il MUR, le Università e gli enti di ricerca non intervengano con politiche efficaci per invertire la tendenza è molto più difficile da capire, non si possono usare semplicemente i numeri. Voglio lo stesso azzardare un paio di possibilità. Per quello che riguarda il MIUR prima e il MUR oggi è un fatto che i ministri che si sono succeduti negli ultimi 15 anni per vari motivi sono riusciti a rimanere nella posizione solo per poco tempo, uno o due anni. Mettere in pratica una politica nazionale efficace di supporto ai ricercatori richiede probabilmente molto più tempo. Purtroppo l’Università e la ricerca in Italia sono cenerentole del gran ballo della politica, e i problemi esposti in questo capitolo sono solo una parte di quelli che affliggono ogni neo ministro o ministra all’insediamento. Circa gli enti di ricerca non voglio parlare di quelli che non conosco direttamente e quindi posso esprimere un parere solo sull’INAF nel quale lavoro. Il supporto nella preparazione delle proposte è solo amministrativo, molto lontano come quantità e qualità da quello che succede negli istituti e nelle Università europee. Investire per creare un supporto adeguato è ovviamente possibile ma non è mai stato fatto con convinzione. Ma c’è di peggio. Quello che normalmente succede nel mio istituto e le future vincitrici e vincitori che lo indicano come  istituto di riferimento in fase di proposta, poi una volta portato a casa il grant sistematicamente migrano verso una Università. Il motivo è banale, ed è la molto migliore possibilità di carriera nelle Università. E’ sicuramente vero che questo è un problema comune anche agli altri enti di ricerca italiani, ma pure vero che nel mio istituto non si è fatto sistematicamente nulla negli anni per attrarre i vincitori di ERC, non è semplice ma possibile, la realtà è che questa non è mai stata una priorità.

In tutti i casi, a prescindere dalla capacità o incapacità italica, volontà o disinteresse nostrano ad attrarre finanziamenti ERC, un maggiore ricambio delle commissioni valutatrici non può che essere utile, e quindi auspicabile, anche per garantire che temi di ricerca nuovi non vengano penalizzati da panel conservatori, e quindi che il sistema ERC davvero riesca a finanziare per lo più progetti high-risk/high-gain.


[1] https://erc.europa.eu/sites/default/files/document/file/ERC_Bibliometrics_report.pdf

[2] https://erc.europa.eu/content/qualitative-evaluation-completed-projects-funded-european-research-council-2018

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Prossima pubblicazione: 12. La tempesta perfetta: esiste una crisi del modello occidentale per la ricerca di base?

10. Una nuova forza propulsiva per la ricerca

Gli esempi discussi nei due capitoli precedenti fanno parte della scienza guidata da immaginazione, curiosità, e ambizione di conoscenza. Entrambe sono partiti dall’ambizione di risolvere un problema scientifico cruciale, e hanno immaginato e perseguito un percorso, magari anche lungo e complicato, per raggiungere lo scopo. Accanto alle tradizionali forze propulsive per la ricerca da qualche decennio una nuova forza sta emergendo con prepotentemente: la competizione.

I ricercatori oggi competono per i dati, competono per i fondi, competono per ottenere una posizione nelle Università o negli Istituti di Ricerca e nelle aziende private, competono per migliorare questa posizione. La loro stessa semplice attività è determinata dalla vittoria o meno nella competizione.

I motivi dell’affermarsi della competizione nella ricerca sono molti, non ultimo il fatto che mentre il numero di ricercatori cresce molto, le risorse a loro disposizione crescono meno (almeno in Europa, come abbiamo discusso nel capitolo quarto). Per di più la maggior parte delle risorse sono assorbite dai Grandi Progetti, e quindi quando si calcola il costo medio di un ricercatore, questo non rappresenta il volume di finanziamenti di cui ogni ricercatore dispone. Questo volume è molto minore, una volta eliminata dalla media il costo enorme dei Grandi Progetti. In ogni ecosistema di questo tipo dove aumenta il numero degli individui e diminuiscono le risorse per individuo, si genera una lotta Darwiniana per la sopravvivenza, solo la specie più adatta viene selezionata e sopravvive. Ma il ricercatore più adatto a questo sistema, è anche quello che produce i risultati più importanti? In altre parole, siamo sicuri che il modello competition-driven sia davvero quello migliore per fare scienza utile?

