Nonostante il Friuli Venezia Giulia (FVG) sia una regione ad alto tasso di innovazione e con alta vocazione scientifica e tecnologica, solo una piccola minoranza di imprese è ad alta intensità tecnologica o di conoscenza. Circa la metà dei laureati in FVG ogni anno lascia la regione, e la dimensione del precariato è paragonabile alla media italiana, coinvolgendo fino a un quarto della popolazione. I cospicui investimenti regionali per sviluppo economico e competitività non hanno portato finora un incremento deciso delle aziende ad alta intensità tecnologica, incluse le start-up, e quindi ad aumentare l’occupazione nei ruoli tecnici e tecnologici (occupazione di alto profilo), che potrebbe essere soddisfatta dai giovani formati in FVG. E’ necessario un cambio di approccio, che da un lato sfrutti la specificità di FVG nel campo scientifico e tecnologico come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese e dall’altro aumenti la sicurezza sociale. Occupazione ad alte competenze tecniche e tecnologiche, è da un lato quella più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, e dall’altro permette di partecipare alle nuove sfide della società, in particolare le transizioni digitale ed ecologica. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe: 1) rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per sviluppo economico aumentando la frazione destinata a ricerca e sviluppo e focalizzando gli interventi su limitate aree strategiche, settori prioritari che possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta; 2) favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica, quelle che nel mondo stanno raccogliendo la maggior parte degli investimenti privati, dotando la Regione di una Fondazione che includendo le tre Università e i centri di ricerca presenti sul territorio riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia.
Ogni analisi politica deve partire da dati e osservazioni. Due osservazioni, correlate tra loro, sono particolarmente rilevanti per la discussione che segue. La prima è la crescita esponenziale del precariato sia in Italia che in FVG negli ultimi tre decenni. La seconda è l’emigrazione giovanile.
Nel 2024 78.000 giovani hanno lasciato l’Italia e circa 5000 giovani hanno lasciato l’FVG, una frazione maggiore rispetto alla media italiana. Circa il 40% di questi giovani è laureata, percentuale che cresce fino al 50% – 60% in FVG. Il numero assume una valenza ancora più preoccupante se lo si confronta col numero totale di laureati ogni anno in FVG che è di circa 6500. Ogni anno circa la metà dei laureati lascia la Regione, una emigrazione che rappresenta una doppia sconfitta: la perdita di competenze di alto livello da un lato, e la perdita delle risorse investite nella loro formazione dall’altro. Il dato relativo ad FVG è inaspettato dato che è una regione a forte vocazione scientifica e tecnologica, vedi sotto. Uno dei motivi per i quali i giovani lasciano l’Italia e il FVG è quello di evitare di diventare precari.
Oggi il precariato non riguarda solo chi non ha un contratto a tempo indeterminato, ma tutti coloro che vivono senza sicurezze: del posto di lavoro (i contratti a tempo determinato sono oggi circa il 15% del totale in Italia e tra il 10 e il 12% in FVG, e circa un quarto di questi sono contratti part-time involontari; a questi si deve aggiungere una buona frazione dei lavoratori autonomi, le cosiddette partite IVA, che rappresentano circa il 20% degli occupati in Italia e in FVG), sul posto di lavoro, del ruolo professionale (la sotto-occupazione o over-qualification è una forma insidiosa di precarietà, che riguarda tra il 20 e il 30% degli occupati, con picchi del 50% e oltre tra gli immigrati) e, soprattutto, senza sicurezze civili: abitazione adeguata, tutela sanitaria, possibilità di formare una famiglia. Inoltre, include chi è privo di diritti: civili, culturali (accesso a una buona istruzione), sociali (inclusa la rete di protezione familiare e della comunità), economici o politici (anche l’astensione volontaria dal voto rappresenta la rinuncia a un diritto). Le politiche neo liberiste che si sono affermate a partire dagli anni 80 hanno prodotto un aumento enorme della frazione di precari attraverso l’imposizione indiscriminata della flessibilità negli accordi di lavoro e l’uso simultaneo di altrettanta flessibilità nella gestione delle imprese tramite l’esternalizzazione e la dislocazione di posti di lavoro in paesi dove il costo del lavoro è più basso. Queste politiche hanno scaricato sulle categorie più deboli le crisi e le incertezze del mercato, facendo di conseguenza crescere irrefrenabilmente il rapporto PIL/salario medio, cioè ridistribuendo la ricchezza generata non a tutta la società ma solamente tra le élite, aumentando le disuguaglianze. Questo ha generato un mutamento epocale della struttura della società, riducendo le classi degli impiegati e dei salariati, aumentando esponenzialmente il numero di precari.