Il ricercatore che sopravvive meglio nel sistema competition-driven è quello che in media pubblica un numero maggiore di articoli, e che riesce ad attrarre il numero maggiore di citazioni. Questo succede quando un ricercatore lavora su problemi facili, oppure in un grande progetto o in un settore alla moda, nel cosi detto mainstream, che attira l’attenzione di una platea il più grande possibile.

La necessità di competere per fondi e per carriera, produce quindi la necessità di pubblicare freneticamente, privilegiando i problemi semplici e alla moda, che sono più facilmente quelli incrementali nel diagramma di Kalbach presentato nell’ottavo capitolo. Questo significa che vengono sistematicamente tralasciati o comunque poco investigati i problemi più complessi e quindi rischiosi, dal punto di vista della sopravvivenza nell’ecosistema ricerca. I problemi che richiedono troppi anni di lavoro, e quelli lontani dalla moda. Non riesco qui ad evitare di citare Gianni Rodari:

È difficile fare le cose difficili

parlare al sordo,

mostrare la rosa al cieco.

Bambini, imparate a fare le cose difficili:

dare la mano al cieco,

cantare al sordo,

liberare gli schiavi che si credono liberi.

Ecco, gli scienziati dovrebbero fare come i bambini, imparare sempre a fare le cose difficili! E invece il modello di ricerca competition-driven li invoglia a fare le cose meno rischiose e più semplici. Il risultato netto è che la ricerca sta diventando sempre meno un risky bussiness. Un detto popolare recita: sbagliando si impara, concetto talmente semplice e naturale che viene ripreso persino dal Maestro Yoda quando recita: The greatest teacher failure is[1]. E invece i ricercatori si possono permettere di sbagliare pochissimo o niente, e quindi di imparare corrispondentemente poco. Un Grande Progetto è fondamentale che non fallisca, è costato enormemente, sia in termini di fondi che di risorse umane. Un fallimento metterebbe a rischio l’intero settore di ricerca collegato a quel progetto. Dall’altro lato, neanche una semplice ricerca, per quanto incrementale, di un semplice ricercatore è bene che non fallisca nel sistema competition-driven nel quale viviamo, perché’ genererebbe meno pubblicazioni meno citazioni e quindi meno possibilità di affermazione e meno fondi.

Competizione per fondi significa orientare il finanziamento verso progetti specifici, tipicamente di breve durata (tre, cinque anni). Questo implica poi finanziare posizioni precarie, della stessa durata, spesso pagate male, e sempre molto volatili, un concetto tanto semplice e chiaro che viene espresso in autorevoli pubblicazioni[2] e saggi[3].

Il premio Nobel Saul Perlmutter ha di recente affermato: “Non avrei potuto effettuare le mie ricerche che hanno portato al premio Nobel nell’attuale sistema di finanziamento della ricerca”. L’altro premio Nobel Kip Thorne aggiunge: “Oggi non sarebbe facile convincere il governo a finanziare un progetto come LIGO, la politica non vuole più rischiare grandi avventure scientifiche”.

Che la moda abbia un peso straordinariamente forte lo si vede molto bene in contesti dinamici come quello degli Stati Uniti. Negli anni 80’ e 90’ la stragrande maggioranza delle posizioni in fisica teorica nelle Università statunitensi è andato a teorici delle Stringhe; all’inizio degli anni 2000’ una grande frazione di posizioni osservative in astrofisica era legato ai Gamma Ray Burst. Dieci anni dopo la maggior parte delle posizioni in astrofisica era relativa a studi di pianeti extrasolari. Oggi la moda è cambiata ancora, e la frazione maggiore di posizioni negli Stati Uniti è associata all’astrofisica multi-messaggera di cui ho raccontato nel capitolo precedente. Seguire progetti alla moda garantisce pubblicazioni, citazioni, ma soprattutto garantisce il riconoscimento di chi quei progetti li ha inventati, gli scienziati più senior. E questo riconoscimento si può tradurre in un posto di lavoro e in finanziamenti, perché le commissioni di concorso e le commissioni di valutazione dei progetti sono sempre formate appunto dagli scienziati più senior (e spesso con scarso ricambio). Questo porta naturalmente a un meccanismo di auto-replica dell’esistente, che tende ad esclude il diverso, la persona creativa che voglia seguire semplicemente le proprie intuizioni, rischiare, e magari anche fallire. Se Einstein nel 1900 dovette andare a lavorare all’ufficio brevetti elvetico per seguire le sue intuizioni e la sua ispirazione, oggi non è detto che troverebbe lavoro nemmeno li (o che comunque riuscisse a pubblicare e a farsi leggere dal mainstream). Il premio Nobel per la medicina del 2016 Yoshinori Ōsumi sosteneva: “Non mi piace molto la competizione, e penso che l’essenza della scienza – ciò che la rende davvero così molto divertente — è proprio fare ciò che gli altri non stanno facendo, piuttosto che fare ciò attorno al quale tutti gli altri si stanno affollando e affannando. Un concetto simile a quello espresso dall’altro premi Nobel (per la fisica questa volta) Richard Feynmann, che sosteneva: la scienza è lo scetticismo organizzato nei confronti dell’opinione degli esperti. E questa mi sembra davvero la migliore definizione possibile di scienza.


[1] The last Jedi, 2017

[2] OECD Science & Innovation Outlook 2016

[3] Is American Science in Decline? (2012)

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Prossima pubblicazione: 11. Un esempio, il migliore, di scienza competition driven: il sistema ERC

9. Le forze propulsive per la ricerca

Nella storia le maggiori forze propulsive per la ricerca sono state l’immaginazione, la curiosità e l’ambizione di scoperta. Einstein sosteneva come l’immaginazione fosse addirittura più importante della conoscenza stessa. Feynman definiva la creatività scientifica come “immaginazione in una camicia di forza”. Ma la definizione forse piu’ bella del potere creativo dell’immaginazione viene da un non scienziato: Paul Mc Cartney. In una delle sue canzoni più belle e famose scrive: “but the fool on the hill sees the Sun going down, and the eyes in his head see the world spinning round”. E’ l’immaginazione, gli occhi nella testa dello sciocco (ma non tanto..) sulla collina, che riescono a tradurre una osservazione pure bellissima ma banale, il sole che tramonta, in un fatto sorprendente, il sole tramonta perché la Terra gira su se stessa. 

L’immaginazione si fonde con la curiosità nella famosa affermazione del Duca di Wellington: ho speso tutta la mia vita a cercare di indovinare cosa ci fosse dall’altra parte della collina. Di più: tutta l’arte della guerra è indovinare cosa ci sia dall’altra parte della collina. Wellington è stato un generale tanto famoso quanto bravo e fortunato, non certo uno scienziato. La sua era l’arte della guerra, non quella di sfogliare il libro della natura e dell’Universo. Nondimeno, la stessa affermazione di Wellington la si può usare anche a proposito della scienza: tutta l’arte della scienza è capire cosa c’è dall’altra parte della collina.

E infine l’ambizione, o meglio l’ambizione di conoscenza, la forza che ci porta a voler capire come funziona la Natura. James Cook è probabilmente quello che ha descritto meglio il concetto. Durante l’esplorazione dell’Antartide scriveva nei suoi diari: “L’ambizione mi porta non solo più lontano di quanto sia stato raggiunto da altri uomini prima di me, ma tanto lontano quanto io penso sia possibile per un uomo andare”.  Non vi suona familiare? Non e’ un caso che la frase di Cook sia stata ripresa poi negli anni 60’ come incipit di una famosa serie di fantascienza, Star Trek.

Tutte le ricerche e le scoperte presentate nei capitoli precedenti sono state stimolate dall’immaginazione, dalla curiosità e dall’ambizione. Non è un caso che l’ESA, l’agenzia spaziale Europea, che ha immaginato prima e realizzato poi Rosetta, per celebrare la missione abbia realizzato un film che si intitola per l’appunto “Ambition”[1]. L’immaginazione la curiosità producono l’ideazione di un esperimento, o meglio un programma, guidati solamente dall’ambizione di risolvere un problema scientifico. Programmi così ideati possono ambire a diventare “moonshot”. Mi piace spiegare meglio questo punto cruciale raccontando due esempi illuminanti. Il primo è il percorso che ha ideato e poi seguito Riccardo Giacconi, e che lo ha portato alla scoperta del fondo cosmico in raggi X prima, e alla sua spiegazione poi. Scoperta che gli ha valso il premio Nobel per la Fisica nel 2006. Il secondo esempio è più recente, ed è culminato il 10 aprile 2019 nella divulgazione della prima istantanea dell’orizzonte degli eventi di un buco nero (super-massiccio in questo caso, qualcosa di simile al Gargantua di Interstellar). Le interessate e gli interessati possono trovare questi due racconti qui (versione completa del post)