Quella dei precari però non è una vera classe sociale, perché ai precari manca una identità professionale. Per definizione essere precari significa non potersi identificare in modo stabile con il proprio lavoro. Precari sono lavoratori che hanno perso la loro occupazione stabile, giovani che non la trovano, immigrati, il popolo delle partite iva, cioè lavoratori utilizzati dalle aziende attraverso l’esternalizzazione, e anche chi non vuole un rapporto di lavoro a tempo indeterminato perché riesce a guadagnare di più cambiando frequentemente lavoro. Queste grandi diversità rendono difficile identificare nel “precariato” il riferimento sociale di un partito politico. Però un partito veramente “democratico” non può non considerare come suo riferimento anche questa parte crescente di società. Non farlo favorirebbe l’emergere di politiche populiste di sinistra, che come le politiche populiste di destra non mirano tanto alla soluzione dei problemi quanto ad ottenere consenso elettorale. È quindi necessario individuare e mettere in campo politiche per rendere sostenibile nel breve termine e poi superare il precariato, contrastando così l’emigrazione giovanile , e quella dei giovani laureati in particolare. Si possono identificare due macro-aree di intervento:
- La redistribuzione della sicurezza. In questa area gli interventi possono includere:
- favorire il reperimento di alloggi a basso costo anche per chi non ha impiego stabile. Affitti vengono spesso negati in assenza di garanzie. Andrebbero istituiti o consolidati fondi stabili regionali e comunali di garanzia per l’affitto e per poter accedere a un mutuo prima casa. E’ possibile aumentare la disponibilità di alloggi in affitto a costi ragionevoli tramite tetti e incentivi agli affitti e riqualificazione di aree dismesse, soprattutto nelle città medio grandi come Udine e Trieste. Il tessuto urbano del FVG è caratterizzato da una miriade di piccoli paesi che nel corso degli anni si sono spopolati, lasciando grandi quantità di edifici e case non utilizzate. In questi paesi è possibile creare alloggi a basso costo. Per poterli utilizzare è però necessario fornire servizi, quali trasporti efficienti (per raggiungere dai paesi i posti di lavoro); asili e accoglienza scolastica, estesa al pomeriggio, per non penalizzare le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. La ricostruzione del tessuto sociale nei piccoli borghi e paesi sarà poi utile a ricostruire la rete di protezione sociale delle famiglie e delle comunità, e anche a ridare vita a posti abbandonati e quindi degradati;
- favorire l’accesso alla sanità pubblica di chi non può permettersi quella privata. Attivare o consolidare la rete delle Case della Comunità e gli ambulatori locali, soprattutto nei paesi sprovvisti di ospedali. Incrementare la telemedicina e l’home care per i pazienti fragili e/o lontani dai centri di assistenza.