[1] https://www.youtube.com/watch?v=H08tGjXNHO4


Prossima pubblicazione: 30 agosto 2020. 10. Una nuova forza propulsiva per la ricerca

Intermezzo: Back to the Future

Dicembre 2019. Dopo molto tentennare mi decido a pubblicare queste pagine su un sito web e a pubblicizzare il sito sui tanto deprecati social. Compro un abbonamento per un dominio e supporto word press, e costruisco il sito www.lascienzainutile.it. L’idea è pubblicare tutto il libro a puntate, un capitolo a settimana. Assieme a una versione corta, stile blog, e se mi riesce anche una versione video.

22 febbraio 2020. Pubblico il Capito 7, che profeticamente si intitola Quale scienza è d’avvero utile? Il giorno prima i media sono pieni del primo caso autoctono di Covid-19. Il maratoneta di Codogno. E qui entriamo nella macchina del tempo, neanche fossimo novelli Dr. Emmett Brown.

In uno, due, cinque, dieci giorni tutti (e quando dico tutti, intendo veramente TUTTI, un qualche miliardo di esseri umani, essere più essere meno), siamo trasportati in un universo parallelo. Ieri il mondo era il solito noioso, disordinato, ingiusto, rivoltante, fantastico, assurdo, comprensibile e incomprensibile mondo. Oggi il mondo è un’altra cosa. Che essendo altra, aliena, non posso quindi neanche azzardarmi a descriverla. Sarebbe come se un essere tridimensionale (tipo uno qualsiasi di noi, comuni mortali) cercasse di descrivere un oggetto quadridimensionale, o pentadimensionale. Anche il più semplice oggetto quadridimensionale sarebbe ultra-complicato da descrivere per noi comuni mortali in tre dimensioni. Così è il mondo oggi, dopo un velocissimo, si potrebbe dire istantaneo, viaggio con la più potente DeLorean che immaginazione abbia potuto concepire. Tutto quello che davamo per scontato, scolpito nella roccia, le tasse, la partita di basket di mio figlio alla quale assistere assieme ai genitori di altri scalmanati ragazzi, lo spogliatoio del nuoto sempre di mio figlio, le intemperanze del vicino guardone, il vucumpra’ che la domenica dopo pranzo si presenta immancabilmente a suonare alla porta, quando l’unico desiderio del comune mortale è quello di sprofondare su un letto o su un divano, per tentare di digerire lo sformato e la salciccia arrostita sul carbone, tutto svanisce in una nebiolina azzurrognola. Tutto svanito. La nuova realtà, il nuovo mondo non so appunto descriverlo, so solo che è diverso. Per semplicità e per evitare di usare le noiose perifrasi che ho appena usato, tipo nuova realtà, universo parallelo, mondo nuovo, lo chiamerò “Arturo”. Avrei potuto chiamarlo Priscilla, Genoveffa, Pincostrato, Ancomarzio, Cappellaiomatto. Però ho la sensazione che a differenza del viaggio di Alice il nostro sia un viaggio di sola andata. E poi Arturo mi suona meglio.

Pubblico l’8 marzo il Capitolo 8, che ancora più profeticamente è incentrato sul concetto di crescita esponenziale. Cerco di spiegare cosa significa una crescita esponenziale, cosa implica. Avevo scritto queste cose diversi mesi fa, e mai e poi mai avrei potuto pensare che questo concetto, la crescita esponenziale, sarebbe stato alla base del mondo di Arturo in cui siamo stati trasportati dalla DeLorean made in China. Ormai “esponenziale” è la parola più usata da qualche miliardo di umani. Se dovessi incontrare (metaforicamente parlando ovviamente, date le misure di contenimento sociale attive nel mondo di Arturo) il mio amico Dario, pescivendolo del paese, o il contadino Michele, da cui compro pasciuti conigli e polli ruspanti, sono sicuro che queste semplici persone potrebbero compitamente spiegarmi con esatta esattezza e dotta dottezza tutte le implicazioni della crescita esponenziale.