- L’incentivazione di nuova occupazione, soprattutto nei ruoli tecnici e tecnologici. Il FVG è una regione ad alta vocazione scientifica e tecnologica. Il Regional Innovation Scorebord[1] colloca FVG al terzo posto in Italia per innovazione, dopo la Provincia Autonoma di Trento e L’Emilia Romagna, in calo rispetto al periodo 2018-2020. I punti di forza sono il numero di pubblicazioni scientifiche, incluse le pubblicazioni prodotte congiuntamente da entità pubbliche e private, l’introduzione di processi innovativi nelle PMI. Le aree di debolezza sono invece la poca spesa per ricerca e sviluppo nel settore privato, il tasso di occupazione nelle aziende più innovative, il basso export di prodotti ad alto tasso tecnologico. L’area di Trieste è la prima in Italia per densità di ricercatori (37 ogni 1000 abitanti, contro la media italiana di 6 per 1000, e quella europea di 15 per 1000). Questa specificità di FVG può e deve essere sfruttata e utilizzata come volano per favorire il trasferimento tecnologico dall’accademia alle imprese che possa favorire nuova occupazione tecnica e tecnologica, quella che è la più resistente ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione, con lo spostamento della produzione industriale di beni a basso contenuto tecnologico in paesi dove il costo del lavoro è più basso. L’acquisizione di competenze qualificate è il requisito fondamentale per poter partecipare alle nuove sfide della società e del mercato globale, in particolare le transizioni digitale ed ecologica, e per programmare una crescita industriale sostenibile. Almeno due interventi possono favorire la creazione di nuovi posti di lavoro in grado di attrarre laureati in FVG o dalle regioni limitrofe:
- rendere più efficaci le sovvenzioni alle imprese per ricerca e sviluppo. Nel 2024 FVG ha destinato circa 670 milioni di Euro per programmi di sviluppo economico e competitività di cui circa 378 milioni destinati a PMI e artigianato, circa 44 milioni per ricerca e sviluppo e circa 46 milioni per reti informatiche, telecomunicazioni e servizi. Della quota per programmi di sviluppo per PMI e artigianato circa un terzo è stata destinata a contributi a fondo perduto per nuovi insediamenti produttivi, ampliamenti e riconversioni, e finanziare un fondo regionale che eroga finanziamenti agevolati (FRIE); un terzo è destinata a programmi di sovvenzioni per parchi, consorzi e distretti tecnologici e interventi e interventi in settori specifici (ad esempio legno/arredo); e un terzo per una miriade di piccoli interventi (tra qualche decina di migliaia a pochi milioni di euro). Al confronto, solo circa 7,5 milioni di euro sono destinati al supporto alla ricerca e sviluppo nelle imprese o tramite contributi a fondo perduto o tramite credito d’imposta. Nonostante la forte vocazione scientifica e tecnologica verso l’innovazione di FVG e nonostante l’investimento di fondi cospicui per programmi di sviluppo economico, le imprese manifatturiere ad alta intensità tecnologica in FVG rappresentano solo circa l’1% del totale, e le imprese del settore servizi ad alta intensita’ di conoscenza rappresentano solo il 20% del totale[2]. L’efficacia delle misure per incentivare lo sviluppo economico potrebbe essere aumentata aumentando la frazione destinata a incentivare la ricerca e sviluppo rispetto a sovvenzioni per segmenti a basso contenuto tecnologico, e se le risorse fossero focalizzate su limitate aree strategiche di intervento, settori prioritari che ad esempio possano beneficiare di trasferimento tecnologico dalle realtà di ricerca regionali di punta;
- favorire la creazione di nuove start-up ad alta intensità tecnologica. Negli ultimi anni il numero di start-up formate come spin-off da Università e centri di ricerca Europei e che lavorano su temi ad alto tasso tecnologico (Deep Tech e Life Science) è cresciuto molto, raggiungendo nel 2025 il numero di circa 7300 per un valore complessivo di circa 400 miliardi di Euro, con un tasso di crescita di 500 nuovi spin-off l’anno. Circa 170.000 nuovi posti di lavoro altamente qualificati sono stati generati da questo movimento. Alla stessa maniera gli investimenti di Venture Capital (VC) si stanno rivolgendo principalmente a questo tipo di temi (nel 2025 Deep Tech ha assorbito il 60% degli investimenti di VC negli Stati Uniti e il 45% degli investimenti in Europa). L’Italia purtroppo è posizionata male in Europa per valore creato da spin-off Deep Tech e Life Science (solo 80 nuovi spin-off di questo tipo creati dal 2022 contro i 260 della Francia, i 250 del Regno Unito, 170 della Svizzera e 150 della Germania)[3]. In Italia, e in FVG, il numero di start-up è cresciuto tra il 2019 e il 2022 per poi decrescere. A fine 2024 il numero di start-up innovative in Italia e in FVG era simile a quello del 2019 (poco più di 12000 in Italia e tra 200-250 in FVG). Ovviamente il dato tiene conto dell’apertura di nuove start-up e della perdita dello stato di start-up di aziende che o sono fallite o sono divenute società normali a cinque anni dalla fondazione. La densità di start-up in FVG è di circa 170-200 per milione di abitanti, leggermente inferiore alla media nazionale. Le regioni con la densità maggiore sono Lombardia, Lazio e Provincia Autonoma di Trento, con densità tra 270 e 340, cioè con un numero di start-up per milione di abitanti tra il 50% e il 100% maggiore che in FVG. Per confronto la densità di start-up in Israele, la start-up Nation, è di 700-750 per milione di abitanti. Esiste quindi in FVG un grande margine per crescere, sfruttando meglio il trasferimento tecnologico da Università ed enti di ricerca, che eccellono in FVG rispetto alla media nazionale ed europea come riportato sopra. In FVG esistono almeno 4 maggiori incubatori di start-up ed acceleratori di impresa (Area Science Park e BIC a Trieste, e i tecnopoli di Udine e Pordenone), oltre ad uffici dedicati nelle università e negli enti di ricerca. Queste realtà sono però poco coordinate, e agiscono su una vastissima gamma di temi. Il risultato è che non si riesce a fare sistema, cosa che da un lato impedisce di raggiungere una massa critica su temi strategici e prioritari per FVG e dall’altro non sfrutta al meglio forte densità di ricerca per aumentare la densità di start-up innovative.
Una proposta per stimolare la crescita del numero di start-up è quella di dotare la Regione di una Fondazione che riesca a individuare i temi strategici prioritari su cui coordinare le attività degli incubatori esistenti, e quindi a concentrare l’azione aumentando l’efficacia. Temi deep tech come intelligenza artificiale data fusion e data science, applicate non solo all’analisi post facto ma anche alla gestione autonoma di sistemi sulla terra e nello spazio; tecnologie quantistiche, incluso comunicazioni sicure e calcolo quantistico; sviluppo di nuovi materiali; e temi life science come nuovi farmaci e terapie basati su processi chimici o derivati da organismi viventi, o scoperta di farmaci tramite IA. Questa Fondazione potrebbe includere le tre Università e gli altri centri di ricerca presenti sul territorio ed agire quindi su tre fondamentali canali:
i) formazione, attraverso corsi di dottorato di ricerca dedicati e attraverso corsi di management e di business innovation nei principali curricula nei dipartimenti STEM ;
ii) networking, attraverso la creazione di momenti di incontro tra Università enti di ricerca e imprese;
iii) incubatore di start-up che possano sfruttare al meglio trasferimento tecnologico dalle strutture di ricerca presenti sul territorio.
[1] https://projects.research-and-innovation.ec.europa.eu/en/statistics/performance-indicators/european-innovation-scoreboard/eis#/ris?highlightRegions=ITF1,ITF5,ITF6,ITF3,ITH5,ITH4,ITI4,ITC3,ITC4,ITI3,ITF2,ITC1,ITH1,ITH2,ITF4,ITG2,ITG1,ITI1,ITI2,ITC2,ITH3&year=2025
[2] statistiche Eurostat, OCSE, e documenti di programmazione regionale, Sustenaible Smart Specialization Strategy: https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/fondi-europei-fvg-internazionale/S3_FVG/allegati/17012023_allegato_1_Delibera_1841-2022.pdf
[3] https://dealroom.co/uploaded/2025/11/Dealroom-European-Spinouts-Report-2025.pdf?x94554