Decido di non scrivere e di non pubblicare più niente, almeno fino a quando la crisi non sia passata, e la DeLorean non ci abbia fatto tornare al 21 febbraio del mondo di prima. Anche perché la maggior parte delle cose che ho scritto, incluso le pagine che precedono e che seguono questo Intermezzo, le ho scritte viaggiando. In treno soprattutto, ma anche in aereo. E le ho immaginate, pensate le pagine, i concetti, mentre correvo. E non potendo più andarmene a correre per la campagna né tantomeno viaggiare nel mondo di Arturo, anche la vena creativa automaticamente si inaridisce. 

Mi ci vogliono addirittura due settimane per capire la stupidità del pensiero precedente. Il viaggio nel futuro nel mondo di Arturo non prevede un ritorno. È stato un salto più che un viaggio, è stata una transizione di fase. Un’altra transizione di fase è certamente possibile, addirittura inevitabile (come è stata inevitabile quella provocata dalla DeLorean made in China), ma la nuova transizione di fase ci sposterebbe in un altro mondo, diciamo nel mondo di Amelia. E la probabilità che il mondo di Amelia sia anche solo simile al vecchio noioso, disordinato, ingiusto, rivoltante, fantastico, assurdo, comprensibile e incomprensibile mondo di ieri è sostanzialmente zero. Chi ha letto o visto la Guida Galattica per Autostoppisti [1] sa di che parlo. Una volta che avete premuto il pulzantone rosso che attiva il motore a improbabilità infinita, dio solo sa in che cosa sarete trasformati o in che mondo trasportati. Quindi se non c’è ritorno le cose sono due, o appendo penna e pensieri al chiodo e faccio solo lo spettatore (la conferenza stampa di Borrelli alle 18 confligge con i telefilm del Tenente Colombo su TopCrime, quindi registro queste puntate e le passo a conferenza stampa finita. Eccetto quando dopo Borrelli parla Conte. Il tutto per arrivare a sentire Zero Calcare su Propaganda Live e concludere con loro serata e settimana). Oppure trovo un’altra maniera altri magic-moment per pensare e per scrivere. Mica facile. Dopo aver preso cinque kili in una settimana (l’altro mio pallino è quello della cucina, e questa per fortuna non è scomparsa nel mondo di Arturo), decido di rispolverare la vecchia Cyclette ellittica. Bisogna dire che l’idea me la ha data mio figlio ottenne. Il quale per guardare in pace i suoi video su youtube senza essere continuamente ripreso, ha poggiato l’ipad sull’ellittica e dice: vado a fare esercizio! Come negargli esercizio quando non può essere più portato a nuoto/basket/calcetto? Quindi ho provato a vedere se anche il surrogato mi fornisce un magic-moment per pensare. Alla terza seduta qualche barlume di idea si è affacciata nella mia mente. È stata una piacevole sorpresa, dopo un mese passato in stato catatonico nel mondo di Arturo.

Pensiero n. 1: Il viaggio nel mondo di Arturo è di sola andata, perché è una transizione di fase (e questo lo ho già detto, non voglio ripetermi).

Pensiero n. 2: La nuova normalità non sarà tanto normale se confrontata col mondo di ieri.

Pensiero n. 3: Durante la precedente transizione di fase una ottantina di anni fa, la differenza la fecero le intuizioni di alcuni scienziati, di alcuni imprenditori e di alcuni politici, come ho raccontato brevemente nei capitoli precedenti. Ad esempio la creazione dell’OSRD da parte di Franklin Delano Roosevelt, su suggerimento di Vannevar Bush, la creazione della National Science Foundation da parte di Harry Truman, sempre su suggerimento di Vannevar Bush, la creazione dell’ARPA, poi DARPA, e via dicendo, tutte strutture volte a massimizzare la creazione di innovazioni fondamentali. Le parole scritte da Bush nel 1945 sono quanto mai attuali: “I progressi nella guerra contro le malattie dipendono dal flusso di nuove conoscenze scientifiche”. È ovvio che la differenza nell’odierna transizione di fase la può fare la scoperta di una cura per il Covid-19 e/o un vaccino. Come si arriva a queste scoperte nel minor tempo possibile? Probabilmente queste sono vere e proprie missioni incredibili[2]. Terminavo giusto il capitolo 8 chiedendoci se l’organizzazione delle nostre Università e istituti di ricerca è tale da massimizzare le missioni incredibili. Facendo un po’ di spoileraggio alle conclusioni che avrei presentato nelle prossime settimane, il mio personale parere è che nella maggior parte dei casi l’organizzazione delle nostre Università e Istituti di ricerca non è quella ottimale per massimizzare la produzione di missioni incredibili.  E non sarà facile cambiare il DNA di quelle Università e Istituti di ricerca, che oggi non sembrano tanto favorire una risposta creativa/immediata/completa a un problema complicato. Quale è la situazione della Big Pharma non lo posso dire con precisione, non lavorando nel settore. Mi sembrano però ragionevoli i concetti presentati da Safi Bahcall, che invece lavora nel settore sanitario negli Stati Uniti, secondo il quale le organizzazioni più agili, piccole e motivate sono quelle meglio attrezzate per produrre missioni incredibili. È possibile seguire l’esempio di 80 anni fa? Creando ex-novo una organizzazione fatta apposta per risolvere in poco tempo e con grande efficienza problemi complicati? In quel caso il processo fu top-down. La decisione di un Presidente illuminato (FDR) che ha seguito il consiglio di scienziati illuminati, motivati e senza paura di mettere sul tavolo soluzioni forti, impopolari (i generali di ogni grado, genere e tipo non furono sulle prime entusiasti di vedere stra-finanziata ricerca per nuovi sistemi d’arma o di comunicazione o di intelligence da parte di pivelli civili). Il paragone con il mondo di Arturo (o con il mondo di ieri) mette paura. FDR verso The Donald. Accanto al quale si vede spesso il Dr. Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, che rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano dei marchiani errori di Trump durante le conferenze stampa afferma: “non posso saltare davanti al microfono e sbatterlo via, cerco invece di correggerlo per la prossima conferenza stampa”[3]. Il che può ancora andare bene nel mondo di ieri, ma nel mondo di Arturo dove tutto si muove con una velocità ipersonica, potrebbe non esserci una prossima conferenza stampa.

Pensiero n. 4: Può essere efficiente un processo dal basso, o almeno da un qualche lato, per produrre le missioni incredibili che ci servono subito? Le soluzioni potrebbero assomigliare a quelle discusse nel Capitolo 6: Spazio (4.0), l’ultima frontiera. Ovvero: imprenditori illuminati, start-up innovative e i cinesi.

Pensiero n. 5: Questa in realtà non è una nuova idea. Sono diversi anni che ci giro attorno e che ne parlo anche durante le mie conferenze. Il mondo di Arturo però rende il concetto talmente chiaro che non c’è bisogno di sprecare troppo pensare o troppe parole: i virus non conoscono le frontiere. Non conoscono quelle fra Stati, ma tanto meno quelle tra le regioni o città. La risposta a una “pan”demia per definizione non può essere locale, deve essere globale. Le politiche (sanitarie, economiche, sociali) da mettere in campo contro una “pan”demia per essere efficaci devono essere condivise globalmente, non hanno senso se portate avanti da qualcuno si mentre qualcun altro non le segue. Ci sono due livelli fondamentali nella ideazione e nella applicazione delle politiche (sanitarie, economiche, sociali): il livello governativo, che deve ideare, programmare e valutare le conseguenze di queste politiche (con il supporto fondamentale della scienza), e il livello delle comunità, le famiglie, gli ospedali, i paesi, le città, che queste politiche devono poi metterle in pratica. In mezzo, soprattutto in Germania, ma anche in Italia, c’è un livello burocratico la cui funzione nel mondo di Arturo non è che sia chiarissima. La risposta al Covid-19 può essere differente in Calabria piuttosto che in Lombardia? Il distanziamento sociale a Caltanissetta è diverso da quello di Bergamo? I ventilatori polmonari e le famigerate mascherine che servono a Venezia sono differenti da quelle che servono a Bari? O di Grenoble, o di Bruxelles, o di Budapest? Quale è il senso di una politica sanitaria lucana e di una friulana? Nel mondo di Arturo aumenta l’importanza del livello governativo, e soprattutto delle comunità. Diminuisce l’importanza del livello burocratico intermedio, quello delle Regioni. Il mondo di Arturo è allo stesso tempo più globale e più locale. Il che è bizzarro ma interessante. “Io” posso fare la differenza, se me ne sto a casa, non mi infetto e non infetto nessuno. Il mio sindaco, o il Direttore del mio ospedale può fare la differenza, non solo per quello che riguarda il mio paese o il mio ospedale, ma anche per quello che riguarda l’aspetto globale. Se ci si pensa un attimo la stessa cosa si applica ad altri pericoli e quindi altre sfide globali, come quella del degradamento del nostro ambiente e della transizione ecologica. Una connessione messa in evidenza anche dal direttore dell’ESA Jan Worner[4].

Pensiero n. 6: Se il mondo di Arturo è più globale del mondo di prima ne segue che acquistano più importanza anche le istituzioni più grandi. L’Unione Europea, per quello che concerne noi Italiani, o le Nazioni Unite. Nel mondo di Arturo una politica economica per l’emergenza, e poi durante la ricostruzione, non sembra possa essere efficace se attuata solamente in Italia, piuttosto che in Spagna o in Danimarca. Una politica economica diventa efficace se è condivisa dal mercato unico, cioè da tutta l’Unione Europea. Ma quale Unione Europea? L’Unione Europea del mondo di ieri aveva un bilancio di circa 1% del PIL Europeo. Le politiche economiche per l’emergenza e la ricostruzione dovranno mobilitare somme forse 10 volte maggiori. E immaginare politiche economiche efficaci e poi attuarle non sembra facile per un organismo burocratico come la UE del mondo di ieri (tre istituzioni, l’Europarlamento, il Consiglio Europeo e la Commissione Europea, spesso in conflitto/contraddizione uno con l’altra, più la Banca Centrale Europea che è una istituzione indipendente, e quindi non sotto il controllo politico di una delle tre istituzioni che formano l’UE). Una UE che sia in grado di ideare e poi applicare una politica economica globale è certamente una cosa da inventare nel mondo di Arturo. Una istituzione probabilmente vicina a quella immaginata da Gael Giraud[5]. Quella “Con”federazione, forse pure nei sogni dei padri fondatori dell’Europa, che sia capace di gestire in maniera efficiente i beni comuni Europei, il lavoro, l’ambiente e la moneta. E che come auspica Gael Giraud possa poi guidare laTransizione Ecologica.

Pensiero n. 7: Una delle particolarità più disturbanti del mondo di ieri era il costante aumento nel tempo delle disparità sociali, almeno nella parte occidentale di questo mondo. Nel Capitolo 2 avevo mostrato come neanche l’innovazione sembrava essere capace a favorire la riduzione delle ineguaglianze verticali, a mio parere uno dei motivi per i quali nel mondo di ieri la scienza non aveva decisamente una buona pubblicità. Nel mondo di Arturo c’è il rischio che le ineguaglianze, sia quelle verticali che quelle orizzontali aumentino ulteriormente, e che esplodano in una crescita anche questa esponenziale. Ma esiste anche l’opportunità per la scienza di favorire la riduzione di queste disparità. La scoperta di una cura e/o un vaccino per il Covid-19 tenterebbe chiaramente a ridurre le ineguaglianze sia verticali che orizzontali, a patto che poi queste cure siano disponibili per tutti. Basti pensare che il pericolo di vita per le persone anziane è almeno un ordine di grandezza maggiore che per i giovani e che le persone che sono maggiormente colpite accanto agli anziani, sono gli invisibili. I precari e tutta la enorme massa di persone che vive di lavoro nero. Diversi Paesi stanno mettendo in campo misure dedicate agli invisibili. Misure come ad esempio in Italia il reddito di emergenza. L’auspicio è quello che oltre a curare l’attuale emergenza, questo reddito sia utile anche per far emergere almeno una parte degli invisibili, facendoli partecipare pienamente ed apertamente allo sviluppo della società. Questo sarebbe uno straordinario successo, che sì contribuirebbe in maniera sostanziale a diminuire le ineguaglianze.

Pensiero n. 8: Al contrario di quello che succedeva nel mondo di ieri, nel mondo di Arturo la scienza è popolare. Il problema ora per noi scienziati è quello di non dilapidare questa attestazione di fiducia. Una responsabilità aggiuntiva.


[1] Douglas Adams, Guida Galattica per gli Autostoppisti. Mondadori

[2] Safi Bahcall, Idee folli, 2019 ROI Edizioni

[3] https://www.sciencemag.org/news/2020/03/i-m-going-keep-pushing-anthony-fauci-tries-make-white-house-listen-facts-pandemic

[4] https://spacenews.com/commentary-space-and-coronavirusany-connection/

[5] Gael Giraud, Transizione Ecologica, 2015, EMI